Archivi categoria: Storia della scienza

Le parole della scienza 4: che forza!

di Antonio Sparzani

Ercole Farnese

La terza puntata qui, dove sono indicate anche le prime due. Ricordo che un’altra parola importante, “energia”, l’avevo già esaminata qui.
Vorrei ora invece parlarvi della parola “forza”, che tanto posto occupa sia nel linguaggio naturale che nella scienza, fisica e non solo, anche chimica, biologia, ingegneria, ecc. Ripeto per l’ennesima volta che la scienza, e la fisica in particolare, su cui mi vorrei concentrare, pesca nel linguaggio naturale le parole che più le aggradano, bloccandone però inevitabilmente il significato ad una denotazione precisa.
Non vorrei risalire troppo indietro nell’etimologia della parola (ma il lettore curioso e appassionato di linguistica può sempre guardare qui)
Vorrei invece citare uno dei primissimi usi nella nostra lingua, che risale, guarda caso, a Dante che nel Convivio, terzo capitolo, parla, tra le molte cose, della nostra terra e del potere che essa ha di comunicare un forte e nuovo potere a chi le si affida, sentite: Continua a leggere

Le parole della scienza 2: dal consolato alla funzione

2 Consoli dell’antica Roma


di Antonio Sparzani

Qui la prima puntata di questa ricerca. Voglio ora considerare un’altra parola chiave in tutta la matematica ma anche nella scienza e nella vita più in generale. E poi questo verbo considerare è così bello perché contiene le stelle – sidera – , il verbo è infatti identico alla sua forma latina considerare, e fu usato in una prima fase dai marinai che intendevano (e giustamente) guardare attentamente le stelle per orientarsi e soppesare bene la rotta da seguire. La parola però di cui voglio chiedere a certe stelle è funzione.
Per capire una nuova idea occorre soppesarla a lungo, bisogna arrivare a mangiarla, cantava Gaber, bisogna guardarla da tutti i lati possibili, aprirne la storia, e quindi provare a usarla. Se quindi mi metto a seguire la storia della parola scopro che anche qui occorre ricorrere al latino (per non andar più lontano) e seguire poi quella serie di slittamenti di significato — cui anche la matematica ha contribuito – che hanno portato al significato moderno.
Tutto parte dal verbo latino fungor, Continua a leggere

Combattere il nazismo da dentro? Arriva Planck

di Antonio Sparzani

Max Planck (1858-1947)

Vi riscrivo qui l’esatto seguito di quanto scrive Heisenberg dopo aver dato conto del dialogo con lo studente:

Il mio visitatore si alzò per andarsene; lo trattenni offrendomi di suonare l’ultimo movimento del concerto di Schumann. Egli accettò volentieri, e quindi ci congedammo da buoni amici.
Nelle settimane successive, le interferenze della politica nella vita universitaria si fecero via via intollerabili. Levy, un mio collega di matematica, perse il posto malgrado i suoi meriti di guerra. Ciò suscitò un’indignazione tale – soprattutto tra i colleghi più giovani: ho in mente ad esempio Friedrich Hund, Karl Friedrich Bonhoeffer e il matematico B. L. van der Waerden – che pensarono di dare le dimissioni e di far pressione sugli altri colleghi affinché facessero altrettanto. Prima però di fare un passo tanto grave decisi di chiedere consiglio a qualcuno più anziano di me e di cui potessi fidarmi completamente. Presi quindi un appuntamento con Max Planck e andai a trovarlo a Berlino, al Grünewald.
Planck mi fece entrare in un soggiorno un po’ cupo, ma comodo e piacevolmente antiquato: mancava solo, per completare il quadro, un lume a olio sul tavolo. Planck mi sembrò molto invecchiato dall’ultima volta che l’avevo visto [si tenga presente che Planck era nato nel 1858, dunque aveva 75 anni, n.d.r.]. Le rughe si erano fatte più fonde sul suo viso fine e ben modellato; sorrideva a stento, di un sorriso doloroso. E sembrava terribilmente stanco.

