Archivi categoria: Pensiero

“O miei amici democratici”. Una riflessione su Jacques Derrida

Jacques Derrida

di Danilo Di Matteo

Un autore generalmente considerato impolitico o prepolitico come Jacques Derrida ci aiuta potentemente a comprendere due fenomeni complessi dell’attuale scenario politico occidentale e globale: 1) i populismi, variamente declinati; 2) il “divorzio” tra democrazia e capitalismo, presagito da Norberto Bobbio già negli anni Ottanta. Cediamo la parola al filosofo franco-algerino: «Con questo divenir-politico, e attraverso tutti gli schemi che gli attribuiamo, a cominciare dal più problematico di tutti, quello della fraternità, si apre la questione della democrazia, la questione del cittadino o del soggetto come singolarità contabile. E quella di una ‘fraternità universale’». Ed eccoci al passaggio dirimente: «Non c’è democrazia senza rispetto della singolarità o dell’alterità irriducibile, ma non c’è neanche democrazia senza ‘comunità degli amici’ (koinà tà phílon), senza calcolo della maggioranza, senza soggetti identificabili, stabilizzabili, rappresentabili e uguali tra loro». Cinque righe che paiono condensare un intero trattato politologico. E ancora: «Queste due leggi sono irriducibili l’una all’altra. Tragicamente inconciliabili e per sempre offensive» [1].

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POESIA E POLITICA. Daryush SHAYEGAN, Il divenire iraniano e il passato culturale. Traduzione e riduzione di Giselda Pontesilli

 

Daryush Shayegan

IL DIVENIRE IRANIANO
E IL PASSATO CULTURALE

 

traduzione e riduzione di Giselda Pontesilli

 

Il testo qui presentato fa parte di Les illusions de l’identité, una raccolta di venti
articoli, scritti in francese, curata dall’autore stesso, il filosofo iraniano Daryush
Shayegan (1935-2018) e pubblicata nel 1992.

Il divenire iraniano e il passato culturale è contenuto nella Prima Parte della
raccolta, intitolata Poesia e arte, e svolge, soprattutto nei paragrafi Il contatto con l’Occidente e Un’arte di transizione, due temi fondamentali nel pensiero di Shayegan: la teoria della cultura e, congiuntamente, il “Dialogo di civiltà”, per i quali egli ricevette nel 2009, insieme a Mohammad Khatami, il Premio danese per il Dialogo Globale (Global Dialogue Prize). Continua a leggere

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La Trasfigurazione

di Giampaolo Centofanti

Mt 17,1-9 Verità e bellezza

Trasfigurazione del Signore

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui.
Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo».
All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.
Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

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Da che pulpito, di Andrea Ponso


La “Carità” in senso cristiano, l’amore, diceva Massimo il Confessore, dovrebbe essere motore di una “LODEVOLE DISUGUAGLIANZA”: questa “lodevole disuguaglianza” mi risuona in testa da tanto, al fondo dell’unità e della comunione.
Anche, e forse più modestamente, al fondo di quella falsa “unità” che è in realtà parificazione e pianificazione, conformismo comodo e confortevole – oppure è simulazione delle “diversità”, loro inarrestabile invenzione, perfettamente funzionale ai bisogni pulsionali del mercato globale, all’ansia continua di movimento, come di insetti, al fare che coinvolge spesso, come una febbre sopra al vuoto, anche la Chiesa; decostruzione continua del discontinuo, dell’inaudito, del silenzio come fecondità e Mistero (dove, nei luoghi pubblici, possiamo ancora trovare silenzio, ad esempio? Dove?). Lo stesso Massimo scrive: “Gli uomini, lasciando il pianto sui propri peccati, hanno sottratto il giudizio al Figlio, ed essi stessi, come se fossero senza peccato, si giudicano e si condannano l’un l’altro, ma essi non si vergognano perché divenuti insensibili”.
È questo che distrugge, è questo che ti fa sentire pronto per la cella monastica o per quella manicomiale: in cerca semplicemente d’amore, un amore che non distrugge nessuna disuguaglianza, ma la rende lodevole, degna di ascolto e di cura. Ed è un segno di salute, io credo, sentirsi oggi in questo modo.

