Primi passi del fascismo nel dopoguerra

di Antonio Sparzani

A partire dalla tenera età di 3 anni (aprile 1945) e fino alla laurea (1964) ho abitato a Desenzano del Garda, ridente cittadina – così si dice nelle migliori occasioni – sul fondo dell’assai frequentato in estate, soprattutto dalla gioventù tedesca, Gardasee. Era il primo dopoguerra, tempi non facili, poco da mangiare, difficoltà di vario genere, stanze da letto non riscaldate, i miei facevano “i conti” tutte le sere appena dopocena, ma cercavano di non far mancare niente al piccolo di casa, che prima dei pasti sempre prendeva l’Amaro Medicinale Giuliani, per crescere bene e forte. La mia famiglia, prima della guerra aveva senz’altro aderito a quel regime ventennale che tutti sappiamo; soprattutto mio padre, che aveva un buon posto nell’allora esistente Ministero delle Corporazioni – ministero bellamente abolito dopo la guerra, lasciando mio padre del tutto all’asciutto e senza più un lavoro possibile.

Egli comunque restò fascista tutta la vita, morì nel 1993 a novant’anni, perché la coerenza, si sa, . . .

Ma uno degli spettri che aleggiavano nell’aria nei primi anni del dopo guerra, e anche nell’aria di casa nostra, era quello delle temutissime “epurazioni”; io sentivo questa parola pronunciata in un’atmosfera di incerta paura e naturalmente non sapevo bene di che si trattasse, ma un po’ alla volta cominciai a capire che si trattava delle varie pene che avrebbero subito nel dopoguerra democratico coloro che avevano in maniera importante sostenuto il passato regime. Mio padre non era tra questi, fortunatamente, ma molto temeva per il suo fratello maggiore, primogenito dei cinque figli del mio nonno paterno, militare di carriera. Sì, perché il suddetto primogenito, Giuseppe Sparzani, aveva fatto tutta la scuola e la carriera nella regia marina, nel ‘43 aveva aderito alla Repubblica di Salò, ed era ammiraglio della flotta, con il comando di una delle poche corazzate (o “navi da battaglia”) che l’Italia possedeva, la Vittorio Veneto, e aveva combattuto, s’intende contro la marina britannica, in varie battaglie della guerra. Il terrore dunque era che “succedesse qualcosa” a lui e alla sua famiglia (moglie e tre figli).

Le coincidenze nella vita non finiscono mai: a Desenzano uno dei miei più cari e intimi amici era tale Franco Ferraresi, figlio di un amico (anch’egli fieramente fascista) di mio padre: con Franco eravamo sempre insieme, per alcuni anni andavamo per i prati intorno a Desenzano, o al lago a fare il bagno tutt’estate, e parlavamo di tutto. Dopo l’adolescenza – lui era due anni avanti a me – facemmo facoltà diverse, lui giurisprudenza in Cattolica, io fisica a Pavia e ci frequentammo molto meno. Ma ogni tanto, in qualche occasione, ci si rincontrava. Inutile dire che entrambi eravamo fortunatamente usciti dalla coltre fascista che ci aveva circondato da piccoli.
Franco divenne ordinario all’Università di Torino di sociologia e poi di diritto amministrativo e uno dei suoi maggiori interessi di ricerca fu, guarda caso, la storia della “Destra radicale” dopo la guerra; scrisse un bellissimo libro Minacce alla democrazia – la Destra Radicale e la strategia della tensione in Italia nel dopoguerra (Feltrinelli,1995); in esso, libro documentatissimo con estesa bibliografia, si comincia appunto a parlare delle famose epurazioni e si prosegue poi con tutte le vicende degli anni ’60, ’70 e ’80, strategia della tensione e terrorismo rosso e nero compresi. Io vorrei farvi leggere qui un estratto delle pagine riguardanti il primo dopoguerra e le temute epurazioni che appunto, o non ci furono o furono assai blande e del tutto inadeguate. I timori della mia famiglia erano infondati e lo zio ammiraglio fini i suoi giorni bellamente pensionato a Roma circondato dall’affetto dei suoi cari.

Franco purtroppo invece morì giovane cinquantasettenne nel 1998, senza vedere alcun seguito della sua analisi, né, per fortuna sua, quello che sta accadendo ai nostri giorni con la nostra donna presidente che va a stringere la mano ad Al Sisi, dopo le vicende Regeni e Zaki e dopo aver permesso (come i suoi predecessori Conte e Draghi, del resto) che l’Egitto fosse il nostro maggior acquirente di armi. Su questo punto, se volete, vi suggerisco questo.