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Combattere il fascismo da dentro? #2

di Antonio Sparzani

Werner Karl Heisenberg


e questa è la seconda metà del dialogo, pubblicato qui, tra Werner Heisenberg e un suo studente verso la metà del 1933, quando Hitler era già al potere da gennaio:

W.H. Si direbbe che non parliamo la stessa lingua”, dissi per cercare di calmarlo. “Cercherò dunque di spiegarmi più diffusamente. In primo luogo, ho visto che paesi quali la Danimarca, la Svizzera e la Svezia vanno avanti benissimo anche se non hanno vinto guerre da cent’anni e non hanno un grande esercito. Questi paesi riescono a preservare la loro specificità nazionale malgrado dipendano in parte dalle grandi potenze. Perché non dovremmo tendere anche noi in questa direzione? Potrebbe obiettare che la Germania è una nazione molto più grande ed economicamente più forte della Svizzera, e che quindi dovremmo avere un’influenza all’estero proporzionalmente maggiore. lo però vorrei considerare la situazione secondo una prospettiva più ampia. Il mondo sta cambiando in un modo che mi ricorda l’Europa alla fine del Medioevo, quando i progressi della tecnica, e soprattutto la comparsa delle armi da fuoco, fecero si che castelli e città perdessero la loro indipendenza politica, Continua a leggere

Combattere il fascismo da dentro?

di Antonio Sparzani

Werner è il terzo da sinistra in prima fila, tra Bohr e Pauli

In tempi tristi come questi, in cui nel nostro Bel Paese governa la destra più destra che abbiamo e in particolare un partito che proviene direttamente – attraverso successivi cambi di nome – dal MSI, dichiaratamente fascista, mi viene spesso da interrogarmi su come ciò sia stato possibile nel 2022 (per aggiungere ridicolo all’orrore, centenario della marcia su Roma, avallata allora, lasciatemelo dire, dal maledetto Savoia di turno sull’italico trono), indagando magari come ciò sia avvenuto in altri casi forse (forse) anche più clamorosi di questo. Per cui proseguendo la riflessione e il racconto già qui presenti sull’inizio del nazismo e sugli scienziati che se ne andarono e quelli che restarono, cerco di mantenere la promessa fatta qui di esaminare il caso di Werner Heisenberg che fu uno di quelli che, a differenza di Erwin Schrödinger che se ne andò immediatamente dalla sua prestigiosa cattedra berlinese, restò invece sulla sua cattedra universitaria di Lipsia, entrambi, s’intende, ariani purosangue.
Per fare questo non trovo nulla di meglio che riportarvi qui un brano di una specie di autobiografia di Heisenberg, nella quale egli si sofferma accuratamente sulla sua difficile scelta Continua a leggere

Un raro sorriso

di Antonio Sparzani

Tra le mattutine brevissime Lodi che Fabrizio ci suggerisce giustamente all’alba, quella sul sorriso di circa un anno fa mi torna in mente ogni tanto per quel suo intenso parlare del sorriso come “cuore aperto che fa spazio”. Io mi ero un po’ dilungato sul sorriso del mare, qualche tempo fa, qui . Ora però vorrei aggiungere qualcosa che non riguarda il mare: la prima cosa, lo dico en passant, è l’immortale sorriso di Afrodite, celebrato da Saffo, ricordate

“giunsero tosto; tu, beata, quindi,
il viso illuminato d’immortale
sorriso, mi chiedesti ancor ché soffro
e ché ti chiamo”

che avevo riportato qui (nella traduzione adolescenziale sparzica), nel lontano 2009: nulla, si sa, eguaglia il sorriso immortale della dea della bellezza.

Bene, ecco la seconda cosa, il – lieve – sorriso che vedete profilarsi sul volto del personaggio a sinistra nell’immagine qui sopra non è certo quello di una dea, Continua a leggere

