FARE LUCE CON LA POESIA – intervista ad Annamaria Ferramosca
Nel pensiero greco la luce è principio generatore di vita e di conoscenza. Finché si vede la luce si vive. Si tratta di una luce non solo fisica, ma interiore ed emotiva che si contrappone al buio della morte, un buio che il Novecento ha spesso cantato ed esaltato. La poesia può (ancora) donare questa luce? Può (o deve) cantare la vita?
Con questa tua prima domanda mi hai riportato molto indietro nel tempo, sui banchi del liceo, quando mi incantavo ascoltando i versi dei lirici greci, mia prima immersione nella dimensione pura della poesia che da allora non mi ha più abbandonato; sì, la luce che quella poesia effondeva, era un simbolo potente, associato a qualcosa di immateriale, o divino, come la misteriosa forza della bellezza e dell’amore in Saffo o come il senso di sacra pienezza della gloria in Pindaro o quella sconfinata dimensione di luce in Alceo, quando celebra il sole e la natura che ne è invasa. Una luce che dagli albori della scrittura poetica ha poi attraversato i secoli e guidato la penna dei poeti come metafora della splendida forza della conoscenza, luce-guida per contrastare la parte oscura della vita, l’insondabile mistero della morte e dell’altrove, e tutto il buio che sedimenta nel fondo della nostra interiorità.
Certamente il 900 poetico ha spesso cantato ed esaltato il buio; basti ricordare la poesia della nota triade poetica italiana, con il tema della guerra e dei suoi lutti in Ungaretti, con i versi montaliani pervasi da disillusione e malinconia e quelli di Quasimodo spesso centrati sulla dimensione effimera del vivere. Così anche Pasolini, che con “Poesia in forma di rosa” come testo esemplare, ha manifestato ribellione e aspra critica sociale ad un mondo ostile. E pure molta poesia di donne rivela sensazioni di angoscia epocale, come in Amelia Rosselli, e dolorose note di inquietudine in Alda Merini.
E mi chiedo se questa inquietudine, questo mood di ripiegamento e tristezza sulla nostra umana vicenda, non sia un inconscio voler “far luce “, una instancabile ricerca sui nostri umani limiti e pure sulle nostre infinite capacità – purtroppo non a sufficienza esperite- di mutare il corso degli eventi. Ma non è forse questa la funzione del pensiero poetico, la sua instancabile ricerca di nuovi percorsi, di più chiari orizzonti? Dunque, questa è la risposta-domanda al tuo quesito che mi sento di darti, oggi. Oggi che viviamo un tempo forse mai vissuto in precedenza, in cui l’assurdo delle azioni umane dilata e sconvolge la realtà, l’irrazionale diviene azione impunita e ripetuta, e dove eventi di inaudita ferocia e sopruso si ripetono nell’indifferenza e annichiliscono per il senso generale di impotenza diffuso.
Questo che viviamo è davvero il buio più denso della storia e solo con la strenua resistenza e l’invincibile speranza di chi continua a scrivere – nonostante tutto – si può coltivare una pur residua fiducia nell’umano. Penso ai poeti palestinesi di Gaza che hanno continuato a scrivere e testimoniare l’orrore, molti di essi prima di morire sotto i bombardamenti israeliani (“Il loro grido è la mia voce- Poesie da Gaza “, Fazi Editore 2025).
La Poesia è da sempre sorgente di fiducia, pensiero di vita, canto che non avrà fine, perché la vita, evento sacro per eccellenza, sia sempre conservata.
La luce è vita e il primo atto creativo di Dio nella Genesi è il fiat lux. Nel primo canto del Paradiso Dante parla della luce come sorgente, principio dell’essere che comprende tutte le cose, forma perfetta, bellezza suprema, metafora dello spirito, identificazione con Dio, armonia assoluta: la gloria di colui che tutto move/ Per l’universo penetra e risplende/ In una parte più e meno altrove. La poesia può (ancora) svegliare il senso del sacro che alberga al centro del cuore dell’essere umano, distogliendoci dalla narcosi e dall’abbrutimento?
