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Ricordo del futuro

di Stefanie Golisch

a mio fratello

La tua vita

Un giovane viene arrestato. Sono tempi bui. Viene mandato in un campo dove trascorrerà la sua vita. Al suo rilascio, un vecchio uomo lo fissa nello specchio. Chi è questo uomo? Forse è meglio non porsi questa domanda e piuttosto concentrare i propri pensieri su alcuni imperativi contemporanei.
Conosci te stesso – ma solo entro i limiti di ciò che è consentito. Misura il tuo girovita. Conta le calorie. Renditi conto che basta una sola parola sbagliata e sei fuori dalla compagnia dei benpensanti.
Un resort di lusso per i ricchi nei paesi dei poveri e un posto in un dormitorio per i poveri.
Non farsi ingannare.
Non identificarsi per alcun motivo con la logica di ciò che tutti dicono e che viene postulato come senza alternativa.
Ricorda sempre: ciò che tutti dicono e pensano è sempre sbagliato!

Orrori

L’idea di trovarci in grave pericolo è diventata la nuova normalità. A seconda del temperamento e dell’esperienza personale, c’è chi reagisce con acquisti di panico e c’è chi nasconde la testa sotto la sabbia. Ciò che generazioni di diligenti insegnanti hanno predicato ai loro annoiati studenti – ovvero che si dovrebbe imparare dalla storia – è diventato ormai un luogo comune.
Imparare dalla storia?
Chiunque voglia avere successo nella vita, oggi, farebbe meglio a comportarsi come se la storia del mondo fosse iniziata soltanto con la propria apparizione sul palcoscenico.
Bisogna divertirsi.
Il divertimento ha un prezzo.
Erba e birra sono a buon mercato. Per un vitello dorato, bisogna spendere un po’ di più. Solo a pochissimi basta prendere in prestito un buon libro in biblioteca e affondarvi il proprio io per un lungo pomeriggio d’estate.
La mano tesa verso lo smartphone elimina tutte le differenze di classe.
Guerra è.
L’uomo interiore è sotto attacco costante.
C’è una possibilità che riesca a vincere questa battaglia?

Paura

Per combattere la paura del ghiaccio e dell’oscurità, l’umanità ha bisogno di storie. Miti e fiabe capaci di condensare i suoi interrogativi esistenziali in simboli. Omero – chiunque si nasconda dietro questo nome – inventò Ulisse, l’uomo che, per vincere la paura del mare, decide di costruire una nave. I suoi incontri con la propria natura intima stanno al principio della letteratura occidentale.
Ulisse non ebbe la possibilità di verificare rapidamente cosa si trovava oltre l’orizzonte. Non poteva pianificare il suo viaggio in base alle condizioni meteorologiche più favorevoli.
Egli partì senza sapere dove stesse andando.
La sua incertezza è la ricchezza del suo viaggio e il cuore stesso della letteratura di tutti i tempi.

Pietre

Nel suo diario egizio, Flaubert racconta di una scalata in montagna nell’estate del 1850. In cima, il piccolo gruppo aveva trovato un mucchio di grosse pietre rotonde. Queste pietre erano in origine meloni, che Dio, per noia, trasformò in pietre, racconta la guida per accontentare i turisti curiosi. Probabilmente si è appena inventato questa storiella.
La vitalità del mito risiede nell’assenza di una spiegazione definitiva. Voler sapere sempre tutto con precisione non è affatto segno di saggezza. Chi si aggira senza paura in profondità della propria anima inquieta non teme gli enigmi, ma incantato sta di fronte a ciò che non comprende, né vuole comprendere, cioè: possedere.
Non riuscirà la realtà a renderlo suo schiavo.

