di Riccardo Ferrazzi
Chissà perché non mancano mai i politicanti interessati a fomentare discordie in nome delle “piccole patrie”, anche se poi, quando conquistano un po’ di potere, tutti i cambiamenti si riducono a faccende puramente nominali, come i cartelli stradali nella lingua del posto.
Tanto tempo fa, tornando in Spagna dopo una lunga assenza, rimasi disorientato dai nuovi cartelli indicatori. In autostrada ogni tanto vedevo apparire un cartello che indicava la distanza da una sconosciuta Lleyda. Che fosse il nome catalano di Lerida? Saperlo sarebbe stato utile. Per quel che ricordavo, Lerida doveva essere più o meno da quelle parti, ma non ce n’era traccia: Lleyda rimase Lleyda anche quando passai davanti allo svincolo di uscita. Avevo forse imboccato un’autostrada nuova, che andava in tutt’altra direzione? Solo quando cominciarono ad apparire i cartelli che indicavano la distanza da Saragozza (che, non essendo catalana, continuava a chiamarsi Zaragoza) mi tranquillizzai: ero sulla strada giusta.
Insomma: un bel mattino i cartelli autostradali erano stati sostituiti da altri con le diciture in catalano, e solo quelle. E i turisti? Si arrangino. Imparino il catalano.
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Quando passo davanti al Teatro del Liceu non me ne rendo conto. Sono già venti o trenta metri più avanti quando sento il bisogno di tornare indietro e cercarlo.
Passeggiando lungo le Ramblas non sono mai riuscito a lasciar perdere quel che stavo pensando (per lo più stupidaggini) per dare un’occhiata al teatro. Forse la mia distrazione vuol dire soltanto che il Liceu mi è indifferente. Però non mi è mai capitato di passare in piazza della Scala o sull’Opernring senza degnare di uno sguardo i teatri lirici di Milano e di Vienna. Perfino l’Opera di Parigi riesce a distogliermi dai miei pensieri (forse perché è così oscenamente tronfia).
Ma se il Liceu mi fosse davvero indifferente, non avvertirei la sensazione di aver tralasciato qualcosa, non mi fermerei, non tornerei indietro a cercarlo. Forse la cosa è più complicata. Forse è un sintomo di un disagio più profondo.
Quando si cerca di entrare nello spirito di una grande città, e la si percorre nello stato d’animo di chi va all’avventura, capita di imbattersi in prospettive che imprevedibilmente ricordano altri luoghi. C’è poco da fare: col passar del tempo i ricordi si rimescolano. Ogni città ci conquista o ci respinge, ma tutte hanno angoli, visuali, parvenze, che restano nella memoria, non necessariamente al posto giusto. Per qualche tempo (a volte per molto tempo) singole immagini ci rimangono impresse come limpide riproduzioni della realtà; eppure anche quelle immagini insensibilmente cambiano, si fondono con altre impressioni, la memoria modifica i contorni e perfino il contenuto. Ci sono ricordi che non so più collocare. Mi confondono, mi sorprendono.
Ho visto foto recenti della Sagrada Familia e lo spaesamento è diventato quasi paura: uno si distrae per un attimo (una cinquantina d’anni!) e ciò che aveva fissato in testa col valore di un simbolo, ciò che per lui “era” Barcellona, non è più quello, è cambiato, è un’altra cosa.
Soltanto Dio sa quali significati ronzavano nella mente di Gaudì quando concepì la sua cattedrale. Forse lui stesso ne era cosciente solo in parte e, se avesse dovuto parlarne al confessore, avrebbe definito quel progetto come il fortunato incontro di una fantasia stralunata, una eccellenza tecnica e un committente temerario.
Ricordo il tempio quando era un cantiere iniziato e lasciato a mezzo per mancanza di fondi, cosa che capita spesso nella costruzione delle cattedrali. Ma chi vede una cattedrale iniziata e lasciata a mezzo non può fare a meno di conservarla nella memoria con le aggiunte e i completamenti che avrebbe voluto introdurre lui. Uno avrebbe coperto la navata con una volta ogivale, un altro con un soffitto a cassettoni. Io l’avrei lasciata scoperta. Ma sì: che ci piovesse pure dentro. Non piove anche dentro al Pantheon?
Invece i soldi sono saltati fuori e la Sagrada Familia ha avuto il suo tetto, che quando fu progettato era sicuramente avveniristico, ma oggi mi fa pensare alle copertine dei libri di Jules Verne. E mi fa sentire defraudato.
Devo fare uno sforzo di equanimità per costringermi ad ammettere che, se non avessi visto la cattedrale quando era scoperta (e tutto faceva pensare che sarebbe rimasta così per molto tempo, forse per sempre), oggi, vedendola completata secondo il progetto originale, ne avrei un’opinione diversa.