Diario del disarmo. In direzione del sacro, di Michele Caccamo. 1

1ª pronuncia

Ti parlo lentamente perché mi hanno detto che sei morto.
Anche se non riesco a immaginarti con gli occhi chiusi e con la tovaglia della messa ai piedi. Piuttosto penso tu abbia cercato un posto in penombra per non farti più trovare.
Come sai, qui, il mondo scorre, produce, comunica, senza però originare nulla di sacro.
L’anello si è ormai spezzato, non abbiamo compassione nemmeno di noi stessi; non troviamo virtù teologali nel nostro animo.
Siamo scesi, mio Dio, e oggi copriamo il suolo senza pensare alla sorte della vita, avanziamo in una superficie ad alta risoluzione, che non è terra e non è mondo.
Siamo diventati inutili transitanti.
Parliamo con la voce delle macchine, pensiamo in schemi. Persino la nostra anima è costretta a giustificarsi e a dimostrare la sua utilità.
Abbiamo scambiato la trascendenza per un bug dell’apparato sociale.
Ormai sono anni che ci hanno educati a credere che la tua assenza sia una conquista. Ma senza di te l’uomo ha perso la sua dimensione universale, non fa che dilatarsi dentro il proprio limite: vaga tornando sempre nello stesso punto, confondendo l’espansione con la salita.
Ti parlo perché in questa nuova fede della ragione io credo si nasconda un’angoscia letale. Ed è per questo che siamo sventurati, smarriti, senza neanche uno spirito che ci guidi.
Tu non eri l’opposto dell’uomo, ma ti hanno fatto diventare la sua parte inutilizzabile. E così, quando l’uomo ha deciso di poter essere tutto, ti ha espulso: come un errore del sistema, come un file corrotto. Continua a leggere

Il participio del credere, di Alessandro Pertosa

Nella vita di ogni essere umano, c’è un punto in cui le certezze smettono di bastare. Le parole imparate si fanno troppo strette, le formule che un tempo rassicuravano non sono più capaci di contenere il respiro profondo dell’anima. È allora che si comprende che credere non è semplicemente l’atto di aderire a una verità, ma di attraversarla completamente. È un respiro che si rinnova, una corrente che non si arresta. Credere è un verbo in divenire, voce piegata al presente fuggevole, mai fissata nella garanzia del passato. Il credente autentico abita il participio del fare, non quello del fatto. Non dice «ho creduto», dice «sto credendo». Non posa il cuore su un dogma marmoreo, lo lascia sospeso nel vento dell’incertezza, dove la fede rimane cammino, scelta, tensione viva. Ogni giorno si rialza, stanco e fragile, e pronuncia il suo sì ancora una volta nonostante tutto, nonostante il mondo, nonostante se stesso. Continua a leggere

Lottare con la forza del pensiero

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Pensare la pace durante un raid aereo
di Virginia Wolf

La notte scorsa e quella precedente i tedeschi erano sopra la nostra casa. Adesso
sono tornati. È un’esperienza strana, trovarsi sdraiati al buio ad ascoltare il volo di
un calabrone che in ogni momento potrebbe pungerti fatalmente. È un rumore che
interrompe il fluire calmo e continuo di un pensiero sulla pace; eppure un frastuono
che costringe a concentrarsi sulla pace, molto più di una preghiera o di un inno
nazionale. Continua a leggere

Contro il banale, un inno alla semplicità

di Raffaela Fazio

L’alternativa alla banalità è la semplicità.

Davanti alla complessità della vita e dell’essere umano, la banalità è un adagiarsi pigro, piatto e opaco, un tirare i remi in barca. Al contrario, la semplicità è una spinta, è il risultato di uno sforzo vivace, un viaggio continuo che non rinuncia alla ricerca di un orientamento, di un corso navigabile.

