Carlo Magitto, poesie dal Ponente ligure

Una migrazione mediterranea di un bimbo isolano sradicato dalla sua terra e gettato nella piazza di un villaggio alpino nel confronto con la lingua dei suoi novelli coetanei. I versi dedicati al Ponente Ligure sono un omaggio a questa terra che lo accolse e lo adottò.

Un innamoramento col mare tra silenziosi pescatori, un contatto senza rituali con una natura contratta dal mare e il suo infinito e la montagna impervia che sbarra lo sguardo.

Questi versi di Carlo Magitto ci dicono che l’adattamento fu scuola con la secca tradizione del vecchio che conosce funghi e raccoglie erbe medicinali e il tanfo del gozzo colmo di reti e di nasse nel porticciolo di Cervo scavato tra le rocce di Capo Mimosa. Ma c’è la fata morgana che manda al mattino al vecchio poeta ora il suo miraggio: la Corsica perduta dalla storia e il desiderio di riportarla. La sfida nel dopoguerra con la gioventù di Mentone e il desiderio di essere accettati come fratelli, forzando nel bistrot un aperitivo con il pastis, calice amaro di ogni odissea per uno scambio in patois. Questa terra lui canta, ultimo mohicano, che vede la fine di una epoca nella tiritera di motori correre sulla tangenziale, una fila smisurata di uomini a cavallo e moschetti colmi di fumo.

Terra di luci

Lente, poco rumorose
vanno in autostrada
tir e cisterne
bombe vaganti, piombi
e motori a gas.
Si specchiano sui vetri delle serre
macchine da guerra colorate
tutte verso due direzioni
con il vuoto da non perdere
come la raccolta dei punti
all’ ipermercato.
Di notte vanno in colonna
con i fari accesi, puntati
verso il cielo, lottano
con quelli della costa
fin dove le mie pupille
scorgono il chiarore
della lontana Cannes
con le Lerins.
Noi vicino all’autostrada
restiamo con fumi e rumori,
chiudiamo le finestre delle case
come per scendere nei rifugi
dell’ultima guerra mondiale.

Trovarsi

La frontiera mostra in lontananza
Mentone e il suo bastione,
la promenade di vele abbassate,
la lunga facciata di palazzi
impeccabile e delicata
come un giocattolo posato.
Due mondi separati
al tempo dei migranti,
occhi ammaliati e di speranza
all’ombra di bandiere
lacere e slavate.
Noi avemmo il nostro tempo
una pasqua a primavera
il ginnasio sulla spiaggia
i primi bagni a Carnoles.
Noi italiani in Place des fleurs
sentirci europei con i nizzardi,
stare al bistrot con i semidei e le ninfe
dallo charme alieno,
come in una finta scena
di un Olimpo di posa.

Fiore che dona

L’Aurelia, via dei furesti,
trincea che frena liguri retaggi.
Con questi io ci vivo da una vita
e quando sto con le spalle al muro,
sono il geco dei travestimenti.
È questa quiete che mi piace,
andare per carruggi e non incontrare gente.
Qualche amico in pensione
va per mare,
chiuso nel suo mondo
come se non volesse cambiare mai.
Fateci caso!
Ovunque per la via
la vegetazione
spunta senza terra:
piccoli denti di leone, tanta parietaria,
persino la dolce portulacca.
Ancora mi ricordo quando rubai
un fiorellino giallo all’angolo di strada,
un fiore che non si dona,
più importante di un verso che non consola.

Periferia italiana

Qui hanno distanze le metropoli
come i miraggi dalla mia vetrina,
all’orizzonte una manciata di nuvole,
una torbida ombra per essere montagna,
sul mare un rigo squarcia la lavagna
che sbianca e si confonde
perché le schiume pecorelle
sono sempre in confusione
e io fatico nel discernimento
come un infedele che non crede a dio.
Eppure qualcuno dice che là
c’è gente che parla di Corsica e di Francia
e insiste nella sua verità,
discute con un bicchiere in mano
e schizza dalla rabbia un’onda di liquore.
Io mi accontento dell’aria marina,
del filtro dei pini dietro casa,
e quando di notte c’è la luna nuova
mi basta il chiaro dei costieri fari.

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