Dominio

Terribili sofferenze ha dovuto infliggersi l’umanità prima che venisse creato il Sé – il carattere maschile, funzionale dell’uomo – e qualcosa di tutto ciò si ripete ancora in ogni infanzia. Così descrivono Horkheimer e Adorno il dilemma dell’uomo padrone della terra nella Dialettica dell’Illuminismo del 1944. Il bambino obbediente, lo studente modello – come potranno mai diventare delle personalità? Soltanto chi è immune dal pensiero comune può difendersi dall’essere strumentalizzato da interessi altrui.
Anche se tutti si conformano, io non lo farò, è una massima che risale al Vangelo di Matteo e che dovrebbe essere il principio guida di ogni percorso educativo.
Il fatto che la Dialettica dell’Illuminismo, a ottant’anni dalla sua prima pubblicazione, non abbia perso nulla della sua dirompenza, fa capire che le strutture totalitaristiche non sono affatto un retaggio del passato. Soprattutto in periodi di instabilità politica e disorientamento esistenziale, possono essere facilmente riattivate. Nota bene – da tutti gli schieramenti politici, comunità religiose e gruppi ideologici.
Chi, alla fine, tira i fili sono coloro che da sempre reclamano per sé il diritto di decidere le sorti del mondo in base ai loro interessi finanziari.
Al popolo, il trash, i poveri oggetti di nessun valore.

L’oggetto e il suo suddito

Gli oggetti ci tengono in pugno. Vogliono essere posseduti da noi. Sanno come rendersi desiderabili. Ci tentano con prezzi imbattibili e disponibilità illimitata. Sono una promessa la cui efficacia è proprio dovuto al fatto che non viene mai mantenuta.
L’accumulatore seriale, prigioniero in casa propria, è l’emblema del dominio assoluto degli oggetti.
Nella società capitalista, sfuggire al circolo vizioso dei giocattoli colorati, è praticamente impossibile, poiché la dipendenza da loro creata non è un semplice effetto collaterale, ma il nucleo stesso di una politica economica che nega all’uomo la dignità.
Senza di noi, non sei niente, sussurrano gli oggetti all’orecchio del potenziale acquirente, finché questo non si arrende, accumulando tutte le inutilità che il mercato offre e che avvolgono la sua esistenza in un velo di tristezza inconsolabile.

Dei e fantasmi

Quando gli dei se ne vanno, appaiano i fantasmi, scrisse nel 1799 l’ingegnere minerario e poeta Friedrich von Hardenberg, in arte Novalis.

Diventare oggetto

L’impotenza di fronte alla vita, la cui qualità si può ancora intuire, ma non più sentire, genera un senso di vuoto che, nel peggiore dei casi, si cerca di alleviare distruggendo ciò di cui non si fa più parte. Chi si percepisce ormai soltanto come una funzione di algoritmi, prima o poi perde la fiducia in se stesso.
Da una prospettiva psicoanalitica, Erich Fromm, nella sua opera Anatomia della distruttività umana, coniò il termine necrofilia, cioè, l’amore per le cose morte, come reazione patologica alla perdita della propria vitalità. L’ideale di una società in cui tutti i membri possano svilupparsi liberamente – ideale che l’umanità ha miseramente fallito di realizzare – viene proiettato sulla megamacchina AI, caricandola di un significato pseudo-religioso, una tipica fantasia messianica.
La novità è che il messia non può più essere chiamato in causa.
Perché non esiste proprio.

Modernità stanca

Quando è iniziata questa stanchezza? La nausea nei confronti dei progressi tecnologici e delle proclamazioni umanistiche che dovrebbero elevare la vita passo dopo passo? Sembra piuttosto che il presunto progresso su una scala temporale lineare si sia rivelato una pura finzione.
Che ci piaccia o no, la nostra visione del mondo è la visione del mondo della nostra epoca. È lei che costituisce lo sfondo su cui si formano le nostre opinioni, si dipana la nostra vita emotiva e ci raccontiamo le nostre storie. Che l’uomo percepisca le stelle nel firmamento come immagini spirituali in cui si riflette il suo destino, o come sfere luminose di gas incandescente, dipende dalle convinzioni che la sua epoca e cultura hanno adottato.
Uscire da queste, osservando la propria realtà a posteriori, è un affascinante esperimento mentale capace di mettere radicalmente in discussione i presupposti che la maggioranza prende per scontato.
È così che viviamo e pensiamo.
Ma è così che vogliamo vivere e pensare?
Nella Vita di Galileo, Brecht definisce il genere umano come una razza di nani ingegnosi che possono essere ingaggiati per qualsiasi cosa.
E’ un insulto intollerabile.