Sì, la semplicità è la vera alternativa; quella falsa risiede in ciò che è lambiccato, cervellotico, forzato. L’astrusità si rivela spesso un bluff, un ristagno che rende il complesso complicato e, fingendo originalità, in fondo non conduce lontano. Continua a leggere

Don Antoine Metin: “La scelta dell’ignoranza o la volontà di non sapere”

Don Antoine Metin, sacerdote originario del Benin, è vicario presso la mia parrocchia, San Lorenzo e Quirico, a Firenze (nella foto, la chiesa di San Lorenzo a Ponte a Greve). Si trova qui in missione “fidei donum”, ovvero invitato dal vescovo per svolgere la sua missione pastorale.

Ho avuto modo di leggere alcuni suoi testi molto interessanti. Eccone di seguito uno decisamente attuale (e che ho apprezzato anche per la qualità linguistica, dato che Don Antoine è originariamente francofono).

“La scelta dell’ignoranza o la volontà di non sapere”

Il rapporto tra i popoli rimane segnato da una incomprensibile disuguaglianza in un mondo globalizzato. Come possiamo accettare che nel XXI secolo, nonostante la cultura digitalizzata e il movimento delle popolazioni, le persone continuino a ignorare ciò che ritengono non meritevole fino al punto di ignorarsi a vicenda?

Dal latino ignorantia, ignorare significa mancare di conoscenza in un determinato campo. La mancanza di conoscenza è un vuoto, una debolezza, una limitazione. Da questo punto di vista, l’ignoranza non nobilita né l’ignorante né coloro che hanno la responsabilità di educarlo e renderlo un uomo giusto e ragionevole.

Non c’è nulla di straordinario nella mancanza di conoscenza. Non si può sapere tutto e non si può essere colti in ogni campo. Ecco perché l’ignoranza è perfino un segno della nostra umanità limitata, rispetto ai campi della conoscenza a cui si applica l’intelligenza.

Il fatto che un’istituzione manchi di conoscenza può anche essere inteso come il fatto che essa si occupi di un determinato campo e non debba interessarsi ad altri che non rientrano nelle sue competenze e che non richiedono alcuna attenzione da parte sua.

La Chiesa, come famiglia di Dio, non è un’istituzione incentrata su un solo ambito. Ha come centro d’interesse l’intera umanità e come campo d’azione il mondo intero. È quindi inammissibile che il suo modo di agire e il suo linguaggio diffondano i difetti di una società che mantiene deliberatamente ‘‘l’ignoranza voluta” come criterio di gestione degli affari. Continua a leggere

L’editoriale di Atelier, di Giuliano Ladolfi

Riflessioni di carattere estetico

Per un’estetica personalista 

Fin dai primi numeri di «Atelier», dalla metà cioè degli Anni Novanta, ci lamentammo dell’omertà della critica, dichiarammo i limiti dello Strutturalismo in un periodo in cui tale sistema regnava incontrastato nelle università e negli studi. Marco Merlin si accinse a rivalutare la poesia degli Anni Ottanta e Novanta, da molti dichiarata morta, e noi proponemmo una rilettura delle composizioni in versi dell’intero secolo, mettendo in adeguato risalto la tradizione. Continua a leggere

Quella rigenerante scalata verso l’amore e l’umiltà per adorare e contemplare Gesù Cristo. 

di Prisco De Vivo

In diverse occasioni ho pensato alla “conversione” come ad una vera e propria montagna da scalare e così mi è venuto anche di pensare che all’apice di questa montagna ripida ci aspetta con pazienza infinita Nostro Signore Gesù Cristo. 

