The Dark Figure – una domanda

(The Dark Figure, 1938, di Federico Castellòn)

di Raffaela Fazio

Una domanda che mi pongo: perché accettiamo cose che non dovremmo accettare? Tutti sappiamo che ci sono situazioni/persone che, se entrano nella nostra vita, mettono a repentaglio aspetti percepiti universalmente come “costruttivi” (ad esempio ? senza menzionare quello necessario, di base, che è l’incolumità ?, la serenità, l’amor-proprio, la fiducia in sé e nel mondo) e alcuni valori rodati (tra cui la trasparenza e la coerenza).
Non parlo qui di un’accettazione “passiva”, dovuta a un atteggiamento di benevolenza (quasi “zen”) o a semplice abitudine/indolenza; mi riferisco all’accettazione di una realtà/persona che noi stessi abbiamo voluto se non addirittura cercato.
Credo che la dannosità di una situazione potrebbe essere considerata in due modi, di cui il primo, per fortuna, non è sempre valido: in modo assoluto (se sono in atto patologie o pattern oggettivamente riconoscibili come deleteri) e in modo relativo (se dipendente dall’interazione/dinamica specifica tra un individuo e un altro individuo, che funge da “innesco”).
Premesso questo, perché siamo disposti ad avvicinarci a rischi che conosciamo o di cui potremmo leggere i primi segnali senza troppa difficoltà?
Non so dare una risposta sicura, ma solo immaginare alcuni motivi. Essere schematica mi aiuta, anche in ciò che esula (lo so) da ogni schematismo.
Ecco una serie di ipotesi, escludendo la troppo facile soluzione della “non-conoscenza del sé” o della presunta (percepita) mancanza di alternative:
1) la speranza di cambiare la situazione di partenza, forse sottovalutandone la complessità o sopravvalutando le proprie forze;
2) uno sbaglio di proporzione/prospettiva, nel vedere la negatività di una persona all’interno di un contesto più ampio e positivo, in presenza di altre qualità, che però, in fin dei conti, non ne diminuiscono la tossicità;
3) una bilancia mal calibrata sul “bene” personale che si pensa possa derivare dalla situazione;
4) la pulsione ad auto-infliggersi sofferenze, per un’erronea idea di espiazione o per una forma di auto-punizione;
5) la più o meno inconscia propensione ad attivare le proprie zone d’ombra, per riuscire ad integrarle in una specie di riconciliazione interna;
6) la più o mena inconscia tendenza a ripetere il tipo di sofferenza che si conosce meglio (dall’infanzia o da tempi più recenti) nella speranza di saper trovare una risposta più adeguata.
Se mi pongo questa domanda, evidentemente è perché credo che sia importante rifletterci… ma forse anche perché penso che, purtroppo, non sia facile né agire razionalmente quando sono in gioco parti “ctonie” della nostra personalità, né imparare una volta per tutte dalle nostre esperienze.
Eppure, una regola d’oro potrebbe aiutarci nel distanziarci da certe situazioni, o al contrario nell’avvicinarci ad esse: seguire ciò che ci permette di essere la versione migliore di noi stessi. E sforzarci sempre di capire quale sia questa versione.

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