
In caso di conflitto nucleare generalizzato le vittime ammonterebbero a circa 34 milioni solo nelle prime ore. Eppure gli USA inviano altre armi, l’Ucraina invoca la no-fly zone sui suoi cieli e la fornitura di missili a lungo raggio Atacms, mentre Mosca annuncia il ricorso al nucleare nel caso queste richieste venissero accolte. A quel punto sarebbe da attendersi un intervento degli Stati Uniti: con armi convenzionali o nucleari? Le bombe russe potrebbero puntare su obiettivi strategici anche in Italia, come le basi aeree e navali e i comandi Nato. Prime nel mirino sarebbero le basi Nato di Ghedi (Brescia) e Aviano (Pordenone), che ospitano circa 40 testate nucleari. Altri bersagli, le basi e i comandi militari Nato a Vicenza, Livorno, Gaeta, Napoli, Taranto, Sigonella. In Italia il bilancio ammonterebbe ad almeno 55.000 morti e oltre 190.000 feriti. Come scrive Franco Toscani in questa puntata di Para Pacem: “Dovremmo sempre tener presente quella che Primo Levi chiamò la ‘memoria dell’orrore’, che non serve per restare paralizzati, ma per scongiurare il peggio”.
Le guerre nucleari, l’umanità al bivio e la “memoria dell’orrore”
di Franco Toscani
1. Nel dibattito pubblico relativo alla guerra tra Russia e Ucraina, si torna insistentemente a parlare – spesso senza alcun pudore e vergogna – della possibilità concreta del ricorso alle armi atomiche, in particolare alle armi nucleari “tattiche”. Di fatto, dati gli schieramenti in campo e la situazione oggettiva, si fa più concreta e vicina la possibilità di una terza guerra mondiale caratterizzata dall’uso massiccio delle armi atomiche; uno scenario che, sino a qualche mese fa, appariva impensabile e non veniva preso nella minima considerazione.
La minaccia, va ribadito con chiarezza, viene dalla Russia di Putin (oltre che da un altro suo irresponsabile e sciagurato alleato, Kim Jong-un, presidente della Corea del Nord), ma non scorgo da nessuna parte – fatta eccezione per la voce autorevole di papa Francesco-Jorge Mario Bergoglio – quello sdegno e quella sollevazione, quel senso di vergogna e di indignazione che sarebbero più che mai necessari in questi mesi drammatici al solo sentire evocare simili cose immonde. Da più parti si cerca anzi di rassicurare e di sottolineare che l’uso delle armi nucleari “tattiche” comporterebbe un potenziale distruttivo territorialmente limitato e prevederebbe un numero di vittime piuttosto contenuto. Ma decine o centinaia di migliaia di morti, o qualche milione di vittime sono forse da ritenere pochi? È certo, comunque, che i livelli di devastazione e distruzione previsti anche in questi casi cosiddetti “limitati” sarebbero molto alti e dolorosi. È ancor più certo, poi, che non si può scherzare col fuoco nucleare e che nessuno può prevedere gli eventuali effetti a catena dell’uso di ordigni di morte così terribili. Dunque, il rischio di una guerra mondiale nucleare dagli effetti letali per tutti gli esseri viventi e per il pianeta intero è palese, dietro l’angolo.
2. Non entro qui nel merito delle difficili decisioni politiche o militari da prendere in una situazione tanto delicata e pericolosa. Mi limito a qualche rilievo di tipo etico e al richiamo indispensabile ad un elementare senso di salvaguardia dell’umanità. Servirebbero più che mai una sollevazione e un moto delle coscienze e dei cuori, una ripulsa radicale, uno scatto di indignazione, un palese rigetto di quegli atteggiamenti di indifferenza, fatalismo e rassegnazione al presunto corso ineluttabile delle cose che rischiano oggi di costarci molto cari. Sappiamo che il potere può essere folle e che la storia umana pullula delle più variegate manifestazioni della follia e tracotanza del potere. Tutto ciò di certo non rassicura in una situazione in cui non ci sembra che sia particolarmente vigile la coscienza dei popoli. Pensando al futuro della specie umana e soprattutto a quello delle nuove generazioni, dei non ancora nati, dovremmo tutti almeno provare raccapriccio e vergogna per la spada di Damocle che ci pende sul capo, per la situazione assurda e tragica che stiamo vivendo.