Dì la tua frase

Ogni essere umano è un artista è un’affermazione provocatoria di Joseph Beuys, che interpreto come un incoraggiamento a celebrare il mio potenziale creativo come un dono.
Anche nelle situazioni più sfavorevoli, apparentemente senza speranza, si può dare forma alla propria vita. Qualcosa si può fare anche nelle situazioni più disperate.
Non esiste un unico obiettivo che tutti debbano raggiungere, così come non esiste il telos della storia.
Ciò che di noi fa degli uomini sono i nostri errori, i sogni che non si sono avverati, i progetti abbandonati e l’amore che ci ha trovato quando ancora non eravamo pronti ad accoglierlo.
Nel suo romanzo Pastorale americana, Philip Roth racconta la storia di un giovane che, nel tentativo di conquistare una ragazza, inventa per lei un regalo speciale: un cappotto di pelliccia di criceto cucito a mano. Un’impresa di Sisifo. Alla fine, il cappotto, come tutte le cose che desideriamo veramente, viene completato e spedito per posta. Quando arriva a casa dell’amata, lei, disgustata dal fetore di criceti morti, lo getta immediatamente nella spazzatura.
Le nostre storie più vere sono così. Non raccontano di trionfi, ma di imprese fallite miseramente – e di come siamo riusciti a rialzarci.

Consolazione per il futuro

Chi ha bisogno di aiuto, alla fine sarà aiutato. Questa frase a volte è vera, il più delle volte no. Eppure non abbiamo altra scelta che aggrapparci ad essa. I morti ci spingono avanti. Non vogliono smettere di vivere.

Il quadro è di Johanna Häcker.

Germania anno 2026

di Stefanie Golisch

Ragione di Stato

Sotto la voce Relazione con Israele, sulla pagina web del governo tedesco, si legge la seguente precisazione: La Germania difende l’esistenza e la sicurezza di Israele. Questo è il fondamento delle relazioni tedesco-israeliane e, come tale, espressione della responsabilità storica del nostro paese: “Questo vale oggi, vale domani e vale per sempre”, afferma il cancelliere Friedrich Merz.
Per lo stato tedesco, la solidarietà incondizionata con Israele equivale a una ragione di Stato, una dottrina che funge da guida morale e che non può, per alcun motivo, essere messa in discussione.
Il termine risale a Machiavelli che lo definisce come un principio assoluto che lo stato si dà e da cui dipende la sua legittimità. Se viene infranto, perde la sua raison d’être. Continua a leggere

Tra giorno e sogno. Tre poesie contro la paura.

Il buon vicino

di John Burnside (GB,1955-2024)

In questa via che non conosco, da qualche parte,
in un labirinto di meli e stelle,
un uomo si alza nelle ore piccole, trova un libro
siede alla finestra o al tavolo
per ascoltare la mattina, da solo,
senza nome, spensierato, felice con se stesso.

Non so chi è; non l’ho mai incontrato
al mercato del pesce o in banca,
eppure, lo penso in notti come queste,
solo a casa, con i vicini che dormono
come mosche sonnolenti.

Quell’uomo vede quello che anche io vedo:
la neve in una notte d’inverno; e in estate il cielo.
Egli ascolta voci di uccelli tra le nuvole
e, come un compagno-spirito,
lo spettro nella pioggia, l’ultima ruota
del carro, non c’è veramente,
eppure, in qualche modo, c’è;

lo vedo mettere giù il libro, guardare l’ora,
riempire una pentola di acqua, poi,
improvvisamente, mio buon vicino si dissolve
e diventa un uomo che conosco da sempre:
uno straniero sulla strada del dolore;
marito, padre di famiglia; un uomo ricco,
povero; un ladro. Continua a leggere

L’oggetto e il suo suddito

di Stefanie Golisch

Le tracce degli oggetti

Gli oggetti ci tengono in pugno. Vogliono che noi li vogliamo possedere. Sanno come rendersi desiderabili. Sono disponibili ovunque. Giorno e notte. Una promessa onnipresente il cui successo deriva dal fatto che non sarà mai mantenuta. Lo sappiamo, eppure l’inevitabile delusione non serve da avvertimento, ma al contrario, da incentivo a continuare, sempre, sulla stessa strada dei clic veloci. Gli oggetti non si arrendono mai. Senza di noi, tu non esisti, ci sussurrano all’orecchio finché non ci rimane altro che crederci.
Sono loro, gli oggetti, la nostra fede. Continua a leggere