Giulio da un anno non è più con noi

di Antonio Sparzani

Mi sembra ancora incredibile di non potergli più telefonare con le domande più bizzarre e di non poter più offrirgli a casa mia quei dolcetti che spazzava via in un secondo, mentre si discuteva di Feyerabend (che lui mi insegnò ad amare) piuttosto che delle strane conseguenze della relatività speciale. Giulio Giorello era guarito, così diceva il tampone, dal covid, che non so come avesse fatto a prendere, ma la sua salute era minata già da altro e non ce l’ha fatta. Si era sposato (per la prima volta nella sua vita) tre giorni prima di morire, con Roberta Pelachin, della quale è da poco uscito un bel libro: La trappola delle emozioni — dal caso Phineas Gage (1848) alla terza guerra (2048), Mimesis 2021. Ho visto Roberta al funerale, stravolta e ancora incredula: sono stati proiettati, lì al funerale laico, degli spezzoni che mostravano Giulio in alcuni eventi pubblici di dibattito, ironia e competenza. Una cosa straziante. Io gli ho scritto due giorni dopo la morte qui, dove sono arrivati vari commossi commenti.
Dirigeva con fantasia e spregiudicatezza la collana “Scienza e idee” di Raffaello Cortina, Milano, riuscendo così a far pubblicare libri non solo di filosofia della scienza o di matematica, che erano le sue discipline accademiche ufficiali, ma altri, anche suoi del tutto “fuori linea”, da Topolino alla mitologia di Gilgamesh, sempre però con qualche arguto aggancio filosofico o comunque di sapienza anche spicciola. Non so cos’altro dire se non raccomandare di leggere i suoi libri e di guardare su youtube i filmati che lo riguardano.
A partire dal 12 giugno il Corriere della Sera vende con La Lettura una raccolta di suoi interventi, a cura di Antonio Carioti. L’ultimo in ordine di tempo è un’intervista a tre, curata da Annachiara Sacchi, con Elliot Ackerman, Sergio Harari e Giulio del 7 giugno 2020. Giulio è già formalmente guarito dal covid, ha il tampone negativo: alla domanda: “professor Giorello, lei come si sente dopo la sua battaglia? Diverso o come prima?”
Risposta: “La mia sensazione, dopo essere stato toccato personalmente dal virus, è di ottimismo, di speranza. Forse in questo sono cambiato.”
Una settimana prima di morire.

Penso proprio che valga la pena di dedicargli un po’ di tempo.

Fausto Carratù, L’immaterialismo scientifico della fisica del Novecento

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Fausto Carratù, col suo libro Non ci posso credere… L’immaterialismo scientifico della fisica del Novecento, dimostra di essere uno dei pochi interpreti al mondo capaci di rendere comprensibili le scoperte della fisica quantistica ai profani. Qui sotto riportiamo il testo inserito nei risvolti di copertina. Coltiveremo questa preziosa collaborazione.

***

Col Novecento scendono dal trono millenario il fondamentale principio di non contraddizione e la relazione causa-effetto ereditati dalla grande Grecia, escono di scena certezza ed inoppugnabilità che hanno sempre contraddistinto la scienza, escono di scena tempo e spazio assoluti, con la disgregante relativizzazione di entrambi, esce di scena quella materia che ha sostanziato di sé la più dilagante ideologia del secolo, esce di scena l’universo come entità unica ed immutabile, esce di scena il predominio della geometria euclidea e dello spazio piano tradizionalmente concepito, esce di scena l’etere che riempiva l’universo, escono di scena la fede estrema nello sperimentalismo e la plurisecolare diffidenza verso la capacità deduttiva della mente, esce di scena ogni presunzione di obiettività ed ogni autonomia tra osservatore ed osservato, tra uomo e natura, tra scienziato e fenomeno, esce infine di scena quel vuoto che con la impossibilità ontologica del nulla aveva vissuto la geniale anticipazione parmenidea. Continua a leggere

Inerzia #9: il piano inclinato di Galileo

di Antonio Sparzani

Galileo opere

Non si può riprendere il discorso che avevamo interrotto qui  a proposito di Newton senza soffermarsi sull’opera di Galileo (Pisa 1564 – Arcetri 1642), che ebbe l’onere – e soprattutto l’onore – di prestare il suo nome, presso i posteri, al cosiddetto principio d’inerzia.

Se Galileo abbia o no formulato completamente il principio d’inerzia, quello poi ufficializzato da Newton nei Principia, è stata materia di ampie e contrastanti discussioni. Le interpretazioni della sua opera sono state davvero molteplici nella storia del pensiero occidentale, da Koyré a Duhem, da De Santillana a Koestler, da Maier a Geymonat, da Drake a Feyerabend e a Barbour. Per non dire poi dell’evoluzione della riflessione galileiana dagli scritti giovanili ai Discorsi.