Ecco invece le pagine 36-40 del testo di Ferraresi riguardanti le cosiddette epurazioni:

““Le epurazioni sono misure fondamentalmente politiche, le loro chances di successo dipendono dalla forza e dalla volontà di chi le mette in atto. Il nuovo regime italiano, guidato da molti che avevano a lungo cooperato con il Fascismo, non forniva molte garanzie al riguardo. I gruppi al potere infatti si preoccuparono innanzi tutto di evitare qualunque giudizio sui loro legami con il regime e ostacolarono in tutti i modi l’opera di “defascistizzazione” originariamente caldeggiata dagli Alleati, giungendo fino a provocare la caduta del primo governo Bonomi, quando le indagini dell’Alto commissario all’epurazione giunsero a minacciare personaggi altolocati.
Il controllo sull’epurazione fu gradualmente sottratto ai politici e riconsegnato nelle mani dell’alta burocrazia, di formazione fascista e soprattutto di una magistratura che non era stata preliminarmente epurata. In entrambi i casi, il diritto di giudicare senza sottoporsi ad alcun giudizio preventivo fu rivendicato in nome del mito della neutralità della pubblica amministrazione e della giustizia. Principale sostenitrice di tale mito fu la magistratura. Ciò non deve sorprendere. Le odierne controversie fra magistratura e classe di governo sono, in parte, il risultato di una situazione storica in cui, malgrado gli enunciati costituzionali, la magistratura non ha mai goduto di reale indipendenza dall’esecutivo. Per tutto il periodo liberale prefascista, il Pubblico Ministero dipendeva dal ministro di Grazia e Giustizia, di cui era tenuto a seguire le direttive generali e gli ordini particolari. Ciò comportava, in pratica, che eventuali abusi e illeciti del ceto politico e degli apparati amministrativi erano immuni dall’azione penale. Quanto alla magistratura giudicante, questa era, formalmente indipendente, ma di fatto pesantemente condizionata dal governo, che controllava accesso in carriera, assegnazione delle sedi, promozioni, trasferimenti, nomine dei capi degli uffici, provvedimenti disciplinari.
Non sorprende che, entro tale cornice, la magistratura si sia sempre diligentemente adeguata non tanto alla lettera della legge quanto agli orientamenti e alle intenzioni di tutti i governi in carica. Con l’avvento del Fascismo la subordinazione del potere giudiziario al nuovo regime si realizzò senza traumi. Questo anche se i giudici fascisti non giunsero mai ai livelli di aberrazione dei loro colleghi nazisti; essi furono anche nettamente meno duri nell’infliggere sanzioni.
Ma la lealtà al regime e ai suoi propositi di fondo non fu mai in discussione, come dimostrano l’accettazione e l’applicazione senza protesta delle leggi razziali del 1938. Questa fu la magistratura che amministrò le leggi sull’epurazione. Sarebbe impossibile elencare anche soltanto i più clamorosi casi di sabotaggio, ma occorre almeno indicarne lo schema generale.
La principale legge in materia (DDLn. 159, del 27 luglio 1944) comminava severe sanzioni per i “membri del governo fascista e i gerarchi del Fascismo colpevoli di aver annullato le garanzie costituzionali, distrutto le libertà popolari, creato il regime fascista, compromesso e tradito le sorti del paese, condotto all’attuale catastrofe” (art. 2). La magistratura pretese che si dimostrasse un nesso causale diretto fra le azioni degli imputati e il complesso degli effetti elencati dalla norma. Naturalmente era impossibile dimostrare che alcun individuo singolo fosse personalmente responsabile di tutti questi disastri. In tal modo tutti i più alti gerarchi della nomenklatura fascista evitarono le sanzioni della legge.
Un altro articolo del DDL n. 159 prevedeva sanzioni contro quanti erano accusati “di aver contribuito con atti rilevanti a mantenere in vigore il Regime Fascista”. Qui i tribunali tracciarono una distinzione fra lo Stato e il Regime Fascista, che, combinata con il principio del nesso causale, consentì loro di prosciogliere, fra gli altri, Leto, l’ex capo della polizia segreta (l’OVRA), in seguito vicecomandante della polizia della RSI, stabilendo che egli aveva servito lo Stato e non il regime. Si consideri che tutti questi casi riguardavano le alte gerarchie del regime, che erano in teoria passibili di pesanti sanzioni, ma che potevano anche permettersi i più prestigiosi avvocati e avevano la solidarietà dei loro antichi colleghi nelle alte cariche dello Stato.
Diversa la situazione per la massa, soprattutto nella burocrazia, che rischiava misure amministrative, ovviamente meno gravi, ma che potevano comunque comportare licenziamento o quanto meno danni alla carriera. I partiti moderati diffusero alacremente l’allarme, e, benché il danno effettivo si rivelasse ben minore di quello temuto, ne nacque un diffuso risentimento contro l’epurazione, che, si affermava non sempre a torto, colpiva arbitrariamente, soprattutto coloro che non erano stati abbastanza rapidi a iscriversi a partiti di sinistra. Tutto ciò, soprattutto a Roma e nel Sud, contribuì fortemente a screditare, agli occhi dei vasti strati impiegatizi e piccolo-borghesi, non solo l’epurazione ma il processo democratico in quanto tale, creando un clima di simpatia e commiserazione nei confronti dei fascisti “perseguitati”.