Anatomia dell’invisibile

di Stefanie Golisch

Il potere è una costante della convivenza umana, che nella sua forma originaria si pone come questione di sopravvivenza. È la valutazione a cui giunge lo scrittore e premio Nobel per la letteratura Elias Canetti, nella sua opera principale Massa e potere del 1960. Nel contesto delle sue ricerche storiche-culturali, la quintessenza del potere si colloca nel preciso istante in cui la vita trionfa sulla morte. La sua pressoché illimitata adattabilità a delle circostanze più diverse, lo predestina, tuttavia, a giocare un ruolo determinante in tutte le nostre relazioni.
In realtà, chiunque oggi faccia ricerche sul tema del potere in rete, difficilmente viene confrontato con delle domande esistenziali. Piuttosto appaiono siti legati al mondo imprenditoriale, in particolar modo del business coaching. Il potere, in questi contesti, si chiama leadership ed è connotato positivamente, essendo il suo esercizio finalizzato a ottimizzare la gestione aziendale.
Tra questi due poli – la prova della sua crudeltà sociale e l’affermazione della sua convenienza – le manifestazioni del potere emergono in infinite costellazioni evidenti e meno evidenti. I suoi effetti più significativi si manifestano, tuttavia, sempre laddove i suoi meccanismi rimangono nascosti. In altre parole: ovunque. Continua a leggere

Arte e fascismo: A proposito dell’omonima mostra al MART di Rovereto

di Stefanie Golisch

Il titolo stesso della mostra, insieme alla locandina, realizzata in stile fascista, esprimono il suo programma con la massima chiarezza: Arte e fascismo hanno creato insieme una grande epoca della cultura italiana che va riscoperta e rivalutata come modello di una futura arte di stato.
Accompagnato in un percorso guidato dalle scelte personali del presidente del MART, Vittorio Sgarbi, che ne ha contribuito con numerose opere provenienti dalle sue collezioni private, il visitatore si muove tra enormi busti di Mussolini, chiamato rigorosamente con quel titolo che il fascismo aveva riservato al culto della sua personalità. Infatti, a Rovereto, in questa primavera 2024, Mussolini è il Duce o anche Dux: senza virgolette. Senza alcuna contestualizzazione storica. Continua a leggere

Non ho avuto il tempo di finire

Il post che avevo programmato alcuni mesi fa per la giornata di oggi era dedicato alla memoria di Selma Merbaum, giovane poeta ebrea, nata 100 anni fa, il 5.2.1924 e morta a 18 anni, vittima della Shoah. Non è rimasto molto di lei, una foto e cinquantotto poesie che ho tradotto nel 2009 in italiano con il titolo: Non ho avuto il tempo di finire.
Infatti, queste sono le ultime parole che Selma, all’indomani della deportazione, scrive nel suo album di poesie prima di consegnarlo a una amica.

Non ho avuto il tempo di finire.
Nella luce della violenza inaudita che si scatena contro la popolazione civile palestinese in questi mesi e che si sta intensificando di giorno in giorno, le parole di Selma si caricano di un significato che trascende il suo destino individuale.
Chiunque non abbia il tempo di finire di lavare i piatti, di dare da mangiare ai bambini, di cucinare la cena è fonte della nostra vergogna. Ieri gli ebrei, gli armeni, i tutsi, i bosniaci e tutte le etnie che sono state perseguitate e uccise sotto gli occhi di chi ha preferito far finta di niente per indifferenza o interesse.
Se pretendiamo di aver imparato qualcosa dalla storia, la commemorazione delle vittime della Shoah ci costringe di stare, a prescindere, dalla parte di tutte le vittime di pulizia etnica di tutti i tempi. Hanno bisogno di noi i morti e i vivi affinché loro non diventino i dimenticati di domani.
Chi non ha il tempo di finire ha il diritto dell’incondizionata solidarietà da parte di chi, invece, ce l’ha.
Tacere davanti ad un crimine contro l’umanità come viene commesso in questo momento da parte del governo Netanyahu equivale all’identificazione con la logica utilitaristica dei governanti che considerano l’essere umano nient’altro che una pedina nell’eterno gioco per soldi e potere.

