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Down Under: Finalmente letteratura! ITALO CALVINO (seconda parte).

Sponsorizzato dall’Ambasciata d’Italia a Wellington, dal Ministry for Ethnic Communities della Nuova Zelanda e dalla Società Dante Alighieri di Auckland, il podcast Finalmente letteratura! vede il Professor Bruno Ferraro* e Matteo Telara chiacchierare di autori, società, letteratura e cultura italiana dal lato opposto del mondo, in leggerezza, nel cosiddetto Down Under neozelandese, tra aneddoti curiosi e brevi approfondimenti.

Nel primo episodio dedicato ad Italo Calvino, Bruno e Matteo avevano conversato dell’arte combinatoria, la struttura letteraria usata da Calvino in alcuni dei suoi libri, quali Le città invisibili e I tarocchi.
Calvino scrisse anche saggi teorici, tra i quali Cibernetica e fantasmi, tratto da una serie di conferenze fatte nel 1967 in varie città italiane, sulla narrativa come processo combinatorio. Calvino era molto interessato alla Continua a leggere

Venezia ho paura di perderla tutta in una volta

Dopo il tramonto, sulle terrazze della reggia, Marco Polo esponeva al sovrano le risultanze delle sue ambascerie. D’abitudine il Gran Kan terminava le sue sere assaporando a occhi socchiusi questi racconti finché il suo primo sbadiglio non dava il segnale al corteo dei paggi d’accendere le fiaccole per guidare il sovrano al Padiglione dell’Augusto Sonno. Ma stavolta, Kublai non sembrava disposto a cedere alla stanchez­za. – Dimmi ancora un’altra città, – insisteva.

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Italo Calvino (1923 – 1985)

Italo  Calvino, Le città invisibili.

A Eudossia, che si estende in alto e in basso, con vicoli tortuosi, scale, angiporti, catapecchie, si conserva un tappeto in cui puoi contemplare la vera forma della città. A prima vista nulla sembra assomigliare meno a Eudossia che il disegno del tappeto , ordinato in figure simmetriche che ripetono i loro motivi lungo linee rette e circolari, intessuto di gugliate dai colori splendenti, l’alternarsi delle cui trame puoi seguire lungo tutto l’ordito. Ma se ti fermi a osservarlo con attenzione, ti persuadi che a ogni luogo del tappeto corrisponde un luogo della città e che tutte le cose contenute nella città sono comprese nel disegno, disposte secondo i loro veri rapporti, quali sfuggono al tuo occhio distratto dall’andirivieni dal brulichio dal pigia-pigia. Tutta la confusione di Eudossia, i ragli dei muli, le macchie di nerofumo, l’odore di pesce, è quanto appare nella prospettiva parziale che tu cogli; ma il tappeto prova che c’è un punto dal quale la città mostra le sue vere proporzioni, lo schema geometrico implicito in ogni suo minimo dettaglio.
Perdersi ad Eudossia è facile: ma quando ti concentri a fissare il tappeto riconosci la strada che cercavi in un filo cremisi o indaco o amaranto che attraverso un lungo giro ti fa entrare in un recinto color porpora che è il tuo vero punto d’arrivo. Ogni abitante di Eudossia confronta all’ordine immobile del tappeto una sua immagine della città , una sua angoscia, e ognuno può trovare nascosta tra gli arabeschi una risposta, il racconto della sua vita, le svolte del destino.
Sul rapporto misterioso di due oggetti così diversi come il tappeto e la città fu interrogato un oracolo. Uno dei due oggetti,- fu il responso -, ha la forma che gli dei diedero al cielo stellato e alle orbite su cui ruotano i mondi; l’altro ne è un approssimativo riflesso, come ogni opera umana.
Gli àuguri già da tempo erano certi che l’armonico disegno del tappeto fosse di fattura divina; in questo senso fu interpretato l’oracolo, senza dar luogo a controversie. Ma allo stesso modo tu puoi trarne la conclusione opposta : che la vera mappa dell’universo sia la città d’Eudossia così com’è, una macchia che dilaga senza forma, con vie tutte a zig-zag, case che franano una sull’altra nel polverone, incendi, urla nel buio.

L’ atlante di Calvino. Se le città invisibili raccontano i nostri sogni

pedro cano

di Franco Marcoaldi

Per quanto favolosi, Bengodi e il Paese di Cuccagna non appagano pienamente lenostre fantasie sui luoghi immaginari. Ci serve qualcosa di più elettrico, nervoso. E quel qualcosa, forse, si può trovare in città. Per questo abbiamo ripreso in mano «Le città invisibili» di Italo Calvino: il libro in cui, a suo stesso giudizio, ha «detto più cose»; in cui sono confluiti tutti i ragionamenti, le osservazioni e le ansie riguardo alla sua idea di letteratura. Perché la città, suggerisce nelle «Lezioni americane», è il simbolo ideale della costante frizione tra il desiderio di un ordine razionale e geometrico della realtà e il caos pulviscolare che la sottende. Per dare conto di questo doppio movimento, Calvino disegna un atlante metropolitano fantastico e noi lo seguiamo stupefatti. Perché tutti quei luoghi, frutto dell’ immaginazione, raccontano al contempo la nostra realtà quotidiana: raccontano la simultanea molteplicità di un mondo che ci illudiamo di conoscere e controllare per intero, mentre ci sfugge da tutte le parti, alimentando frustrazione e smarrimento. E’ come se fossimo chiamati a un compito che non riusciamo ad assolvere. Continua a leggere

Le città invisibili

le città invisibili

di Anna Pannega

Un debito con un amico, a Fabrizio da Anna, lettrice.

Era il 2005 quando ho saputo che a Palermo, città di sole e di bellezza, ci sarebbe stata una mostra di Pedro Cano intitolata “Le città invisibili”, ho pensato subito che fosse uno di quei regali inaspettati della Tyche che ti fanno esclamare, ingenuamente: “questo è per me, solo per me! “

La magia degli acquarelli di Cano dedicata alle città di Calvino: summa di leggerezza , aerea, fragrante, che però si fa nebbia densa ed avviluppante ad entrarci dentro.

Leggerezza come categoria estetica, ma anche come obiettivo etico; sottrazione di peso; …ho cercato di togliere peso ora alle figure umane, ora ai corpi celesti, ora alle città … ( ci lascia detto il maestro Calvino nelle sue Lezioni americane, p.7, Oscar Mondadori, 1999). Continua a leggere