Se facessimo tutto come quando usciamo dall’Eucaristia, troveremmo la pace.
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Essere è ringraziare. La rivoluzione eucaristica
Dalla Grecia antica, le analisi della condizione umana si succedono a ritmo incalzante, per cui è difficile formarsi un quadro coerente dei labirinti del pensiero, distribuiti in tutti i mari dell’essere, a molteplici livelli di profondità, dopo aver lambito ogni tipo di costa. A fronte di un così inesauribile scavo, non sembra affatto raggiunta una chiarezza universale, anzi, la percezione più comune è quella di un disorientamento, di una mancanza crescente di punti di riferimento, di un venir meno di fondamenti visibili o invisibili, parafrasando il titolo della raccolta poetica di Luzi. Continua a leggere
Il prezzo
Il paradosso
Mangiare
Levate la pietra
Ogni istante

Gesù ha voluto rimanere tra noi, essere preso tra le mani, mangiato, bevuto. Ci ama tanto da non voler far pesare la sua assenza, in questo accordo perfetto fra interno e esterno che è l’Eucaristia. Non gli vogliamo più bene, se pensiamo a questo? Anzi, non lo amiamo di più? Il Corpo e il Sangue di Cristo ci invitano a vivere ogni istante con amore, così come ha vissuto Lui.
Dies natalis

In genere, della morte si ha paura. Si fa di tutto, per procrastinarla: si spera, addirittura, in qualche tecnica d’ingegneria biologica che permetta di evitarla per sempre.
Gesù, alla viglia della dipartita, istituisce l’eucaristia, che significa rendimento di grazie: ringrazia, dunque, per la morte. Ha scoperto la tecnica giusta, che i Padri della Chiesa chiamavano, con il consueto acume, “farmaco dell’immortalità”. Di eucaristia in eucaristia, anche noi impariamo a ringraziare per quello che i primi cristiani definivano il “dies natalis”: nello stesso tempo, il giorno della morte e il giorno della nascita. Intelligenti pauca.






