
Jacques Derrida
di Danilo Di Matteo
Un autore generalmente considerato impolitico o prepolitico come Jacques Derrida ci aiuta potentemente a comprendere due fenomeni complessi dell’attuale scenario politico occidentale e globale: 1) i populismi, variamente declinati; 2) il “divorzio” tra democrazia e capitalismo, presagito da Norberto Bobbio già negli anni Ottanta. Cediamo la parola al filosofo franco-algerino: «Con questo divenir-politico, e attraverso tutti gli schemi che gli attribuiamo, a cominciare dal più problematico di tutti, quello della fraternità, si apre la questione della democrazia, la questione del cittadino o del soggetto come singolarità contabile. E quella di una ‘fraternità universale’». Ed eccoci al passaggio dirimente: «Non c’è democrazia senza rispetto della singolarità o dell’alterità irriducibile, ma non c’è neanche democrazia senza ‘comunità degli amici’ (koinà tà phílon), senza calcolo della maggioranza, senza soggetti identificabili, stabilizzabili, rappresentabili e uguali tra loro». Cinque righe che paiono condensare un intero trattato politologico. E ancora: «Queste due leggi sono irriducibili l’una all’altra. Tragicamente inconciliabili e per sempre offensive» [1].



