3. Nell’inno Patmos (1800) Friedrich Hölderlin scrive fra l’altro: “Wo aber Gefahr ist, wächst/ das Rettende auch” (“Ma dove è il pericolo, cresce/ anche ciò che salva”). Il grande poeta ci avverte e mette in guardia circa il pericolo e ciò che ci può salvare. Tanto più, nell’età del pericolo estremo, noi dobbiamo prestare ascolto e attenzione. Nel saggio Die Frage nach der Technik (1953) Martin Heidegger ha ripreso e commentato i versi citati di Hölderlin a proposito della “questione della tecnica”, cercando di distinguere il “divelamento pro-vocante” proprio del Gestell e il “disvelamento pro-ducente”, più originario, della ?????-???????, che è ??????? (“pro-duzione”, “sorgere-di per-sé”), “nel senso più alto” (im höchsten Sinne): l’esempio che fa Heidegger è quello dello schiudersi del fiore nella fioritura. Riprendendo anch’egli i due celebri versi di Hölderlin, il filosofo italiano Eugenio Mazzarella sostiene che non siamo ancora “all’altezza morale” della “questione della tecnica” e scrive: “Sono versi che ci possono aiutare a capire che solo uno sguardo franco sull’abisso, può farci scampare dal caderci dentro. L’abisso è quello che abbiamo visto a Hiroshima e Nagasaki, e oggi ci si sta aprendo davanti in Ucraina. Guardiamolo in faccia (…)”. Alcuni hanno interpretato i due versi di Hölderlin nel senso di una facile e ottimistica indicazione nella direzione sicura e garantita della salvezza umana. Nulla di più sbagliato. Non c’è nulla di rassicurante, di garantito e tranquillizzante in queste indicazioni; c’è invece qualcosa di prezioso, che però sta a noi cogliere e sviluppare. Tutto ciò non è affatto ovvio e scontato.
4. Dovremmo sempre tener presente quella che Primo Levi chiamò – riferendosi ad Auschwitz e alla brutale disumanizzazione dell’uomo che la caratterizzò – la “memoria dell’orrore”, che non serve per restare paralizzati nell’azione dall’orrore, ma per scongiurare il peggio, per non riprodurre gli orrori del passato. Noi stiamo dimenticando o sottovalutando l’orrore nucleare di Hiroshima e Nagasaki? L’uso delle armi biologiche, chimiche e nucleari “tattiche”, oltre a comportare un livello comunque altissimo di morte, inquinamento e distruzione, espone al rischio altissimo di una escalation atomica incontrollata e incontrollabile. Noi siamo venuti al mondo per ammazzarci gli uni con gli altri e per devastare il pianeta o per abitare degnamente la terra? Questo è l’aut-aut decisivo che oggi concerne l’odierna umanità planetaria.
5. Un grande filosofo italiano del XX secolo, Enzo Paci, ci aiuta a concepire una “fenomenologia del negativo” che risulta di sconcertante attualità: “L’umanità non può trovare la propria via, se séguita a credere, nel fondo, alla chiacchiera, all’inganno, al ricatto, al gioco della superpotenza e della schiavitù, alla forma estrema, ben più vasta e decisiva di quanto Hegel avesse pensato, della dialettica servo-signore. Si tratta di un realismo machiavellico portato agli estremi e di un’apocalisse concreta. Una nuova fondazione, è qualcosa di ben più profondo di un gioco di parole e di un continuo scacco e illusorio trionfo di supremazia. Nel caos esteriormente ordinato l’uomo-idiota, nel senso di Dostoevskij e del Flaubert di Sartre, ci dà il senso di una passività crudele e del trionfo di una mediocrità totale. Per questo la filosofia, in un modo nuovo, è costretta a riproporsi il tema della dialettica e il problema del senso della negatività, di una negatività che non sia superficialmente soltanto una funzione di un bene retorico. Il male nel quale l’uomo si radica suscita uno stupore incoercibile”. Sono parole lucide e amare, scritte nel 1974, che colgono perfettamente ancor oggi il tragico dell’esistenza e che vanno tenute ben presenti se vogliamo aprirci non illusoriamente verso il bene, verso orizzonti inediti della civiltà planetaria.
Note
1. F. Hölderlin, Patmos, 1800, in Id., Poesie, a cura di G. Vigolo, Mondadori, Milano 1986, pp. 216-217.
2. Cfr. M. Heidegger, Die Frage nach der Technik, 1953, in Id., Vorträge und Aufsätze (1954, vol. VII della Gesamtausgabe), Klett-Cotta, Stuttgart 2004, pp. 9-40; trad. it., La questione della tecnica, in Saggi e discorsi, a cura di G. Vattimo, Mursia, Milano 1976-1980, pp. 5-27 .
