Archivi categoria: Domande

Le cinque domande

Credo di aver maturato un’esperienza sufficiente per pre-dire alcune cause di sofferenza inutile e nociva che ricorrono frequentemente nella vita degli uomini e delle donne del nostro tempo.

La prima è vivere nella periferia di sé stessi. Ogni persona ha un centro, dal quale vedere tutti gli aspetti della propria vita. La prima condizione per la salute fisica e spirituale è riappropriarsi di questo centro, non accettare di re-agire da zone periferiche, che non possono che creare squilibri. La soluzione sta nel vedere tutto “con altri occhi”, quelli della profondità.

La seconda causa di sofferenza è dare spazio a pensieri negativi, concedere loro potere, lasciandogli prendere il dominio della psiche. I Padri della Chiesa raccomandavano, in proposito, un semplice esercizio di discernimento: chiedere a ogni pensiero “sei dei nostri o sei del nemico?”. Se il pensiero è del nemico, non ha il diritto di entrare nel nostro intimo.

La terza causa è dare troppa importanza all’io, che si manifesta sotto forma di suscettibilità, di orgoglio, di rabbia esagerata e via dicendo. L’ego non è un buon consigliere, anzi, è la prima causa della perdita di orientamento. Ri-dimensionarlo significa ri-dargli le giuste proporzioni, vederlo, ancora una volta, dal centro di sé stessi.

La quarta causa è costituita da ogni forma di dipendenza. La causa è il proprio vizio fondamentale, che spinge verso la fissazione esterna corrispondente. La soluzione è andare in direzione contraria alla compulsione, motivati dal fatto che ciò significa dirigersi verso la libertà.

La quinta causa è la mancanza di speranza: siamo esseri in divenire, orientati a un fine ultimo. Tutte le volte che perdiamo la percezione del fine si fanno strada la depressione, la disperazione, l’angoscia, la paura.

In sintesi, le cinque domande che rimettono in moto la vita sono queste:

Mi trovo al centro di me stesso?

Vigilo sui miei pensieri?

Ri-dimensiono l’io?

Vado controcorrente rispetto alla compulsione?

Rendo sempre presente il fine ultimo?

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Cambiare il Padre nostro?

https://fb.watch/BCBvkLA4Mm/?mibextid=wwXIfr

di Fabrizio Centofanti

Vogliono cambiare ancora il Padre nostro. Della nuova versione sembra accettabile la lezione “non farci entrare nella prova”, in quanto corrispondente all’originale greco. È difficile giustificare la scelta “il pane “necessario” , perché nessuno sa cosa significhi davvero il termine “epiousion” (forse, come testimonia san Girolamo, vuol dire “del domani”). “Perdona… come noi abbiamo perdonato” è fuorviante rispetto al testo latino (liturgico, dunque ancora attuale, grazie a Dio), perché sceglie il passato al posto del presente (“dimittimus”).
Nell’originale greco troviamo “aphekamen”, “li abbiamo rimessi”. Se si opta in toto per il testo greco, tuttavia, bisognerebbe tradurre, per coerenza, anche “liberaci dal Maligno”, come lascia intuire la versione greca.
Cambiare di nuovo il messale e il lezionario per questa ulteriore traduzione, a mio parere insufficiente, sarebbe per lo meno discutibile, senza contare il disorientamento provocato nei fedeli dalle continue variazioni. Spero vivamente che si torni al testo del Pater che i cristiani hanno adottato per duemila anni, e che ormai fa parte integrante non solo della preghiera personale e liturgica, ma anche della vita.