Non ho avuto il tempo di finire, scrive Selma, riassumendo in poche parole scarne la tragedia di chi perde la vita in mezzo alla vita. Tutto ciò che succede ti riguarda, recita un verso del poeta tedesco Günter Eich. A noi che oggi, speriamo di poter finire quello che abbiamo iniziato, ci riguarda ogni pasto cotto a metà, ogni frase interrotta, ogni gatto che questa sera non mangerà e ogni poesia senza fine. Se non comprendiamo questo, siamo persi. O ci salviamo tutti, o non si salva nessuno.

Stefanie Golisch, 3.2.2024

Selma Meerbaum-Eisinger: Non ho avuto il tempo di finire. Poesie sopravvissute alla Shoa. A cura di Adelmina Albini e Stefanie Golisch, Milano, 2009. (Mimesis Edizioni)

Incontro – coda….

Nessuna immagine

di William Waring Cuney (USA, 1906-1976)

Non sa
di essere bella,
pensa che il suo corpo scuro
non abbia gloria.

Se potesse danzare
nuda
sotto le palme
e vedere la sua immagine nel fiume
potrebbe scoprirlo.

Ma non ci sono delle palme
sulla strada
e l’acqua dei piatti non rispecchia
alcuna immagine.

Noi

di Stefanie Golisch (Germania, 1961)

In tuta da casa grigia, c’è un buco nella
gamba destra, il colore dello smalto è
blu, vedo le sue mani quando fuma sul
balcone. Non so cosa fa quando non fuma
sul balcone, forse la stessa cosa che faccio
io dall’altra parte del muro: non scrivere
poesia. Il colore del mio smalto è rosso,
so che lei lo sa
No images

She does not know
her beauty,
she thinks her brown body
has no glory.

If she could dance
naked
under palm trees
and see her image in the river,
she would know.

But there are no palm trees
on the street,
and dish water gives back
no images.

Traduzione Stefanie Golisch
Il quadro è di Xenia Hausner

Il tempo, i giorni e gli anni

Karl Krolow (Germania 1915-1999): Tre poesie

Tempo

Tempo: qualcosa
che sporca le tasche
di sangue.
Piove vita
dai corpi aperti.
I giorni
e le sue silenziose imprese
con gli uomini
che si perdono.
Nella sabbia
un mese dipinge
la propria immagine per consegnarla
al prossimo, senza nesso
con quello che verrà.
Il bel tempo
non cambia il carcinoma.
Le carte belle in ordine
bruciano anno dopo anno. Continua a leggere

Incontri XXXIII

Paolo Leminski

Scontrarii

Ho detto alla parola di rimare
ma lei non m’ha ubbidito.
Parlava di mare, di cielo, di rosa,
in greco, in silenzio, in prosa.
Sembrava fuori di sé,
la sillaba silenziosa.
Ho detto alla frase di sognare
e s’è persa in un labirinto.
Fare poesia, mi sa, questo e basta.
Dare ordini a un esercito
per conquistare un impero estinto.

William Carlos Williams

Solo per dirti

Ho mangiato
le prugne
che erano
nel frigorifero

e che
probabilmente
hai conservate
per colazione

Scusami
erano deliziose
così dolci
e così fredde

Desencontrários

Mandei a palavra rimar,
ela não me obedeceu.
Falou em mar, em céu, em rosa,
em grego, em silêncio, em prosa.
Parecia fora de si,
a sílaba silenciosa.
Mandei a frase sonhar,
e ela se foi num labirinto.
Fazer poesia, eu sinto, apenas isso.
Dar ordens a um exército,
para conquistar um império extinto

This is just to say

I have eaten
the plums
that were in
the icebox

and which
you were probably
saving
for breakfast

Forgive me
they were delicious
so sweet
and so cold.

