Maria Novaro, “Kairòs”

Recensione di Marino Magliani

Maria Novaro, Kairòs, ed. 1000eunanotte

Significa il momento giusto, quello giudicato opportuno. Kairòs.

La raccolta poetica di Maria Novaro, uscita per la collana Nuvole di 1000 e una notte, è una di quelle opere annunciate. Sapevamo perfettamente che prima o poi quest’opera sarebbe transitata. Transitata è una delle parole più mi vengono in mente rileggendo (il libro è uscito nel 2020) i versi di Kairòs e ragionandoci da tempo. Quanto all’autrice, poche persone al mondo, in grado di curare, organizzare, dirigere, decidere progetti culturali importanti, mi hanno fatto sentire a mio agio come Maria Novaro. La conobbi in occasione di un convegno su Elio Lanteri, e poi di un premio, il Premio Novaro, e ascoltandola, che parlava di un secolo di poeti ed eccellenze della cultura, ligure e non, di riviste che hanno fatto la storia editoriale e letteraria, mi dicevo: ecco, una intellettuale che sicuramente ha scritto, ha quaderni pieni e taccuini di note di viaggio, di versi, immagini, racconti, di opere transitanti, giunte attraverso la frequentazione degli scritti di suo nonno Mario Novaro, della cura dei carteggi con Boine, Palazzeschi, Dino Campana, della pubblicazione di una rivista come La Riviera Ligure e della rivisatazione magistrale di marginali e dimenticati artisti (ultimo il prezioso studio su Vico Faggi di Taggia). Di una cosa ero certo: quando Maria Novaro (perché prima o poi succederà: lo diceva Blanchot, prima o poi la parola deve bruciare e farsi carta) darà alle stampe i suoi versi; quando verrà il momento giusto, Kairòs, sarà come ritrovare quel mondo transitato, passato attraverso altri occhi, un’Alpicella abitata da altri io, un’impossibile e solitaria moltidune, diceva Tabucchi per Pessoa e i suoi eteronimi… Ecco, forse Maria Novaro senza accorgersene, ma senza poterne fare a meno, darà involontariamente vita a un catalogo di suoi imperdibili e impossibili eteronimi.                                                                                 

E invece no, Kairòs è lei, e la scopre fin da subito il lettore, è lei, anche se lo è senza il bisogno e il desiderio di separarsi da ciò che è la sua storia, che sono le sue radici, perché in qualche modo è lei che è riuscita a sottrarre (un’operazione sorvegliata e non facile) ai suoi versi il peso della sua stessa storia. Leggeremo quindi poesie come se ci fossimo posti da un luogo a lato (il luogo in cui si è posta Maria Novaro?), e da cui ci risulta ben visibile la figura di lei e la sua eredità intellettuale,   posta tuttavia tra intarsi, come si guarda il mare in Liguria e si prende l’azzurro alla fine dei costoni, che stanno lì come incisi per dirci sì, è il mondo  questo, ma questa è finzione, è il passato, è il presente, mentre l’occhio si fa mostrare il futuro del fondo, il mare. Così è nella prima poesia, A Bianca, che è lei, Bianca, e rappresenta il futuro, e non sa ancora la crudeltà di una stagione che l’aspetta dopo quella di marzo. Una specie di momento in cui a Bartleby si potrebbe dire Ripness is all e lui dire a noi che preferirebbe di no.

Cae o cayó. La lluvia es una cosa

Que sin duda sucede en el pasado

Come lo dice bene Borges. Ci sono cose che non possono succedere, la pioggia che non può cadere nel presente quando la guardiamo cadere perché è già caduta. E non cadrà nel futuro perché non lo sappiamo, e cielo di marzo, gli occhi chiari di Bianca, non sanno ancora la crudeltà di aprile.

C’è nella poesia di Maria Novaro un lavoro sul tempo, un tentativo di inventarlo attraverso altre forme.

E così continua, ognuno con la sua solitudine che non può fare i conti con le solitudini altrui (i grandi nomi che le parlano dal passato) ma solo coi giorni che l’hanno potura saldare ai paesaggi altrui.

Maria Novaro a volte si spinge oltre, guarda anche lei da quella posizione obliqua, di lato, dicevamo, per non precipitare nella cronaca del crollo di un secolo, intimo, vivo, seppur ormai archeologico, e ci si spinge per pensare al proprio destino, quello dei poeti, dell’essere letti e liberi finalmente dai fantasmi del sapersi vivi. Il viaggio coi miti conduce ad appuntamenti e a nostalgie che non hanno a che fare con nessun nostos, ma solo ancora una volta con quella paura, forse, «di essere vivi».

In una seconda lettura vi parlerò anche delle poesie turche, e delle sottili orme lasciate da Montale e Sbarbaro (anche delle orme di Mario Novaro, certo) che riflettono la poesia della Novaro, perché ci sono, e sono le ombre che fa l’acqua sotto i ponti. E di certe visioni di Giuseppe Conte legate a Capo Berta, al suo geco nella cassetta delle lettere, per transitare alle bave di lumaca di Maria Novaro, che ha in comune con Conte quel mare ragazzo e vecchio, sdraiato, che respira e alita fin su a un Capo Berta. Intanto, se volete, cercatevi Kairòs (numero 11 della collana Nuvole, 1000 e una notte Edizioni).

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