Cambiare il Padre nostro?

https://fb.watch/BCBvkLA4Mm/?mibextid=wwXIfr

Vogliono cambiare ancora il Padre nostro. Della nuova versione sembra accettabile la lezione “non farci entrare nella prova”, in quanto corrispondente all’originale greco. Il pane “necessario” non pare giustificato, perché il termine “epiousion” nessuno sa cosa significhi (forse, come testimonia san Girolamo, vuol dire “del domani”). “Perdona… come noi abbiamo perdonato” è sviante rispetto al testo latino (liturgico, dunque ancora attuale, grazie a Dio), perché sceglie il passato al posto del presente (“dimittimus”).
Nell’originale greco troviamo “aphekamen”, “li abbiamo rimessi”. Se si opta in toto per il testo greco, tuttavia, bisognerebbe tradurre, per coerenza, anche “liberaci dal Maligno”, come lascia intuire la versione greca.
Cambiare ancora i lezionari e i messali per questa ulteriore traduzione, a mio parere insoddisfacente, sarebbe per lo meno discutibile, senza contare il disorientamento prodotto nei fedeli dalle continue variazioni. Spero vivamente che si torni al testo del Padre nostro che i cristiani hanno adottato per duemila anni, e che ormai fa parte integrante non solo della preghiera personale e liturgica, ma anche della vita.

Due libri di Diego Zandel sul mondo balcanico e l’Italia

Recensione di Giovanni Agnoloni

Diego Zandel, Un affare balcanico (Voland, 2024) e Autodafé di un esule (Rubbettino, 2025)

È raro che due libri formino un discorso unitario a tal punto da potere non solo essere presentati insieme – come avverrà al centro culturale “Itaca” (a Firenze, in via di San Domenico 22) il 12 marzo 2025 alle ore 18,00, ma da formare oggetto di un’unica riflessione. Parlo di Un affare balcanico e Autodafé di un esule di Diego Zandel, rispettivamente editi da Voland (2024) e Rubbettino (2025) e pur diversi per genere – romanzo l’uno, saggio/pamphlet l’altro – e per argomento – il primo, un’indagine condotta “dall’interno” dell’affare Telekom Serbia, alla fine degli anni ’90; il secondo, uno sguardo retrospettivo, autobiografico e di denuncia sulle violenze, gli ostracismi e i silenzi di cui gli italiani dell’Istria, della Dalmazia e della Zona B del Territorio Libero di Trieste – amministrata dalla Jugoslavia fino al 1954 e poi divenuta de facto parte del suo territorio – furono vittime a seguito della caduta del fascismo e negli anni successivi alla fine del secondo conflitto mondiale, per poi ritrovarsi profughi in territorio italiano e disdegnati da gran parte del mondo politico e culturale.

Due libri diversi, appunto, eppure strettamente collegati, in primo luogo perché in entrambe le storie l’autore è in qualche modo coinvolto. Per molti anni è infatti stato un responsabile-stampa di spicco all’interno di Telecom Italia, e perciò addentro a molti particolari della tentata acquisizione di un’importante quota di telefonia serba, negli anni di governo di Slobodan Miloševic, da parte dell’azienda italiana. Inoltre, è lui stesso un esule istriano, nato in un campo-profughi dove i suoi genitori, originari di Fiume, si erano rifugiati.

Chiaramente, quella di Un affare balcanico è una storia di finzione narrativa, sia pur basata su fatti e nomi storicamente reali, per cui si potrebbe parlare, in un certo senso, di un “romanzo storico”, oltre che di una sorta di thriller dalle risonanze spionistiche. Il racconto di vita vera presente in Autodafé di un esule è invece la Storia con la S maiuscola, osservata partendo dai ricordi di Zandel e dalle risultanze del processo – pur finito con un’assoluzione per carenza di giurisdizione da parte della corte italiana – di Oskar Piškulic, capo a Fiume (poi divenuta Rijeka) della polizia segreta jugoslava responsabile della persecuzione e dell’infoibamento di tanti italiani dell’Istria, per non parlare delle migliaia di persone costrette alla fuga, come appunto il padre e la madre dell’autore.

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Don Antoine Metin: “La scelta dell’ignoranza o la volontà di non sapere”

Don Antoine Metin, sacerdote originario del Benin, è vicario presso la mia parrocchia, San Lorenzo e Quirico, a Firenze (nella foto, la chiesa di San Lorenzo a Ponte a Greve). Si trova qui in missione “fidei donum”, ovvero invitato dal vescovo per svolgere la sua missione pastorale.

Ho avuto modo di leggere alcuni suoi testi molto interessanti. Eccone di seguito uno decisamente attuale (e che ho apprezzato anche per la qualità linguistica, dato che Don Antoine è originariamente francofono).