Traduzioni di Massimiliano Damaggio e Stefanie Golisch.

Paolo Leminski: Distraídos venceremos/ Distratti vinceremo, a cura di Massimiliano Damaggio, L’arcolaio editore, 2021.

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Tutto ciò che succede ti riguarda

di Stefanie Golisch

Lo stato delle cose.
A un certo punto, le cose sono andate come non dovevano andare, ma qual è quel certo punto? Quando ha cominciato che la difesa della pace e del principio della non-violenza sono stati buttati ufficialmente nella spazzatura della storia?
Sarebbe ipocrita ignorare il fatto che le due guerre in corso, che vengono utilizzate dai mass-media per dividere il mondo in buoni e cattivi, facciano parte di una catena ininterrotta di conflitti armati che raramente concedono una tregua. Si sa, ma è nella natura dell’uomo escludere dal proprio campo visivo ciò che non gli tocca direttamente. L’idea che tutto ciò che esiste è collegato e che le nostre azioni e i nostri pensieri risuonino nel mondo e perfino nell’universo, è per la maggior parte un’astrazione, se non una assurdità a prescindere.
Eppure l’esperienza vissuta insegna che è proprio così. Tutto ciò che succede ti riguarda recita un verso del poeta tedesco Günter Eich: il bene, il male e i vasti paesaggi di ombre e ambiguità che sono il teatro del nostro maldestro vivere. Ogni volta che una persona muore violentemente, tutta l’umanità si macchia di sangue. Il peso della responsabilità non è mai soltanto di chi è direttamente coinvolto, ma di ogni uomo. Continua a leggere

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Incontri XXXI

Franz Kafka (1883-1924)
da: Bambini sulla strada di campagna

Andai verso quella città, della quale si diceva nel nostro paese:
“Lì c’è gente, pensate, che non dorme!”
“E perché non dormono?”
“Perché non hanno mai sonno.”
“E perché non hanno mai sonno?”
“Perché sono matti.”
“Ma i matti non hanno sonno?”
“Come fanno i matti aver sonno?”

Rachel Wetzsteon (USA, 1967-2009)

Blue Octavo Haiku

dopo Kafka

Indolenza e impazienza
sedute su grosse poltrone,
pianificando la mia rovina.

Una gabbia malvagia
volava lungo l’orizzonte
alla ricerca di un uccello.

Bruciavo d’amore,
in stanze vuote voltavo
coltelli contro di me.

“Guarda il cancello luminoso”,
disse il guardiano. “Ora vado
a chiuderlo. “

Appena avevano pulito la strada,
cadevano nuovi mucchi
di foglie secche.

Ma nulla uccide la fede
come una ghigliottina,
tanto pesante, tanto leggera.

Felicità? Trovare
il tuo nucleo indistruttibile
e abbandonarlo a sé.

Nel cielo
volava senza fiato
una legione di corvi impossibili. Continua a leggere

Incontri XXX

Reiner Kunze (Germania, 1933)

sotto gli alberi che stanno morendo

Abbiamo offeso la terra, si prende
indietro i suoi miracoli

Noi, di questi miracoli
uno

Stefanie Golisch (Germania, 1961)

Sotto un cielo cadente

Io non sono fatta per te e tu non sei fatto
per me, siamo fatto per renderci liberi
l’uno dell’altro

r.m.drake

essere umani è
essere rotti e
rotti è un modo
proprio di essere belli Continua a leggere

Incontri XXIX

E.E.Cummings (1894-1962)

Ma questa sera vengo con un sogno negli occhi.
Con una rosa busso alla porta del tuo cuore senza speranza –
Aprimi!
Perché ti voglio mostrare posti nessuno conosce.
E se vuoi,
posti perfetti per dormire.

Bert Brecht (1898-1956)

Dove state andando? Da nessuna parte. Da chi state scappando? – Da tutti.
Vi chiedete, da quando sono insieme?
Da poco. – E quando si lasceranno? – Presto. Continua a leggere

In memoria Christian Bobin ( 1951-2022)

Ce qui parle à notre
cœur-enfant est qu’il
y a de plus profond.
J’essaie d’aller par
là. J’essaie seulement.

