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Don Antoine Metin: “La scelta dell’ignoranza o la volontà di non sapere”

Don Antoine Metin, sacerdote originario del Benin, è vicario presso la mia parrocchia, San Lorenzo e Quirico, a Firenze (nella foto, la chiesa di San Lorenzo a Ponte a Greve). Si trova qui in missione “fidei donum”, ovvero invitato dal vescovo per svolgere la sua missione pastorale.

Ho avuto modo di leggere alcuni suoi testi molto interessanti. Eccone di seguito uno decisamente attuale (e che ho apprezzato anche per la qualità linguistica, dato che Don Antoine è originariamente francofono).

“La scelta dell’ignoranza o la volontà di non sapere”

Il rapporto tra i popoli rimane segnato da una incomprensibile disuguaglianza in un mondo globalizzato. Come possiamo accettare che nel XXI secolo, nonostante la cultura digitalizzata e il movimento delle popolazioni, le persone continuino a ignorare ciò che ritengono non meritevole fino al punto di ignorarsi a vicenda?

Dal latino ignorantia, ignorare significa mancare di conoscenza in un determinato campo. La mancanza di conoscenza è un vuoto, una debolezza, una limitazione. Da questo punto di vista, l’ignoranza non nobilita né l’ignorante né coloro che hanno la responsabilità di educarlo e renderlo un uomo giusto e ragionevole.

Non c’è nulla di straordinario nella mancanza di conoscenza. Non si può sapere tutto e non si può essere colti in ogni campo. Ecco perché l’ignoranza è perfino un segno della nostra umanità limitata, rispetto ai campi della conoscenza a cui si applica l’intelligenza.

Il fatto che un’istituzione manchi di conoscenza può anche essere inteso come il fatto che essa si occupi di un determinato campo e non debba interessarsi ad altri che non rientrano nelle sue competenze e che non richiedono alcuna attenzione da parte sua.

La Chiesa, come famiglia di Dio, non è un’istituzione incentrata su un solo ambito. Ha come centro d’interesse l’intera umanità e come campo d’azione il mondo intero. È quindi inammissibile che il suo modo di agire e il suo linguaggio diffondano i difetti di una società che mantiene deliberatamente ‘‘l’ignoranza voluta” come criterio di gestione degli affari. Continua a leggere

Scelta


C’è qualcosa da cui pensiamo di non poterci separare? A volte è un oggetto religioso, o qualsiasi altra cosa ritenuta indispensabile. Ma una cosa soltanto non dovrebbe mai mancare: il Vangelo. Proviamo a esercitarci in questa scelta.

Miracoli

Per Gesù è importante che leggiamo ogni giorno qualcuna delle Sue parole. A Gabrielle chiede di fargli questo onore. Ci fa effetto un Cristo che chiede, e chiede in questo modo. Come il padre della parabola, che prega il figlio maggiore di partecipare alla festa del fratello perduto e ritrovato. Miracoli dell’amore vero.

Onori

Gesù vuole che leggiamo ogni giorno qualcuna delle sue parole. Alla Bossis dice di fargli questo onore: glielo neghiamo? Viene voglia di centellinarle, quelle sue parole, gustando il piacere di far piacere a Lui. Leggere il Vangelo diventa un modo per essere felici.

Gusti


Lui è nostro e noi siamo suoi: non dobbiamo temere di esagerare nell’amore. Gesù fa di tutto per fondersi con noi; nei racconti degli evangelisti troviamo certamente ciò che nel Maestro risponde, addirittura, ai nostri gusti, alle nostre inclinazioni: la gloria, l’umiltà, l’abnegazione, la misericordia, lo zelo, la preghiera. Il Cristo raccomanda alla Bossis di prendere, al mattino, un brano di Vangelo e di portarlo con sé nella giornata: diventerà la chiave  dell’imitazione, il perfezionamento dell’intimità. Lui è nostro, e noi siamo suoi.

Memo


La gioia ha una funzione speciale: è un segno del cielo, e dunque del profondo. Siamo abitati dalla gioia, ma tendiamo a ignorarlo. Ecco perché c’è bisogno del Vangelo: per ricordarci una realtà scontata, di cui, pure, perdiamo la memoria.