I ricordi trasfigurano, la realtà cambia: vecchi edifici vengono abbattuti e ne sorgono di nuovi, i bar diventano sportelli bancari o vetrine di stilisti. Il ricordo che conservavo, perché conteneva (o credevo che contenesse) un frammento di quella speranza che scambiavo per felicità, perde ogni aggancio con il quotidiano, non significa più niente. Me ne accorgo all’improvviso e ci soffro come per un’amputazione, perché la connessione dei ricordi con la realtà è il basamento sul quale innalziamo il mausoleo della fiducia in noi stessi.
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Tutto questo mi fa pensare che quando avevo sedici anni il tempo non passava mai. Ha cominciato a muoversi solo quando ho iniziato la mia carriera lavorativa. Poi, prima dei cinquant’anni il tempo ha preso ad accelerare, a sessanta correva, a ottanta (se ci arriverò) filerà come un missile.
Uno può obiettare: vabbe’, questo è il discorso dello zucchero che si scioglie nell’acqua più o meno in fretta, in rapporto a quanto è forte il tuo desiderio di bere acqua zuccherata.
Ma non credo che sia tutto lì: secondo me questo fenomeno contiene qualcosa di concreto. Dopo tutto, la misura “oggettiva” del tempo consiste nel prendere la rotazione della Terra sul suo asse e la sua rivoluzione intorno al Sole come parametro di ciò che vediamo accadere. Ma che cosa ci garantisce che il tempo scorra in modo lineare? Perché non potrebbe invece avere uno sviluppo esponenziale, come la forza di gravità? La funzione del tempo potrebbe anche essere una curva che per un lungo tratto procede con incrementi impercettibilmente crescenti, e da un certo punto in poi si impenna.
Certo, la vita di un insetto è più breve di quella di un essere umano.
Ma un uomo e un insetto, ciascuno dal suo soggettivo punto di vista, vivono la loro unica vita. Tanto l’insetto quanto l’uomo hanno una nascita, una giovinezza, una maturità, una senilità, una morte. E vivono ciascuna fase a velocità diverse.
Se immagino che il tempo non risulti dal rapporto fra un “individuo” e un altro (dove “l’individuo” può essere tanto una zanzara quanto l’intero pianeta Terra o la galassia di Andromeda), ma che abbia senso unicamente all’interno di ciascun individuo, ogni zanzara, pianeta o galassia vive una vita i cui sviluppi hanno andamenti analoghi: cominciano piano e accelerano progressivamente.
E se considero il tempo in questo modo, se cioè la velocità con cui il tempo passa non è costante ma accelera in modo esponenziale, quale può essere il significato della morte?
Forse qualcosa di simile al bang sonico.
Quando un aereo supera la velocità del suono, il rumore che produce in quell’istante si somma al rumore prodotto negli istanti precedenti.
Immaginiamo che verso il termine di una vita il tempo continui a incrementare la sua velocità fino a raggiungere e superare i fatidici 300.000 Km al secondo.
Se la morte non fosse altro che il superamento della velocità della luce, in quell’istante l’individuo produrrebbe “eventi” che si sovrapporrebbero a quelli prodotti negli istanti precedenti. E il bang fotonico segnerebbe il trapasso in un’altra realtà.


caro Riccardo, molto interessante questa tua divagazione che parte dalla Sagrada Familia (che molto amo) e finisce col tempo. L’ho letta con vero piacere. Da fisico qual sono però mi corre un obbligo: quello di farti notare come sia bizzarro parlare della “velocità del tempo”: la velocità di qualsiasi cosa si misura in rapporto al tempo Lui, il tempo, che nessuno sa bene bene cosa sia, in rapporto a sé va sempre a velocità 1, perché la velocità è il rapporto con se stesso! E dire che lui accelera non si sa bene cosa possa voler dire. Molto meglio l’affermazione che tu fai che è la nostra sensazione del passaggio del tempo che cambia, no?
Caro Sparz, ovviamente hai ragione! Ma se provassimo a definire il tempo come la percezione della distanza fra gli eventi? Certo, non si potrebbe darne una formulazione matematica. Ma concettualmente sarebbe una impostazione inutile, improduttiva? Magari qualcosa di buono ce l’ha…
A parte il discorso sul tempo che è stato sempre improduttivo, la Sagrada da quando l’ho vista la prima volta mi è sembrata un obrobrio e non ho ancora cambiato idea. Forse in futuro la cambierò e così smentisco la mia considerazione iniziale sul tempo. Ciao.
Obbobrio…
Obbrobrio…cavolo.