Ciò che parla al nostro
cuore bambino è cosa
più profonda.
Cerco di raggiungerlo.
Ci provo soltanto.

Christian Bobin

Prima di partire

a C.B.

Imparare a accarezzare un gatto, imparare io sono io
e tu sei tu, imparare il mondo è mio, imparare non è
così, imparare il tempo delle cose, imparare il mio
tempo, imparare che quando il gatto dorme dorme,
imparare a dormire anche io

Stefanie Golisch

Oggi, un anno fa, è morto lo scrittore e poeta francese Christian Bobin.
Il quadro è di Janet Sobel.

Incontri XXVIII

Dedica alla nipote Samay

di Heinrich Böll (Germania 1917-1985)

Veniamo da lontano
liebes Kind
e lontano dobbiamo andare
niente paura
tutti sono con te
che sono stati prima di te.

Simmetria

di Ruxandra Niculescu (Romania, 1949)

Il corpo sogna
che gli crescono le ali
l’anima sogna
di mettere le radici.

Nota a piè di pagina

di Bill Knott (USA, 1940-2014)

Tutti noi che siamo vissuti sulla terra
e tutti i nostri amori e guerre
chi sa se la luna
si ricordi di loro. Continua a leggere

Incontri XXVII

La povertà del santo

di Peter Huchel (Germania, 1903-1981)

Chiunque tu sia,
sacre ossa,
mascella spalancata,
cinto da filo dorato
sotto le arcuate costole
ardeva un cuore,

Quando il gelo
solleva le pietre
l’assenza di pietà
dice l’elogio del creato.

In muta attesa

di David Maria Turoldo (Italia 1916-1992)

Parole, e segni, e immagini,
ringhiere alle nostre solitudini:

maschere di depistaggio
dalla strada verso il nudo
Essere:

certo, neppure da nominarsi,
appena da invocare
in silenzio:

là tu permani
oltre lo stesso Dio:

e io di qua
in muta attesa
Continua a leggere

Incontro XXVI

Giorno d’autunno

di Rainer Maria Rilke (1875-1926)

Signore: è tempo. Grande era l’estate.
Metti la tua ombra sulle meridiane,
e libera i venti sopra le pianure.

Dì agli ultimi frutti di maturare,
concedigli ancora due giorni di tepore,
affinché si possano compiere, e spremi
nel grave vino l’ultimo sapore.

Chi ora non ha casa, non l’avrà.
Chi ora è solo, lo rimarrà a lungo,
vegliando, leggendo, scrivendo lunghe lettere
e camminando irrequieto tra i viali
nel fluttuare delle foglie.

Giorno d’autunno 2023

di Stefanie Golisch (Germania, 1961)

L’estate non era più grande della primavera, non
più saporito delle mele Pink Lady che poco sanno
di mela. La stanza del poeta è vuota, sul tavolo ha
lasciato il libretto d’istruzione della caldaia con
l’augurio di riuscire a farla partire Continua a leggere

Incontri XXV

The song

di Stefanie Golisch (Germania, 1961)

C’è un cane davanti alla porta d’ingresso,
ma nessuno ricorda il suo nome, questa è
casa tua, un’altra non c’è, e nemmeno un
altro cane, ti ripeti quello che dicono tutti:
non ci si può fidare di nessuno, ma il cane
si fida di te

Da: Sacro minore

di Franco Arminio (Italia, 1960)

Sacro se ti metti in ginocchio
anche se non credi a niente.

Il quadro è di Janet Sobel

In memoriam Charlotte Salomon (1917-1943)


Il mio tempo

per Charlotte Salomon (1917-1943)

the smallest color of the smallest day
Delmore Schwartz

Chi sono? Chi ero e chi sarei diventata?
La mia fiaba finisce qui. Attendo vita e
morte che forse sono la stessa cosa e
forse no. Questo è stato il mio tempo,
l’unico, il migliore di tutti. Vi lascio la
mia storia, ora attendo le vostre

Ottant’anni fa, il 10.10. 1943, la pittrice Charlotte Salomon, incinta di
alcuni mesi, fu uccisa ad Auschwitz. Aveva 26 anni.