A condurci fin su la vetta è la Vergine Maria, che ci accompagna con amore e grazia, e un’inesauribile schiera di serafini. Ella rimane sempre al nostro fianco nella fatica e nello sconforto.  Continua a leggere

Credenti o non credenti, a tutti necessita un ponte

di Giampaolo Centofanti

In https://gpcentofanti.altervista.org/lintoppo-della-storia-scovato/ rilevo che in tutta la storia della cultura, almeno occidentale, si può riscontrare un oscillare tra la teoria e la pratica. Platone e Aristotele, la grecità col suo filosofare e la romanità con la sua pratica di governo, Sant’Agostino e san Tommaso, Hegel e Kant, positivismo e romanticismo, Vaticano I e Vaticano II…
Dunque non solo nella Chiesa ma anche nel mondo non credente si ripropone il problema. Ricordiamo il programma di Hilbert, che voleva ricostruire una logica autoesplicantesi e i teoremi di incompletezza di Goedel che dimostrano che la logica non può non partire da punti accettati come dati (così tra l’altro da una fede) dunque dal contatto con l’esperienza concreta. Questioni suffragate dalle teorie del caos che hanno messo in crisi la scienza che vede la realtà concreta sfuggire continuamente al proprio controllo.
Siamo in un’epoca in cui l’oscillazione propende non di rado verso Aristotele, la pratica. Ma la teoria e la pratica colgono ciascuna aspetti riduttivi e distorcenti della realtà, conducono con più difficoltà nel mistero di ogni cosa. Continua a leggere

Charles Peguy e la bambina da nulla

di Gian Piero Stefanoni

solo i timidi si perdono

Se il percorso è nel segno della disputa, tra noi e la bellezza, tra noi e la tentazione nella disperante impazienza di uno sguardo che si pensa finito, pure è là, sotto la spinta dei timori e degli affanni la chiave di volta di uno Spirito, che a sapersi rimettere come abbiamo visto con Hopkins, non fa retrocedere.  

Grazia di una tensione nelle cui aperture il futuro è sempre disposto, e libero nelle incarnate aspirazioni del presente, di una creazione che, esposto alle illusioni, esposto ai fantasmi, chiama l’uomo a dirsi nella speranza che non lo fa solo.  Continua a leggere

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SCIENZA E FEDE: UN DIALOGO POSSIBILE

di Fabiano D’Arrigo


Il 25 gennaio 2018 sulla rivista “Journal for the Scientific Study of Religion” viene pubblicato l’articolo “Perceptions of Religions Discrimination Among U. S. Scientists” dove si dimostra che negli Stati Uniti gli scienziati che manifestano un sentimento religioso sono esposti a discriminazioni rispetto ai loro colleghi che prudentemente si astengono dal manifestarli.

Eppure non c’è una scienza “cattolica” o “protestante”; “socialista”, “nazista” o “laica”; c’è la scienza e basta. Giustamente la scienza rifiuta ogni qualificazione confessionale o ideologica. L’accettazione o meno di una tesi, che aspira alla scientificità, dipende solo dalle prove razionali e dalle corrispondenze tra le implicazioni della teoria con la realtà osservabile.

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L’umano che qui accade. Giovanni Testori e la dismisura della figliolanza

di Gian Piero Stefanoni

“a quattro passi dalla latrina-cesso,/nel nero bosco/delle fiere”

Se spesso allora il bosco è solo nuda Croce, come appunto da Jammes, l’agone è quello di un deserto nella cui disputa si decide, nella sua misura e nella sua struttura, il senso stesso di una modernità separata dal suo sapersi.  

L’agone è in un principio di realtà il cui permanere non è in se stesso, nella continuità e nell’azione di un pensiero concretamente nella domanda del suo presente, ma in una coatta e manipolata mancanza nella cui compressione, di identità e nomi, di aspirazioni e legami, è possibile scorgere l’espressione e lo svuotamento di un male che una volta in atto è difficile frenare. Continua a leggere

La necessità e il limite della connessione


di Raffaela Fazio

La presentazione dell’antologia “Connessioni” (Vita Activa Nuova, 2022), avvenuta a Roma a fine novembre 2023, mi ha spinta a proseguire la riflessione iniziata nel passato. Ho pensato che il tema potesse essere affrontato sia dal punto di vista della necessità della connessione (biologica ed esistenziale), sia dal punto di vista del suo limite (legittimo e naturale).