Dal canto loro i partiti della sinistra, la cui analisi del Fascismo, condotta nell’esilio, era ancora molto astratta, sottovalutavano il grado di coinvolgimento dell’intera società italiana col regime, e non erano preparati alla reazione di rigetto generalizzato che questi strati misero in atto nei confronti della “defascistizzazione”. Un decreto legge del 7 febbraio 1948 avrebbe poi liquidato definitivamente l’epurazione, disponendo la riammissione anche nei gradi più alti della burocrazia degli ex funzionari del regime, con ricostruzione della carriera: mancavano due mesi alle decisive elezioni del 18 aprile, e la DC aveva bisogno dei voti degli ex fascisti.
Molto benevolo fu anche il trattamento ‘cui vennero sottoposti i crimini fascisti. Le dure condanne emesse subito dopo la guerra furono spesso annullate o fortemente ammorbidite nelle istanze di giudizio successive e da tribunali speciali, che a volte assolsero anche quanti portavano le maggiori responsabilità, a cominciare dallo stesso comandante dell’esercito di Salò, il maresciallo Graziani.
Di grande importanza per il ruolo che il protagonista avrebbe poi svolto nelle attività della Destra radicale fu il caso di Junio Valerio Borghese, il principe romano che, dopo essere stato un valoroso comandante di sommergibili durante la guerra, aveva poi capeggiato la X MAS, una delle unità divenute più tristemente famose nella lotta antipartigiana. Ma Borghese si era mantenuto in contatto con i Servizi americani e inglesi, che, al crollo della RSI, si diedero da fare per salvarlo. All’atto della resa egli fu immediatamente preso sotto la protezione di James J. Angleton, capo in Italia dell’OSS (Ufficio Servizi Strategici), che sarebbe divenuto in seguito dirigente della CIA a Roma, e, infine capo (molto discusso) del controspionaggio CIA a Washington.
Il processo per crimini di guerra era inevitabile, ma, grazie alle sue amicizie, Borghese riuscì a rinviarlo fino al 1947. Il giudice naturale era quello di Milano, dacché la X MAS aveva operato nel Nord, ma la Corte di Cassazione “rimise” il processo a Roma. dove l’influenza della famiglia di Borghese era in grado di ottenere un clima più favorevole. Ciò non di meno, i crimini delle bande di Borghese erano troppo evidenti e la sentenza (emessa soltanto nel 1949) non poté essere che l’ergastolo. Questo in teoria. In pratica la Corte, con una scandalosa applicazione di attenuanti, misure di clemenza e decorrenza dei termini, ridusse la pena a sette anni, il che, tenuto conto della carcerazione preventiva, consentì allo sprezzante “principe nero”, di ottenere immediatamente la libertà.
Poche parole, infine, su un’altra, molto controversa vicenda del tempo, l’amnistia decretata nel 1946 [firmata da Palmiro Togliatti, segretario del P.C.I. e ministro della giustizia dei primissimi governi Parri e De Gasperi a.s.] per i crimini commessi in connessione alla guerra civile. Questa era stata pensata come un gesto di riconciliazione nazionale, indirizzata in particolare alla base fascista, responsabile di reati minori; il testo escludeva esplicitamente dai benefici dell’amnistia quanti si erano resi colpevoli di “sevizie particolarmente efferate”. La formulazione era molto infelice: “riesce difficile comprendere come a persone immuni da sadismo possano essere sembrate troppo poco le sevizie e troppo poco ancora la loro efferatezza, sì da richiedere che quella fosse particolare. La Cassazione ne approfittò per affermare che l’amnistia era inapplicabile soltanto quando “i dolori e i tormenti cagionati sorpassino ogni limite della umana sopportazione, e dimostrino in chi li procura non soltanto crudeltà, ma una vera barbarie e obiettiva ferocia”. Il risultato fu la liberazione di torturatori fascisti che si erano resi responsabili delle atrocità più orrende. Nello stesso tempo, su istigazione dei partiti moderati tesi a screditare la sinistra, venne iniziata una serie di processi contro partigiani trattati come criminali comuni. Forse il punto più basso di questa campagna fu raggiunto quando, nel 1954, il Supremo Tribunale Militare riconobbe alle unità della RSI lo status di combattenti regolari (con ciò fra l’altro assolvendo un ufficiale fascista che aveva ordinato l’esecuzione di 102 partigiani) mentre lo stesso Tribunale rifiutava di riconoscere tale status alle formazioni partigiane in quanto “irregolari”. L’indignazione provocata da questa decisione costrinse il Parlamento a varare una legge che riconosceva ai partigiani la qualifica di combattenti regolari, ma ciò non avvenne prima del 1958””.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *