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Come noi

Abbiamo paura della morte, ma è solo l’ultimo atto di abbandono. Se adesso conviene affidarsi, quanto più quando saremo privi di ogni autonomia. Dio pensa a tutto, credevamo che fosse come noi.

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La paura


Abbiamo paura della morte. Eppure, si tratta di accostare la nostra sofferenza alla sofferenza di Gesù. Come fu allora, la ferita permetterà l’ingresso nella vita eterna, dove non ci sarà più né lutto né pianto, dove Dio sarà tutto in tutti come gioia.

Paura


Offrire a Gesù la propria morte, come Lui offre la Sua: un’idea che cambia la vita, perché stana la paura che si annida in fondo al cuore, ed emerge nei momenti più impensati. Ogni paura è sempre paura della morte: se la viviamo con Gesù, diventa gioia.

Adesso e nell’ora della nostra morte


Il criterio più importante della vita è nascosto nell’Ave Maria, la preghiera più semplice di tutte. C’è un passo che ricorda l’essenziale: “adesso e nell’ora della nostra morte”. Se riusciamo a collegare l’adesso col momento della morte, abbiamo risolto ogni problema. Nell’ora della morte svanisce il superfluo, che appesantisce il momento che viviamo. Collegare il presente con la morte libera dalla zavorra del non senso.

La soluzione

Morire amando, come Gesù, che nell’ultimo istante consegnò lo Spirito, ossia l’amore, il dono eterno che è impossibile perdere, perché è l’unica cosa che rimane. Fare della morte un atto d’amore: è la vera soluzione della vita.

Più bello

La morte è una festa da preparare bene, per Gesù. Come quando ci si impegna a celebrare un evento e si va in cerca dei piatti, dei bicchieri, delle stoviglie migliori. Tutto sarà più bello: non avremo parole per esprimere la gioia che sentiremo in cuore. 

L’ultimo giorno

Oggi è l’ultimo giorno di vita, per Terenzio. La sveglia è alle cinque e un quarto, come sempre, ma apre gli occhi prima che squilli. L’ha puntata per non perdere un minuto del tempo che gli resta. Come ogni mattina, legge un pensiero religioso, poi strappa la pagina del calendarietto: ha un sussulto al pensiero che sia l’ultima. La guarda diversamente dalle altre, come fosse “la sua”. In effetti è così: il giorno che vai via è il tuo giorno, il dies natalis, dicevano i Padri, il giorno natalizio.

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Come un profumo

Gesù dice a Gabrielle di apprezzare l’espressione “rendere l’anima”. Aggiunge di averci dato la sua con tanto amore, e invita noi a renderla con tutta la tenerezza e l’affezione possibile. Quando verrà a coglierla, che essa gli doni il suo schianto come un profumo.

Sarò Io

Abbiamo paura di morire. Il problema è il cambiamento, la trasformazione. Potremmo dire, dunque: abbiamo paura di cambiare. Si muore tante volte, nella vita: amare è cambiare, giorno dopo giorno, imparare a fare spazio, lasciare i propri beni, la terra dove ormai ci sentiamo a casa nostra, e compiere un esodo pieno d’incertezze. Gabrielle chiede a Gesù, pochi giorni prima di spirare: e dopo, cosa sarà? E Lui risponde: sarò Io, sarò sempre Io.

Dies natalis


In genere, della morte si ha paura. Si fa di tutto, per procrastinarla: si spera, addirittura, in qualche tecnica d’ingegneria biologica che permetta di evitarla per sempre.
Gesù, alla viglia della dipartita, istituisce l’eucaristia, che significa rendimento di grazie: ringrazia, dunque, per la morte. Ha scoperto la tecnica giusta, che i Padri della Chiesa chiamavano, con il consueto acume, “farmaco dell’immortalità”. Di eucaristia in eucaristia, anche noi impariamo a ringraziare per quello che i primi cristiani definivano il “dies natalis”: nello stesso tempo, il giorno della morte e il giorno della nascita. Intelligenti pauca.