Io qui vorrei darvi conto di un momento particolarmente felice del suo argomentare, Continua a leggere

Inerzia #8: un salto decisivo – Guglielmo di Occam

di Antonio Sparzani

William of Ockham

William of Ockham

Pluralitas non est ponenda sine necessitate
William of Ockham

Se volessimo azzardare un riassuntino delle puntate precedenti, potremmo dire che fino a questo punto, le ragioni che sono state addotte per spiegare, per dar conto, del fatto che quando la mano lancia un sasso questo continua, invece di cadere subito verso terra, in una traiettoria in un primo tempo orizzontale, o addirittura verso l’alto, consistevano, con varie sfumature, nell’ipotizzare o un’azione del mezzo interposto (l’aria) o invece qualcosa che viene trasmesso dal proiciente – la mano – al proietto – il sasso –, qualcosa che assume vari nomi e che con varie modalità si trasmette dalla mano al sasso.
Voi vi immaginate che chi abbia risolto poi definitivamente il problema siano stati Galileo e Newton, ma la storia è sempre più articolata e complicata delle versioni che vanno per la maggiore. E, come già ho avuto modo di dire, le idee che a un certo punto sembra spuntino fuori dal nulla come funghi, o come fiori nel deserto, in realtà hanno sempre origini più lontane, ci sono dei “precursori” spesso inaspettati. E così oggi vi presento un illustre precursore, William of Ockham, spesso italianizzato in Guglielmo di Occam. Eccolo a voi. Continua a leggere

Inerzia #7: L’ impetus

di Antonio Sparzani

Giovanni Buridano

Giovanni Buridano


Nell’Europa del Medioevo il problema del moto dei proietti viene dibattuto, in varie forme e da diversi studiosi. Si possono raggruppare le posizioni assunte in due filoni principali, il primo dei quali, assolutamente maggioritario, è quello di cui parlerò qui, considerando le posizioni dei fisici parigini. L’altro, di cui scriverò nella prossima puntata, fa capo alle posizioni di Petrus Johannis Olivi, e soprattutto del francescano inglese William of Ockham; filone forse minoritario ma di straordinario interesse, almeno se osservato nel solo modo in cui noi possiamo osservare, con il senno del poi.

Vi ho già raccontato che il primo distacco dalle posizioni aristoteliche è consistito nell’assumere che il proseguimento del moto di un proietto (sasso) dopo il distacco dal proiciente (mano) sia causato da un qualche cosa che è stato impresso, o immesso, o comunicato al proietto all’atto del distacco. Continua a leggere

Inerzia #6: l’ambiente arabo e il grande Avicenna

di Antonio Sparzani

statua di Avicenna nell'Ufficio delle Nazioni Unite a Vienna

statua di Avicenna nell’Ufficio delle Nazioni Unite a Vienna

Nel prologo generale ai Racconti di Canterbury che Geoffrey Chaucer, una volta smesso il mestiere di controllore delle dogane, scrive nel 1387, viene presentato, tra i variopinti personaggi che formeranno la compagnia di pellegrini che durante il viaggio a Canterbury raccontano i racconti, un Doctour of Phisyk, un dottore in medicina cioè (ricordo che ancor oggi, in inglese, physician è il medico, non il fisico), esperto di ogni arte di guarigione e attento anche alla propria salute, grazie ad una dieta “nutriente e digeribile”. Per comprovare la sua dottrina, Chaucer non esita ad elencare i maestri che “ben conosceva”, il cui repertorio suona così: Continua a leggere

Inerzia #5: La rottura di Giovanni Filopono.

sasso-nell-oceano

Chi disputa allegando l’autorità, non adopra lo ‘ngegno,
ma più tosto la memoria.
(Leonardo da Vinci)

Torniamo ancora indietro, perché il sentiero sul quale desidero condurvi è tortuoso assai, come tutti i sentieri che in qualche modo inseguono il filo della conoscenza che la nostra specie crede di accumulare un po’ alla volta sul mondo che la circonda. E invece è assai raro che davvero accumuli, il più delle volte cambia, trasforma, raffina, abbandona e rinnova completamente. Vorrei farvi tornare alla prima vera rottura nella riflessione su questa faccenda dell’inerzia, tradotta in questi termini: perché i proietti continuano ad andare avanti anche quando li lasciamo e non toccano più la nostra mano? Voglio dire la prima vera rottura rispetto alla dottrina aristotelica che per secoli nessuno si sognò di contestare. Continua a leggere