3. E. Mazzarella, Il gran pericolo e ciò che salva, “Avvenire”, 7 ottobre 2022.
4. E. Paci, Sulla fenomenologia del negativo, 1974, in Id., Il senso delle parole 1963-1974, a cura di P. A. Rovatti, Bompiani, Milano 1987, pp. 294-295.

Chiunque si dichiari in questo momento a favore della pace antepone alle proprie argomentazioni una richiesta: non essere giudicato come filo putiniano.
Ritengo altrettanto legittima, pertanto, questa mia premessa:
1. non sono un guerrafondaio e, anzi, credo di avere una natura estremamente pacifica;
2. non credo di avere meno desiderio di pace di chi invoca ora la fine della guerra;
3. non ho alcun interesse o favore nei confronti dell’industria e del commercio delle armi;
4. non sono uno a cui giornali e mass-media in genere riescono a raccontarla tanto facilmente.
Ciò detto, non riesco a non percepire in alcuno dei numerosissimi appelli che si susseguono per una pace immediata in Ucraina, una necessità personalistica, un bisogno di rassicurazione e di tutela del proprio benessere, un totale disinteresse a comprendere e, magari, a lottare per le ragioni delle vittime nei confronti dei prepotenti.
Insomma, un chiudere gli occhi di fronte a qualsiasi crimine, purché la si faccia finita.
Io trovo insopportabile la perdita di qualsiasi vita umana, ma trovo inaccettabile abbandonare il popolo ucraino al proprio destino, non aiutarlo e, addirittura, impedirgli di difendersi. Non è un caso se i reportage di qualsiasi giornalista, di qualsiasi testata, testimonino di una popolazione pervasa più da rabbia che da paura, quella che invece, a quanto pare, attanaglia gli animi di noi europei.
Io sono tra coloro che spera che le sanzioni verso la Russia siano rigide ed efficaci e che le contromisure economiche di Putin finiscano con l’imporci il prossimo inverno restrizioni e sacrifici. Sarebbe il segnale che anche io, noi tutti, in qualche modo stiamo facendo concretamente la nostra parte per difendere concetti quali la libertà e la convivenza civile, che non può basarsi sulla sopraffazione con la forza.
Concetti elementari, ma che si vorrebbero ora sacrificare in funzione della nostra tranquillità.
Trovo immorale anche sbandierare lo spauracchio del disastro nucleare, grazie al quale si è disposti a cedere a qualsiasi ricatto.
Come vedete non ho dotte argomentazioni storiche o economiche, dati di fatto che avvalorino le mie tesi. Esprimo semplicemente le mie sensazioni; quelle di chi si rattrista per la morte di qualsiasi soldato, qualunque sia la sua divisa, ma che rabbrividisce al pensiero che la soluzione sia il colpo di spugna che cancella cause ed effetti, un grande “chi ha avuto, ha avuto; chi ha dato, ha dato”.
Mi è piaciuto un articolo di Marco Perduca, apparso alcuni giorni fa su Hufpost dal titolo “Basta sacrificare la realtà sull’altare della pace”. La sua conclusione, in particolare: “chiedere a gran voce un negoziato senza pretendere precise precondizioni è non tanto un errore politico quanto una indubbia presa di campo: il campo di chi alla fin fine non si interessa dei diritti delle vittime del conflitto ma della stabilità che ci lascia in pace. Anche moralmente”.
Al momento non riesco a intervenire, lo farò appena possibile, per intanto ringrazio Clown del commento che, a dispetto del nickname scelto, è poco clownesco e molto ponderato. Ciononostante, come egli stesso afferma, esprime solo sensazioni, pertanto arriva a conclusioni che non permettono una comprensione della situazione e non costituiscono una via d’uscita dal conflitto.
io voglio soltanto ringraziare molto, ma molto, Giorgio che pure tra mille difficoltà, trova la forza di pubblicare un testo così interessante e importante, e dunque grazie assai anche a Franco, che in molti punti mi convince.
L’obiettivo della sopravvivenza della specie non si può sottovalutare: oggi siamo a un passo dall’auto distruzione. Non bastano le strutture, ovviamente, bisogna cambiare dentro.
Grazie a Sparz e a Fabrizio, e a Franco Toscani per il suo testo.
Provo a rispondere brevemente al commentatore che si firma Clown, che solleva questioni di fondo difficili da trattare in un commento.