“La scelta dell’ignoranza o la volontà di non sapere”

Il rapporto tra i popoli rimane segnato da una incomprensibile disuguaglianza in un mondo globalizzato. Come possiamo accettare che nel XXI secolo, nonostante la cultura digitalizzata e il movimento delle popolazioni, le persone continuino a ignorare ciò che ritengono non meritevole fino al punto di ignorarsi a vicenda?

Dal latino ignorantia, ignorare significa mancare di conoscenza in un determinato campo. La mancanza di conoscenza è un vuoto, una debolezza, una limitazione. Da questo punto di vista, l’ignoranza non nobilita né l’ignorante né coloro che hanno la responsabilità di educarlo e renderlo un uomo giusto e ragionevole.

Non c’è nulla di straordinario nella mancanza di conoscenza. Non si può sapere tutto e non si può essere colti in ogni campo. Ecco perché l’ignoranza è perfino un segno della nostra umanità limitata, rispetto ai campi della conoscenza a cui si applica l’intelligenza.

Il fatto che un’istituzione manchi di conoscenza può anche essere inteso come il fatto che essa si occupi di un determinato campo e non debba interessarsi ad altri che non rientrano nelle sue competenze e che non richiedono alcuna attenzione da parte sua.

La Chiesa, come famiglia di Dio, non è un’istituzione incentrata su un solo ambito. Ha come centro d’interesse l’intera umanità e come campo d’azione il mondo intero. È quindi inammissibile che il suo modo di agire e il suo linguaggio diffondano i difetti di una società che mantiene deliberatamente ‘‘l’ignoranza voluta” come criterio di gestione degli affari. Continua a leggere

The Dark Figure – una domanda

(The Dark Figure, 1938, di Federico Castellòn)

di Raffaela Fazio

Una domanda che mi pongo: perché accettiamo cose che non dovremmo accettare? Tutti sappiamo che ci sono situazioni/persone che, se entrano nella nostra vita, mettono a repentaglio aspetti percepiti universalmente come “costruttivi” (ad esempio ? senza menzionare quello necessario, di base, che è l’incolumità ?, la serenità, l’amor-proprio, la fiducia in sé e nel mondo) e alcuni valori rodati (tra cui la trasparenza e la coerenza).
Non parlo qui di un’accettazione “passiva”, dovuta a un atteggiamento di benevolenza (quasi “zen”) o a semplice abitudine/indolenza; mi riferisco all’accettazione di una realtà/persona che noi stessi abbiamo voluto se non addirittura cercato. Continua a leggere

La vita oltre la vita


Un uomo mi ha detto che durante la sua “morte”:

La voce mi ha rivolto una domanda: «Ne è valsa la pena? » E voleva dire se la vita che avevo condotto mi sembrava, ora che sapevo quello che sapevo, degna di essere vissuta.

Incidentalmente, tutti sottolineano il fatto che la domanda, per quanto definitiva e profonda nel suo impatto emotivo, non suona mai come una condanna. L’essere non rivolge la domanda per accusare o minacciare, perché il morente continua a sentire da parte della luce un amore e un’accettazione totali, indipendentemente dalla risposta. La domanda sembra piuttosto intesa a far riflettere il morente sulla sua vita. In un certo senso è una domanda socratica, rivolta non per ottenere un’informazione, ma per aiutare l’altro ad avviarsi da solo sul sentiero della verità.

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Marino Magliani intervista Lamberto Garzia

Marino Magliani intervista Lamberto Garzia sul suo nuovo libro Capped Dice (Betti Editrice, 2021)