Quanto profonda, Luca, e pure quanto complessa, questa tua domanda! Il senso del sacro è di certo una nostra peculiare impronta, umanissima, sebbene si riferisca ad una dimensione trascendente. La poesia da sempre – e tu giustamente citi i memorabili versi del nostro poeta Sommo – percepisce la presenza del sacro dovunque nell’universo, come perfezione assoluta, totale armonia, pure dimensione che la nostra mente riconosce come costitutiva della propria essenza, sebbene labile, sfuggente. Da qui la nostra sensazione sempre inquieta di mancanza, la nostra insaziata esigenza di assoluto., tensione alla bellezza, al raggiungimento di quel bene indicibile che è la nostra vera Casa, da cui veniamo e che vorremmo abitare in eterno.
Un’esigenza che ci è connaturata e che emerge con naturalezza mentre si scrive con mente lasciata libera di vagare nei territori che nessuno può sottrarci. I circuiti misteriosi che la poesia percorre e rivela sono infatti spesso sorprendenti scenari di una verità appena intravista, con sensazioni gioiose di completezza, gratitudine, forte comunione con il tutto, che percepiamo come ritrovata dimensione del sacro, appunto.
Cos’è per te la luce?
Dove la mia luce? Da quando ho memoria di me come essere pensante – potevo forse avere 4 -5 anni – mi pongo le note domande metafisiche su chi sono da dove provengo perché vivo e pure se veramente vivo. Sono domande per me così invadenti, ostinate e ossessive, che ho deciso di metterle in versi nel mio ultimo libro dal titolo Luoghi Sospesi (le troverai nel primo dei 4 testi allegati). Ma confesso di riflettere solo ora che me lo hai chiesto, sul mio rapporto con la luce. Quella luce che conosco come forma di energia elettromagnetica, fenomeno fisico quantistico ambiguo tra corpuscolo e onda, di cui neppure Dante sapeva, l’ho ben studiato negli anni dell’università, corso di laurea in Scienze Biologiche. Credo di non aver mai pensato a qualcosa che riguardasse la mia personale sfera simbolica, ma, c’è un ma.
Ora che me lo hai chiesto trovo, come a volte mi accade, una forse non fortuita coincidenza con mie recenti letture, saggi di scienziati che riportano esiti di recenti ricerche e relative ipotesi sulle connessioni tra fisica quantistica e coscienza, su cui non mi dilungo, ma che mi hanno aperto orizzonti inaspettati sulla nostra essenza. Alcune ipotesi affermano che siamo, tutti e tutto forme di energia unite nell’universo in un’unica dimensione comunicante che non esclude anche la trascendenza. Una luce cosmica che accomuna, sulla cui necessità mi sento fortemente concorde, che di certo accrescerebbe in noi una nuova consapevolezza, la solidarietà planetaria tra i popoli, il rispetto per tutta la natura e un grande senso etico.
Ma ritornando alla mia piccolezza di semplice scrivente, una forse stranita risposta su ciò che considero la mia luce può venire da questa riflessione: se mi soffermo oggi sulla nostra realtà in così rapida trasformazione, con le inquietanti scene del post-umano con il labile confine tra naturale e artificiale (la cybervita, la vita in 3D, la vita biologicamente o elettronicamente modificata!) e guardo pure la natura violata, le varie nostre derive, vedo che, nonostante scene di dissoluzione, nonostante la nostra effimera vicenda, la vecchiaia, i lutti, il vuoto, nonostante tutto, rimane sempre un piccolo spazio mentale dove mi sembra di scorgere un bagliore: è il sentire che è possibile invertire la rotta, possibile ritrovare me stessa e il sacro dentro e fuori di me, man-tenendo la genuinità dei rapporti umani, coltivando con assiduità e determinazione la vicinanza e la cura.
-“è nel sentire il senso” – avevo scritto, forse come inconsapevole mia futura risposta alla tua richiesta di oggi sulla luce, nell’ultimo testo dei 4 che ti accludo. Speriamo che sia una piccolagrande verità.
La parola ai versi
bambina
isola d’occhi indagatrice
non avverte fame né sete
fuori dal tempo
sola nella stanza
per ore a guardare
di là dal vetro
fuori dalla finestra
piove
ma piove davvero?
e io sono davvero?
come sono arrivata qui? per fare cosa?
ma chi sono? trovo così strano
sentirmi mentre penso e muovo
il mio pensare e perché solo il mio?
penso dunque sono?
e tutto questo pensare avviene
solo dietro la mia fronte?
sarebbe così egocentrico! eppure
perché non vedo il pensiero degli altri?
forse loro non sono?
forse sono soltanto
fantasmatiche mie costruzioni?
pure illusioni?
o viceversa loro esistono e
sono io maschera vuota?