Una affermazione che circola per tutto il commento è questa: non bisogna abbandonare il popolo ucraino al proprio destino, esso è la vittima del conflitto e bisogna aiutarlo.
Sulla solidarietà alle vittime mi pare ci sia un accordo universale, semmai posso aggiungere che ci sono vittime di guerre anche in Yemen, Afghanistan, Libia, Myanmar, Palestina, Nigeria, Etiopia e in un’altra cinquantina di Paesi e che anche di queste sarebbe bene occuparsi, mentre finora i governi hanno avuto comportamenti differenziati a seconda di nazionalità, religione e colore della pelle. E anche delle vittime del clima, della fame e delle dittature dovremmo occuparci, anche queste sono vittime le cui morti dovrebbero rattristarci. Ma è evidente che questo non succede e che la guerra in Ucraina sta ricevendo un’attenzione particolare perché è il terreno di scontro fra USA e Russia e per gli USA è un’occasione per cercare di mantenere a spese di altri una supremazia mondiale che vedono a rischio.
Detto questo, occorre domandarsi quale sia il modo migliore per aiutare le vittime, se mandare armi e istigare al proseguimento della guerra o cercare di non incrementare la guerra, con il suo corollario di distruzione, povertà e sofferenza. Pensa cosa succederebbe se mandassimo armi ovunque ci sono guerre e vittime, esacerbando più di 50 guerre e portandole tutte fino all’orlo di una guerra nucleare, la quale, è bene ribadirlo, non è solo uno spauracchio. Questo ragionamento per assurdo rende evidente che la scelta di non cercare una mediazione adesso ma proporsi di proseguire la guerra fino alla sconfitta di Putin non è una scelta praticabile.
Io, e con me la maggioranza degli italiani, a quanto dicono tutte le indagini, penso che il modo migliore per aiutare le vittime sia non mandare armi ma ridurle e farsi promotori di iniziative diplomatiche che portino a una pace duratura. Il cedimento dell’uno o dell’altro è irrealistico e la sconfitta dell’uno o dell’altro può solo rimandare il problema per farlo ripresentare ingigantito alla prima occasione, come si è sempre verificato nella storia.
La nostra tranquillità certamente ha un peso nei nostri comportamenti, infatti probabilmente è per comodità che ci siamo disinteressati di più di 50 guerre esistenti nel mondo, di fame, dittature e problemi ambientali. Probabilmente è anche comodità, per l’Italia e per l’Unione Europea, non assumersi una propria responsabilità politica autonoma e non discostarsi dalla politica degli USA, che hanno spinto in avanti il conflitto tutte le volte che il presidente ucraino Zelenskij si è detto disposto a trattare.
Dici di non avere dotte argomentazioni storiche o economiche, ma di basarti su semplici sensazioni. Peccato, penso che le cause e le conseguenze a cui pure tu alludi debbano essere prese in considerazione e non cancellate con un colpo di spugna. La storia ci dirà che nello scoppio di questa guerra scatenata dall’invasione russa dell’Ucraina ci sono responsabilità anche di Ucraina, Unione Europea, Nato e USA. E’ per questo che penso si possa uscire dal conflitto tramite una trattativa e non tramite una vittoria di una delle due parti sul campo. A questo proposito mi sembrano illuminanti le parole di papa Francesco nel suo appello del 2 ottobre: «Tacciano le armi e si cerchino le condizioni per avviare negoziati capaci di condurre a soluzioni non imposte con la forza, ma concordate, giuste e stabili. E tali saranno se fondate sul rispetto del sacrosanto valore della vita umana, nonché della sovranità e dell’integrità territoriale di ogni Paese, come pure dei diritti delle minoranze e delle legittime preoccupazioni».
Alle responsabilità di mercanti d’armi, finanza, Nato e USA ha dedicato spazio questa stessa rubrica qui:
https://www.lapoesiaelospirito.it/2022/04/27/si-vis-pacem-para-pacem-mercanti-darmi-e-finanzieri/
https://www.lapoesiaelospirito.it/2022/04/04/si-vis-pacem-para-pacem-il-realismo-della-pacificazione/
https://www.lapoesiaelospirito.it/2022/03/28/si-vis-pacem-para-pacem-una-falsa-narrazione-impedisce-la-pace/
Voglio aggiungere che il mio auspicio che cessi la guerra e si intraprendano iniziative diplomatiche subito ha alla base, oltre alle analisi politiche ed economiche a cui ho accennato, soprattutto la convinzione che bisogna iniziare a ragionare su una costruzione di pace come valore e che non possiamo stare sempre a definirla in base alla guerra in quanto sua assenza.