Il titolo del libro, Capped Dice, prende spunto da un termine desunto dal gioco dei dadi o Craps, che vuole intendere un dado (truccato) sottoposto a limatura di uno dei lati e consequenziale certosino riempimento/incappucciamento (capping) dello spazio lavorato con un materiale diverso, che alla vista appare identico all’originale, ma anche e più semplicemente L’INCAPPUCCIATO (l’autore) DICE, racconta, attraverso le pagine di un Diario allucinato e a tratti esilarante, di una pericolosa  indagine tesa a svelare un Mistero, nella quale il personaggio principale, almeno nelle prime pagine, è quello del grande scrittore Tommaso Landolfi («Giusto appunto, mi hai detto dell’esistenza del gran segreto, che se permetti lo intenderei col termine inganno. E quindi, più precisamente, mi hai rivelato di possibili, sebbene in dato modo catalogabili, malefatte di tale signor Landolfi. Ma questo oscuro non me lo puoi per il momento squadernare, anche perché questo oscuro non è ancora per te del tutto chiaro… e una volta portato alla luce ciò che è intimo nella sua mantella lisa, sarà una calamità, anche se poi una calamità per chi, Lamberto…»). Ma accanto all’illustre narratore, nel Diario compariranno, sotto forma di racconto diretto o citazione, personaggi reali noti (Valentino Zeichen, Giuseppe Conte, Nico e Matteo Garrone, Oriana Fallaci, Rocco Carbone, Franco Cordelli, Alberto Sironi, Antonio Franchini, Alessandro Ceni, Giovanni Maccari, Aldo Gabrielli, Jonny Deep, Orson Welles, Sylvester Stallone,  Sugar Ray Leonard, Roberto Duran, Eddy Merckx, Philip Warren Anderson e molti altri, che per “opportuna delicatezza” verranno nominati soltanto con la lettera X, sia perché alcune indagini non sono concluse e sia perché alcune sono donne che nei loro specifici campi sono assai popolari) e meno noti, ma non per questo meno importanti all’interno della puntigliosa struttura del romanzo. Continua a leggere

Cosa sceglie un bravo drago?

di Antonio Sparzani

Quand’ero giovane giovane, dire che uno era “un drago” era sinonimo di uno “forte”, bravo molto, più o meno in tante cose, uno da ammirare e magari invidiare e cercar di imitare. Adesso mi sembra che si usino metafore diverse per la stessa cosa. Ma quello che voglio dire io è che, anche se uno è un drago, in quel senso, può trovarsi in situazioni non invidiabili e che certo almeno io mi guarderei bene dall’invidiare, perché mi troverei davanti a problemi così grossi da doverci pensare su tutta la notte e magari senza trovare una soluzione soddisfacente.
Facciamo il non casuale esempio di uno che debba mettersi a reggere le sorti di un paese di sessanta milioni di abitanti in preda da un anno a una maledetta pandemia Continua a leggere

Semplicità di Emanuele Capra (Italia 2005)

Semplicità.
Forse è questo di cui ha bisogno l’umanità.
Molti di noi probabilmente non l’hanno mai conosciuta davvero.
La semplicità di uno sguardo, di una parola gentile, di un sorriso. La semplicità del silenzio, del compleanno in famiglia, di un bel film.
I pensieri nella mente sono diversi, hanno più spazio, arrivano in profondità e si riesce a coglierli nella loro essenza.
Semplicità, ancora semplicità.
Osservando da lontano prati, alberi e terrazzi, sembrano quasi un miraggio.
La natura si sta risvegliando, come ogni anno.
Ogni anno che non l’abbiamo apprezzata abbastanza, ogni anno che l’abbiamo guardata di sfuggita.
Lei instancabile ci parla ancora, ci parla sempre.
Ogni anno prova a trasmetterci lo stesso semplice messaggio di nuova vita, di speranza, che oggi diventa quasi una incitazione a reagire, a credere, per poi stupirsi di nuovo, come non si è mai fatto.

Croce con amore. Covid 19

 di Rosa Salvia

E sta l’ambiguo stupore / di contagi inattesi / di vicende inaudite / e non si discerne verità di parola / si va d’oltranza in oltranza / si naviga / ciechi. 

Il Covid – 19 ci ha colti tutti di sorpresa in quest’osceno bisticcio di notizie crivellato di spettri,

in questo regno evanescente dell’apparizione di scienziati e di politici che s’azzuffano, in questa incertezza di motivazioni oggettive per collegare fra loro elementi inconciliabili.

