Frammenti di Cinema # 75

di Pasquale Vitagliano

Nella “zona di interesse” non si vede passare la storia. Dunque, è lo spazio indolore dell’indifferenza. Questa è l’idea che sta alla base de La zona d’interesse (2023) di Jonathan Glazer, vincitore dell’Oscar come migliore film straniero. Svuotata di ogni significato etico, cinematograficamente si tratta di una “trovata”. Di uno spiazzamento. L’etica resta di lato e resta importante. Come si può parlare di orrore senza farlo vedere? Questa è la domanda di partenza. Esclusivamente estetica. Quante volte abbiamo visto le immagini terribili dell’Olocausto? Rischiamo l’assuefazione. Quante volte abbiamo visto le immagini dell’assassinio di JFK ad Atlanta il 1963? Peter Landesman ha inseguito la stessa idea di Glazer? E l’ha, appunto, trovata. In Parkland del 2013 entriamo nel pronto soccorso dell’Ospedale. Partecipiamo al disperato e inutile tentativo di rianimare il presidente degli Stati Uniti. Ma non una volta (ri)vediamo le immagini dell’attentato. Il punto di vista è del tutto fuori campo, nello sguardo involontario di Zapruder sui cui occhiali intravediamo il riflesso di ciò che ha filmato.

Nell’epoca delle visioni globali e permanenti, le zone d’interessa si sposta su ciò che non si vede e su ciò che oltre lo spazio visivo. Anche il crollo delle Torri Gemelle è stato ridotto allo stato di replica. Nel suo episodio in 11 settembre 2001, Sean Penn delocalizza lo sguardo in un piccolo appartamento dove vive un vedovo (Ernest Borgnine). Un anno dopo l’evento epocale, questo film mette insieme un’antologia di 11 grandi registi mondiali. Penn capovolge la trovata della zona d’interesse. È proprio questa che non riusciamo a vedere, obliterata dalle Twin Towers che si frappongono fatta vedere. Solo il loro crollo farà entrare un raggio di sole nella stanza. Addirittura, la pianta in un vaso potrà rifiorire (suscitando dure polemiche). In Caché – Niente da nascondere (2005) di Michael Haneke, invece, nella zona di interesse veniamo tirati dentro anche noi spettatori. Guardiamo il protagonista che viene spiato minacciosamente da un osservatore sconosciuto. Alla fine, però, con una scelta davvero spiazzante, lo scontro di civiltà che il film sottende tracima oltre i titoli di coda, indifferente all’interesse, appunto, o all’attenzione dello spettatore. Non è un film a finale aperto. Il finale c’è ma ci potrebbe sfuggire, non ci appartiene più, ci ignora. Prosegue per conto suo.

Al limite estremo di questo punto di visione c’è un film horror (anche Caché tenta si appropriarsi di questa atmosfera). In Paranormal Activity (2007) prodotto e diretto da Oren Peli viene realizzato l’esperimento di aprire del tutto la zona di interesse. L’espediente è la presa diretta, stile “Grande Fratello”: la linea dento-fuori e realtà-finzione viene completamente spezzata. L’esperimento è stato interessante ed è riuscito (ma non includiamo i sequel). Esisteva già un precedente in The Blair Witch Project del 1999 di Daniel Myrick ed Eduardo Sànchez. Come non abbiamo (quasi) visto l’orrore dello sterminio, qui non vediamo (quasi) mai la fonte del terrore. La stessa idea (qui filosofica e religiosa) soggiace alla figura di Cristo nel film Ben-Hur del 1959 in cui il regista William Wyler non fa mai vedere il volto del Messia. Ne Il messaggio del 1976 di Mustafa Akkad vengono girate due versioni in shot-for-shot, in inglese e arabo, ciascuna con un proprio cast (Irene Papas e Anthony Quinn in quella in inglese). In entrambi i casi, di Maometto si vedono solo le spalle.  Non si sente la sua voce e hanno fatto attenzione a non riprendere mai la sua ombra. Infine, anche l’amore, come l’orrore può essere messo fuori della zona di interesse. In the mood for love (1999) di Wong Kar Way, considerato da molti il più bel film d’amore, non si vede nemmeno un bacio. Anche in questo caso, lo spettatore può solo immaginare. Eppure, ed è una differenza capitale, anche i personaggi della storia un bacio lo hanno solo desiderato.

Un pensiero su “Frammenti di Cinema # 75

  1. Roberta De Luca

    Non si vede quasi niente, ma si sente quasi tutto; ed è anche peggio. Il loro spazio vitale si nutre dello spazio mortale oltre il muro. La cenere dei corpi fertilizza i loro fiori. E anche adesso c’è un vetro che separa le loro vite ordinarie dai resti della storia. Un punto di vista esterno che entra dentro.
    Bel pezzo, complimenti.

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