Verbo più avverbio

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da qui

Molti si chiedono come sia possibile cambiare vita. C’è qualcosa che resiste, dentro, che impedisce di passare all’altra riva, com’è scritto nel Vangelo. E’ come se alla bocca dello stomaco ci fosse un buco nero, un vortice potente che annullasse ogni proposito, e rendesse vana ogni speranza. Alla fine, la persona si sente come un vulcano spento, una fontana secca, una terra inaridita. C’è un segreto per sbloccare il meccanismo, per prendere il largo, come Gesù raccomanda ai discepoli prima della pesca straordinaria nel lago di Genesaret?
Sì, il modo c’è; la formula è verbo+avverbio: accettare umilmente. All’inizio fa male, ma si sa che se il vangelo non fa male non è più vangelo (e quante volte succede, nella Chiesa). Dopo il dolore dell’inizio, si apre un orizzonte nuovo, e finalmente, oltre lo specchio d’acqua, si scorge un altro tratto di terra, un’altra riva: quello che chiamiamo “tu”.

Fabrizio Centofanti e il Vangelo come non l’avete mai letto

vangelo di fabrizio
di Guido Michelone

È obiettivamente difficile riassumere – anche perché verrebbero banalizzati – i contenuti del nuovo libro di Fabrizio Centofanti dal coinvolgente titolo Il Vangelo come non l’avete mai letto, ma è ancor più arduo collocarlo in un genere predefinito. Continua a leggere

Gesù era un narratore (e anche un marinaio)

vangelo libro
di Alessandro Zaccuri

Da quando lo conosco, Fabrizio Centofanti è sempre in vantaggio di un libro. Uno è convinto di aver appena ricevuto il suo ultimo titolo e subito ne spunta un altro, fresco di stampa. È un’officina inesausta, un laboratorio che non chiude mai per ferie. I preti, in effetti, in ferie non ci vanno, specie quelli come don Fabrizio, che il carisma delle periferie lo hanno coltivato con convinzione anche prima che il concetto godesse della pur meritata popolarità. Continua a leggere

Cesare e Dio

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da qui

L’omelia era un genere letterario. Oggi è un modo per far sentire la voce del vangelo tradotta nella lingua del nostro tempo: parole in bilico su lunghezze d’onda diverse, sempre sul punto di essere fraintese, travisate, strumentalizzate. Per una volta, sfidando i livelli della realtà, l’incrocio tra missione e virtualità, ho pensato che valesse la pena, su un tema delicato come quello del rapporto tra fede e politica, condividere un’esperienza circoscritta, in genere, a coloro che superano la soglia materiale della chiesa. C’è una soglia spirituale che viene oltrepassata da un numero molto maggiore di persone; e queste persone potrebbero incontrarsi al di là dell’adesione a una confessione religiosa, sul terreno di un rinnovamento necessario dei rapporti economici, politici e sociali. Per una volta.

Perché?

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da qui

Oggi mi hanno rimproverato, con una smorfia di disprezzo. Mi colpisce sempre, non perché ignori che è la norma per chi annuncia il vangelo, ma perché mi chiedo cosa leggano, queste persone, nel vangelo. Il testo proposto, per la festa dell’Assunta, era il Magnificat, che parla di potenti rovesciati e di poveri innalzati. Non credo ci sia da interpretare. E’ un dettato limpido, da cui traspare la potenzialità rivoluzionaria del pensiero di Cristo. Ho detto che non è una lotta armata, anche se il potere a volte è così forte da esserne tentati. Ho detto che non è un’utopia, perché la comunità cristiana mette gli ultimi della terra al primo posto. Ecco perché i verbi del Magnificat sono al passato, invece che al futuro: ha spiegato, ha soccorso, ha rovesciato: sta già cominciando ad accadere, è già accaduto. Mi hanno sibilato il disprezzo al momento della pace. Alla fine della messa lancio sempre il mio avviso spirituale, dopo quelli di routine della settimana pastorale. L’ho formulato così: quando nasce Gesù, Erode e tutta Gerusalemme rimangono turbati: perché? Quando si annuncia un vangelo come questo, alcuni rimangono turbati: perché? Cosa avranno da temere? Forse la risposta è troppo chiara per essere accettata, troppo limpida per non essere costretti a travestirla.