Da una parte l’onnipotenza della tecnologia, dell’era digitale, dei grandi colossi come Google, Amazon e soci, della dittatura dei social che consentono a ciascuno di costruirsi un’immagine di narcisistico autocompiacimento a proprio uso e consumo, dall’altra l’improvviso precipitare nel vuoto, nella precarietà della propria piccolezza di fronte a una natura che continua a essere terrificante come nei secoli più lontani della storia.

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Venezia ho paura di perderla tutta in una volta

Dopo il tramonto, sulle terrazze della reggia, Marco Polo esponeva al sovrano le risultanze delle sue ambascerie. D’abitudine il Gran Kan terminava le sue sere assaporando a occhi socchiusi questi racconti finché il suo primo sbadiglio non dava il segnale al corteo dei paggi d’accendere le fiaccole per guidare il sovrano al Padiglione dell’Augusto Sonno. Ma stavolta, Kublai non sembrava disposto a cedere alla stanchez­za. – Dimmi ancora un’altra città, – insisteva.

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Tra Livorno e l’Irlanda: intervista a Massimiliano Roveri

Testo introduttivo e intervista di Giovanni Agnoloni

Massimiliano Roveri

Massimiliano Roveri è, insieme alla scrittrice irlandese Catherine Dunne, il fondatore e direttore del San Patrizio Livorno Festival, una manifestazione culturale imperniata sull’incontro culturale tra l’Italia (e in particolare la Toscana) e l’Irlanda, sua (ma in fondo anche mia) terra d’elezione. Creatore e curatore del sito italo-irlandese Italish.eu, si appresta a organizzare la terza edizione del festival, che si terrà nel marzo 2020. Con questa intervista entriamo più nel merito della sua attività, anche di autore.

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“Via da Sparta” – Intervista a Carlo Menzinger

Testo introduttivo e intervista di Giovanni Agnoloni

Carlo Menzinger di Preussenthal, scrittore nato a Roma ma residente a Firenze, si muove tra ucronia e distopia. L’anno scorso è uscito il primo atto di una serie ucronica intitolata “Via da Sparta”Il sogno del ragno (Porto Seguro editore). In uscita in questi giorni, il sequel Il regno del ragno: domani 29 settembre, il libro verrà presentato in anteprima a “Firenze Libro Aperto” viene presentato (alle ore 16,30 allo stand di Porto Seguro Editore).

In quest’intervista con l’autore, cerchiamo di sviscerare potenzialità derivanti da questi scorci – e incroci – di generi diversi.

Il tuo approccio alla narrativa fonde generi diversi, su tutti la distopia e l’ucronia. Che significato particolare assume la combinazione di ipotesi a-storiche con visioni antiutopiche? In altre parole: immaginare fatti mai accaduti nella storia vera può aprire squarci di comprensione intuitiva sulle non rosee prospettive per la specie umana anche oggi?

Se solo potessi avere abbastanza tempo scriverei libri di ogni genere, ma, in effetti, ucronia e distopia sono spesso presenti nella mia produzione attuale. Massimo Acciai Baggiani nel suo saggio Il Sognatore divergente, di prossima pubblicazione (Porto Seguro Editore), afferma che nei miei libri è spesso presente una vena pessimista. Probabilmente non sono troppo fiducioso sulla capacità del genere umano di migliorare, dunque, anche nel disegnare una realtà alternativa come ho fatto con il ciclo Via da Sparta, gli elementi distopici prevalgono su quelli utopici. Il mio obiettivo scrivendo questa storia era, però, soprattutto quello di mostrare la precarietà delle situazioni storiche, far vedere come il nostro presente non sia il solo possibile, giacché basterebbe pochissimo a mutarlo radicalmente. Via da Sparta insegna che nulla è scontato, che modelli sociali, economici, culturali che diamo per ovvi potrebbero non essersi realizzati per nulla. Dunque, sì, l’ucronia può aiutarci a comprendere meglio il passato e il presente, ma anche il futuro. Farci capire come alcune scelte storiche siano state sbagliate e, magari, aiutarci a non fare nuovi errori domani. Certo, aver scelto una civiltà come quella spartana, per tanti aspetti percepita come negativa, mi è servito a delineare un mondo molto diverso, ma anche molto distopico, secondo il nostro moderno punto di vista. Tutto è relativo, però. Gli spartani probabilmente inorridirebbero a vedere il nostro modo di vivere. Continua a leggere