Inerzia 4: un passo indietro: Giordano Bruno

di Antonio Sparzani

Statua di Giordano Bruno in piazza Campo dei Fiori a Roma

Statua di Giordano Bruno in piazza Campo dei Fiori a Roma

Non corriamo troppo. Con inerzia 3 eravamo arrivati con un balzo a Newton, ma meglio è procedere più adagio e indagare più da vicino che cosa spinse gli scienziati o, per meglio dire, i filosofi naturali, a promuovere faticosamente un simile allargamento dell’idea d’inerzia; qual era il problema che li assillava e che non aveva alcuna chiara soluzione?

Il problema era molto semplice e, si direbbe, di un candore disarmante: se prendiamo in mano un sasso e lo lanciamo, perché mai il sasso, dopo che la nostra mano l’ha abbandonato, continua a muoversi e, così sembra, in un modo che certamente è influenzato dalla sua storia precedente, cioè dal fatto che la nostra mano l’ha portato fino a un certo punto nell’aria, e in una certa direzione? Perché cioè, dal momento in cui la nostra mano lo lascia andare, e perde ogni contatto con esso, il sasso non cade verticalmente fino al suolo, Continua a leggere

Inerzia 3: un salto di due millenni

di Antonio Sparzani

Sesto Empirico
Vi raccontavo, nell’iniziare questi discorsi sull’inerzia, che un modo per caratterizzare la rivoluzione, detta comunemente Copernicana, che si verificò nella conoscenza del mondo occidentale nei primi secoli dell’era moderna, è quello di dire che il cambiamento più drastico fu un sostanziale allargamento, nella nascente scienza del moto, dell’idea di inerzia.

Per spiegare questa affermazione dobbiamo riferirci allo studio dei fenomeni naturali, riguardanti oggetti inanimati, e ricordare che per la filosofia antica ciò che va spiegato da una scienza naturale del moto è il moto stesso, di qualsiasi tipo esso sia: qualsiasi moto va spiegato, cioè deve possedere una causa: solo la quiete non richiede spiegazione; quiete e moto sono due estremi, due opposti, essi si escludono a vicenda, come il bianco e il nero, o il bene e il male (paragone da brivido, chissà mai . . .). Continua a leggere

Inerzia 1: come fu che il Sole s’impigrì

di Antonio Sparzani
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Scrive il domenicano lionese Guglielmo Peraldo, (citato nel capitolo dedicato all’accidia del bel libro di C. Casagrande e S. Vecchio, I sette vizi capitali, Einaudi, Torino 2000, p. 90), vissuto intorno alla metà del XIII secolo e autore di uno dei più diffusi manuali medievali di vizi e virtù, la Summa virtutum ac vitiorum, che un grande esempio di operosità è dato innanzitutto dall’universo intero: in particolare dal Sole, che ogni giorno viaggia da Oriente a Occidente, e ogni notte torna indietro, non concedendosi mai un momento di riposo né in estate né in inverno, senza peraltro aspettarsi alcuna remunerazione per il suo lavoro. Un simile esempio deve indurre – secondo Peraldo – a rendere il vizio dell’accidia sommamente esecrabile. Continua a leggere

Una risposta di Einstein su pensiero e linguaggio

di Antonio Sparzani
Jacques Salomon Hadamard

Nel 1945 Jacques Salomon Hadamard (1865?1963) pubblicò, dopo una lunga e assai prolifica carriera di matematico, come autore di molti notevoli risultati nell’analisi moderna e ormai illustre accademico e membro del Collège de France, un libro dal titolo accattivante: An essay on the psychology of invention in the mathematical field (Princeton Univ. Press ? Hadamard si era rifugiato negli USA durante la guerra ?; trad. it. e cura di B. Sassoli, La psicologia dell’invenzione in campo matematico, Raffaello Cortina, Milano 1993), nel quale si interrogava, con dovizia di esempi di situazioni e di illustri ricercatori, sui meccanismi psicologici che presiedono alla scoperta e al “progresso” nella costruzione di nuove scoperte matematiche. Continua a leggere