il fatto è che avrei quasi la prova
del contrario
ché solo io sento e governo il mio pensare
da nessun altro mi giunge
questo intenso rumore cerebrale
sì dubito fortemente che altri umani
e tutto il resto esistano davvero
temo sì temo e piango
d’essere solo io viva e vera
di certo sono sola tragicamente sola
solissima
(da Luoghi Sospesi, Edizioni Puntoacapo, 2023)
*
sembra che cadano dall’alto le parole
della poesia – mi dici –
come da un tremito di stelle
sembra un bruciare di schegge fossili
lampi di altra memoria che trasmigra
hanno esili braccia come leve di luce
a sollevare le pietre dell’umano
non vanno per salti ma
per larghissimi voli
sulla nostra laguna sconsolata
a intercettare un centro innocente
la forma fetale del cuore
è vero un pulviscolo di parole
invade l’universo lo informa lo plasma
se resti in ascolto puoi avvertire
le onde d’urto nel bosco
il colpo secco della corteccia
il tuffo della rana di Basho
un chiamarsi tra loro – pianissimo – delle cose
e quella nostra stramba contentezza
nell’ascoltare.
(da Andare per salti, Arcipelago Itaca, 2017)
*
Un’aria di foresta mi batte sulle guance
un’aria di foresta mi batte sulle guance
sto volando
a braccia distese esploro un sogno
siamo voci in stormo
come in cammino su un sentiero d’aria
con la conchiglia e la veste monacale
la notte irradia pulsazioni di canto
sto scrivendo
della mia stanza dell’incertezza
nel bagliore tenue dello schermo
emoticons
a sottrarre voce a surrogare
parole-carezze sulla pelle pelle
che almeno scorticasse
della distanza della competizione
della frazione ormai plasmatica del male
oh quanti siamo in astinenza
e la dose d’amore intravista
è materia immigrante flujo peligroso
frutto ibridato – era mela divina – ora
a marcire negli angoli
sorvolo l’area desertica africa
dell’abbandono
e l’europa che nel buio scintilla
di luci infide a macchie urbane
sto scrivendo
della mia illusione sulle fondamenta
cittàmondo in molle subsidenza del desiderio
sentirmi lambire da lingue-incendio lingue
dell’incontro a parlarsi poi solo buio
ma il risveglio sarà per-voce ancora voce
canto battesimale onda di madre
scalderà d’accoglienza nuovo sangue e cellule cellule
a generare ancora ancora a spegnersi
nella spirale l’urto l’incendio pure
il trasporto dei padri sulle spalle
Enea e Iulo in cammino fino all’Antartide
sto guardando
la grande foresta giù che lampeggia
il verde corpo disteso benaugurante
a vegliare sui flussi naturali sui nuovi nati
– potrebbero tecnomorire – o vivi
tornare a correre sulla grande pianura
salvarsi mano sul cuore
di diluvio in diluvio
(da Other Signs, Other Circles — Selected Poems 1990-2009, Chelsea Editions, N.Y., 2009)
*
forse è nel sentire il senso?
sentire benevolenza salire dalla terra
sentire come largo l’amore scorre
come plasma corpomenteparola
come emoziona perfino l’acqua e l’aria
come muove la pietra
sentire prossimità in ogni creatura
sentire il suo sfolgorio il suo declino
sentire tutta la mite materia terrestre
ogni volta rinascere mite
e tu sentirti il nativo
appena uscito dalla foresta
ne conservi il profumo
pallido nell’attesa incredulo
serrati gli occhi a fermare
all’orizzonte
tutto quell’oro che lampeggia
(da Luoghi Sospesi, Edizioni Puntoacapo, 2023)
Annamaria Ferramosca ha pubblicato 11 libri di poesia, tra cui: Luoghi sospesi (Puntoacapo); Per segni accesi (Ladolfi); Curve di livello (Marsilio), Other Signs, Other Circles – Selected Poems 1990-2009 (Chelsea Editions, N.Y., Poeti Italiani Contemporanei Tradotti, traduzione di Anamaria Crowe Serrano e Riccardo Duranti). Due raccolte bilingui sono state pubblicate in Argentina con il volume Volver a escribir la vida (Abisinia Editorial, traduttore Antonio Nazaro) e in Romania con Va veni oceanul (Editura Cosmopoli, traduttrice Eliza Macadan). Ampio materiale critico e audio-video è presente nel sito www.annamariaferramosca.it.