Ringrazio “Giorgio” per il tempo e la risposta che ha voluto dedicare al mio commento. L’ho letto con attenzione, pur se tra gli impegni lavorativi, e farò certamente tesoro delle sue considerazioni.
E’ chiaro che condivido e faccio mio l’appello perché in Ucraina si giunga ad un “cessate il fuoco” immediato e per l’avvio di vere trattative che consentano, ad esempio, l’accertamento delle responsabilità per i crimini di guerra commessi – non escludo da entrambe le parti – e consultazioni serie circa desideri e aspettative delle popolazioni che realmente abitano i territori contesi.
Tuttavia, gli appunti che ho mosso nel mio precedente commento erano rivolti soprattutto all’improvviso pacifismo che ha colto i più in un momento in cui ad essere in pericolo sembrano essere le nostre certezze “occidentali”, agiate e opulente, più che i destini delle Nazioni coinvolte.
In questo senso, il riferimento alle molte guerre che si combattono sparse nel mondo, la cosiddetta terza guerra mondiale diffusa, mi pare sia appropriato forse più per le mie tesi.
Prima di tutto perché, contrariamente a quanto affermato, è sicuro che i Paesi occidentali esportino già le loro armi ovunque si combatta nel mondo, spesso ad entrambe le parti in lotta e senza nemmeno bisogno della forza persuasiva degli USA. La fornitura di armamenti all’Ucraina, dunque, non mi sembra si discosti da tale pratica generalizzata, pur condividendo rappresenti un fattore che alimenta il conflitto piuttosto che determinarne la conclusione.
In secondo luogo perché non ho mai percepito una presa di posizione così decisa da tanta parte dell’opinione pubblica – e anche da questo blog che seguo da molto tempo – nei confronti delle molte altre situazioni altrettanto terribili di cui abbiamo notizia ma che, evidentemente, non ci toccano e non coinvolgono il nostro statu quo. Da anni, direi da decenni, seguo abbastanza da vicino le vicissitudini di popoli quantomeno sfortunati, palestinese e curdo, i cui destini giacciono da sempre nell’oblio, mentre è bastato alla Russia agitare lo spettro dell’arma nucleare per smuovere gli animi che alzano a gran voce l’appello pacifista. Non si tratta di non avere a cuore l’indispensabile “conservazione della specie”, mi chiedo solo se possiamo davvero permetterci la sottomissione ad un simile ricatto, grazie al quale potrebbe essere commessa qualsiasi violazione del diritto internazionale.
La mia, dunque, non può e non vuole essere una critica alla ricerca di una soluzione pacifica sposata dai responsabili del blog, dall’autore di questo post e da quelli degli altri post apparsi recentemente sul tema.
Troverei però discutibile, in questo momento, se a muovere le coscienze, più che la perdita reale delle vite umane in Ucraina (e in tutti gli altri eventi bellici nel mondo), fosse una potenziale (ma remota) escalation militare incontrollata, in cui a trovarsi in pericolo sarebbero le nostre di vite. L’ennesima prova dell’egoismo occidentale.
P.S. – Il nickname che la incuriosisce deriva dal libro di Heinrich Boll “Opinioni di un clown”. Nel suo utilizzo, di clownesco c’è l’avere sempre il beneficio del dubbio, ragione per cui, da oggi, la leggerò con attenzione incontrando i suoi interventi.
Con la replica di Clown mi pare che quelli che inizialmente sembravano elementi di discordanza si siano un po’ appianati.
Clown trova discutibile il pacifismo “se a muovere le coscienze, più che la perdita reale delle vite umane in Ucraina (e in tutti gli altri eventi bellici nel mondo), fosse una potenziale (ma remota) escalation militare incontrollata”. Proprio per lo stesso motivo secondo me è discutibile la strada dell’armamento, quando è motivata non dall’autentico bisogno di aiutare delle vittime, ma da interessi economici e geopolitici. Come dimostrato dal totale disinteresse per le altre guerre che si combattono nel globo.
Mi sembra comunque che possiamo concordare sul fatto che gli armamenti alimentano più che concludere il conflitto e sull’auspicio di una soluzione pacifica: un “cessate il fuoco” immediato e l’avvio di vere trattative. Una strada finora incredibilmente non praticata.
Aggiungo che quello che questa guerra rivela è la necessità di un nuove relazioni a livello mondiale e di una cultura e strumenti che permettano davvero una soluzione pacifica dei conflitti.