La necessità. Nasciamo dal e nel contatto. Nasciamo dal contatto tra due esseri umani. E cresciamo iscrivendoci all’interno di dinamiche relazionali. Attraverso il contatto e il confronto scopriamo parti di noi sempre nuove, e nuovi luoghi di appartenenza e di passaggio. Il contatto ci permette sia di conoscere i nostri confini, prendendo atto dell’alterità irriducibile dell’altro, sia di spingere più in là i nostri limiti, grazie all’apprendimento e all’arricchimento che proviene dall’esterno.  Continua a leggere

Giselda Pontesilli, “Appunti su Mario Perniola”

Cercando le idee chiave che reggono l’opera di Mario Perniola (1941-2018), si può partire da quanto, nelle sue Storiette autobiografiche (pubblicate nel 2016), egli dice di sé. Dandosi, con discrezione, del voi, egli si dichiara:  

“[…] erede della tradizione dei samurai senza padrone, i ronin, cioè di quei guerrieri solitari non organici rispetto a chicchessia in cui nel corso del tempo [voi, cioè lui stesso] avete finito per riconoscervi” (1); 

così scrive, definendosi dunque, più che filosofo, guerriero, poiché, come ben spiega nella sua penultima opera, L’estetica italiana contemporanea (del 2017):

 “In questo periodo storico l’autorevolezza della filosofia è gravemente compromessa dalla comunicazione massmediatica, che ha riportato intere popolazioni allo stadio infantile, nonché dall’arroganza della tecnica e del dogmatismo scientistico che, occultando il proprio rapporto con gli interessi economici, si è posto come unico portavoce della verità”. Continua a leggere

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Fare un passo (e cambiare l’alfabeto)

di Raffaela Fazio

 

  1. Il passo in avanti: per superare la delusione

 

A ben riflettere, la persona, la cosa che ci delude non è responsabile del sentimento che noi proviamo. Il sentimento è “nostro”.

Quando ci rendiamo conto di questo, ecco allora che spesso ci sentiamo in colpa. In colpa perché non abbiamo guardato con sufficiente attenzione chi/cosa ci stava davanti, perché abbiamo visto ciò che volevamo vedere, perché, insomma, non siamo stati in grado di valutare in modo obiettivo la situazione senza lasciarci influenzare dai nostri desideri. 

Certo, uno sguardo lucido aiuta. In qualsiasi rapporto, sarebbe bene non percepire l’altro come azionato da meccanismi interni uguali ai nostri e sarebbe sano non pensare che tali meccanismi trovino un unico canale di espressione. Ma, anche se ci sforziamo di ripulire il nostro sguardo, rimane il fatto che siamo esseri complessi, animati da aspettative.  Continua a leggere

Meditazioni catalane su tempi e modi del divenire

di Riccardo Ferrazzi

Chissà perché non mancano mai i politicanti interessati a fomentare discordie in nome delle “piccole patrie”, anche se poi, quando conquistano un po’ di potere, tutti i cambiamenti si riducono a faccende puramente nominali, come i cartelli stradali nella lingua del posto.  

Tanto tempo fa, tornando in Spagna dopo una lunga assenza, rimasi disorientato dai nuovi cartelli indicatori. In autostrada ogni tanto vedevo apparire un cartello che indicava la distanza da una sconosciuta Lleyda. Che fosse il nome catalano di Lerida? Saperlo sarebbe stato utile. Per quel che ricordavo, Lerida doveva essere più o meno da quelle parti, ma non ce n’era traccia: Lleyda rimase Lleyda anche quando passai davanti allo svincolo di uscita. Avevo forse imboccato un’autostrada nuova, che andava in tutt’altra direzione? Solo quando cominciarono ad apparire i cartelli che indicavano la distanza da Saragozza (che, non essendo catalana, continuava a chiamarsi Zaragoza) mi tranquillizzai: ero sulla strada giusta.  Continua a leggere