Mercanti nel (del) tempio

di Antonio Sparzani

Ieri mattina sono passato da Piazza del Duomo, a Milano, e sono stato preso da un crescente orrore: il duomo, bellissimo monumento dell’italica architettura, è completamente circondato, salvo che sul lato frontale, da una serie continua di baracchine pseudo natalizie che vendono ogni sorta di orrendi gadget, destinati a milanesi borghesotti e insipienti e a turisti di passaggio. Baracchine ben s’intende, tutte ornate di fregi natalizi, rametti di abete, veri o finti, luccichini, stelline e un numero impressionante di piccole luci, che ora che si è scoperto l’uso del led ci infestano a migliaia. Già questo a me pare troppo e mi piacerebbe molto che Gesù in persona, alla guida di un divino possente bulldozer, desse una bella spianata a tutto ciò, come mi pare che già fece, ancorché senza bulldozer, con un certo tempio ai tempi suoi. Continua a leggere

Sincronicità

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di Riccardo Ferrazzi

Fortunatamente non tutti gli scienziati si lasciano bloccare dai loro tabù. Dato che la via maestra per risolvere i problemi consiste nel formulare ipotesi che poi devono essere verificate, ogni tanto a qualcuno capita di uscire dai binari.
Nel secolo scorso medici, storici, etnologi e antropologi hanno svolto indagini nei campi più disparati, arrivando a sfiorare forme di commistione con discipline trascurate dalla scienza ufficiale; ma nessuno era arrivato a formulare una teoria generale sui fatti “casuali” e nemmeno a indicare un metodo di indagine. Fino a quando Carl Gustav Jung (che, se non il padre, è come minimo lo zio della psicanalisi) pubblicò nel 1952 un saggio intitolato “Sincronicità come principio di nessi acausali”. Continua a leggere

Marettimo, metà marzo

cani marettimo

di Stefanie Golisch

Blüht nicht zu früh, blüht erst wenn ich komme.
Gottfried Benn: März. Brief nach Meran.

La prima e l’ultima immagine è quella dei cani che dormono distesi in mezzo alla strada, con la maestosa indifferenza di quelli che non fanno nessuno sforzo per piacere agli altri e che, proprio per questo, sono gli unici che ci piacciano veramente.
Infatti mi sono subito affezionata ai cani di Marettimo ? che in verità sembrano un unico cane, il cane, travestito in vari modi: fratelli pacifici in un luogo lontano dal mondo dove succede poco e potrebbe succedere ancora di meno.
Raramente mi sono trovata in un posto dove ho sentito trascorrere il tempo più lentamente che a Marettimo, la più lontana isola delle Egadi, quasi più vicina all’Africa che all’Europa. Lo scrittore inglese Samuel Butler, traduttore dotto dell’Odissea, sosteneva che Marettimo fosse la mitica Itaca, l’inizio e la fine dei grandi miti dell’umanità.
E perché no?
La patria dei miti non si trova certo sulla mappa geografica, ma nei paesaggi poco precisi delle nostre anime irrequiete.
E così, durante la mia breve permanenza a Marettimo, mi è piaciuto pensare di trovarmi davvero a Itaca: la mia Itaca personale, un luogo di passaggio, né di partenza, né di arrivo, una piccola parentesi come tutti i nostri troppo numerosi viaggi condotti all’insegna del risparmio con un volo Ryanair: rumoroso, scomodo, ma always on time.
Sì, sono convinta che Samuel Butler avesse proprio ragione: Marettimo è Itaca. Qualsiasi isola nel grande Mediterraneo è Itaca, generosa terra di sogno e di senso, di dubbio e dell’eterno non sapere delle cose e dei loro nessi nascosti.
Inutile cercare di capire, di teorizzare, trovare formule, magiche o matematiche, riposte ? mentre ciò che conta sono solo le domande e la certezza di non trovare mai una risposta. Continua a leggere