di Stefanie Golisch
Ragione di Stato
Sotto la voce Relazione con Israele, sulla pagina web del governo tedesco, si legge la seguente precisazione: La Germania difende l’esistenza e la sicurezza di Israele. Questo è il fondamento delle relazioni tedesco-israeliane e, come tale, espressione della responsabilità storica del nostro paese: “Questo vale oggi, vale domani e vale per sempre”, afferma il cancelliere Friedrich Merz.
Per lo stato tedesco, la solidarietà incondizionata con Israele equivale a una ragione di Stato, una dottrina che funge da guida morale e che non può, per alcun motivo, essere messa in discussione.
Il termine risale a Machiavelli che lo definisce come un principio assoluto che lo stato si dà e da cui dipende la sua legittimità. Se viene infranto, perde la sua raison d’être.
Il mito fondante della repubblica federale tedesca è il riconoscimento della responsabilità storica del genocidio del popolo ebraico. Essa determina la sua politica estera e interna, indipendentemente da quale forza politica si trovi al governo.
Per comprendere l’attuale posizionamento della Germania in riferimento alla questione palestinese è necessario considerare questa pressoché totale identificazione con gli interessi dell’altro. Nella presunta lotta contro ogni forma di antisemitismo, la ragione di stato, viene utilizzata per giustificare le pesanti sanzioni contro ogni forma di protesta e la limitazione delle libertà scientifiche e culturali, garantite dalla costituzione. In pratica, funge da pretesto per vietare manifestazioni pro-Palestina, concerti, spettacoli teatrali e dibattiti. Pubblicisti, scrittori, artisti e in generale chiunque osi esprimere una valutazione diversa dalla linea ufficiale, rischia di essere denunciato e cancellato dalla vita pubblica, come è successo a Francesca Albanese la quale, in Germania, risulta persona non grata. Nel 2024, alla filosofa americana Judith Butler, lei stessa di origine ebraica, fu disconosciuto il prestigioso Premio Adorno in seguito alle sue affermazioni pro-palestinesi. Una recente proposta di legge prevede di rendere reato penale (!) ogni forma di critica della politica israeliana in quanto considerata antisemita a prescindere e, per chi richiede la cittadinanza tedesca, in alcune regioni, è previsto l’obbligo di una dichiarazione personale che affermi l’adesione del neo-tedesco alla ragione di stato.
L’identificazione dell’antisemitismo storico con la critica dell’attuale politica di Israele, una semplificazione palesemente propagandistica, ha delle ripercussioni fatali sulla libertà di opinione. Infatti, non soltanto giornalisti e scrittori vengono sanzionati pesantemente, ma anche nella vita quotidiana si percepisce un clima di crescente oppressione.
Posso o non posso parlare?
Come figlia degli anni ’70, non avrei mai pensato di dovermi porre una tale domanda. Eppure, dopo una spiacevolissima discussione con un amico di vecchia data, mi rendo conto che anche io sono diventata più cauta.
Sebbene, certamente, esistano stati più repressivi della Germania, non posso non considerare quel minuscolo cambiamento, che ho notato in me, come un segnale preoccupante.
Il trauma tedesco
Un trauma è una ferita, fisica o psichica che non riesce a richiudersi. Che ci affligge, che ci toglie le forze vitali e ci condanna a subire la vita invece di affrontarla con fiducia. A differenza di altre epoche, oggi, di traumi si parla e di traumi, nella ipotesi migliore, si può guarire. Ma cosa succede quando il paziente non è un singolo individuo, ma un paese? Quando un complesso di colpa avvolge un intero popolo in un velo di qualcosa di innominabile?
L’autrice di questo articolo è nata nel 1961. Sedici anni dopo la fine della seconda guerra mondiale. Nella mia generazione, la maggior parte dei padri e/o nonni avevano partecipato alla guerra. In quasi tutte le famiglie tedesche ci sono stati morti e dispersi. Mio padre era stato chiamato alle armi a diciassette anni, mio nonno materno all’età di trentasette. Il primo era tornato, il secondo no. Nell’immediato dopoguerra non era raro che a un figlio o a un nipote venisse dato il nome di un parente caduto in guerra. Nei miei ricordi d’infanzia la guerra e i suoi morti erano onnipresenti. Tracciavano una sottile linea di demarcazione che separava una generazione dall’altra. Gli uni avevano fatto la guerra, gli altri no e quelli che non l’avevano fatta non avevano voce in capitolo. Cosa ne sai tu che non hai fatto la guerra, era una tipica frase di mio padre. Si intende da sé che impediva ogni forma di comunicazione vera. Per la bambina che ero, il mondo degli adulti era un continente oscuro che non aveva nulla a che fare con la mia esperienza vissuta.
Provengo da una piccola città di circa 40.000 abitanti. Prima della guerra, a Lemgo, vivevano circa sessanta persone di fede ebraica. Più della metà era riuscita a emigrare in tempo, ventidue persone furono deportate e solo due erano sopravvissute: un uomo anziano e una ragazza di diciassette anni. Entrambi avevano perso l’intera famiglia. Della loro presenza nella nostra città non era rimasta traccia. Del destino degli ebrei ho sentito parlare per la prima volta quando avevo forse quattordici anni, casualmente, in una conversazione con un amico di qualche anno più grande di me. Né in famiglia, né a scuola si aveva mai fatto cenno. Solo molti anni dopo ho saputo che quella ragazza, che era sopravvissuta, era stata una amica di mia madre…
Questo tacere collettivo era il sottofondo dell’infanzia di un bambino tedesco nato nel dopoguerra.
In inglese, si parla dell’elefante nella stanza, di una presenza ingombrante, la prima cosa che si nota quando si entra, ma che è assolutamente vietato nominare. Infatti, l’ostinata negazione dell’evidenza, l’impossibilità di parlare di quello che si temeva di più, aveva generato un clima schizofrenico nel quotidiano vivere.
Intanto, l’elefante era cresciuto a dismisura.
Solo in seguito alla serie televisiva americana Holocaust del 1978, il paziente Germania ha cominciato a confrontarsi con la propria storia, coniando, per quell’impresa impossibile, perfino un nuovo termine: Vergangenheitsbewältigung, elaborazione del passato. Era come se una diga fosse crollata all’improvviso. Tutto ciò che fino a quel momento era rimasto muto, ora esplodeva.
Da allora, innumerevoli centri di documentazione, musei, memoriali e fondazioni testimoniano l’urgente bisogno di dire l’indicibile, di chiedere perdono e di mostrare al mondo di essere cambiati. Chi visita oggi una qualsiasi città tedesca noterà ovunque, nello spazio pubblico, targhe commemorative, pietre d’inciampo e, in generale, ogni tipo di riferimento alla vita ebraica e alla shoah.
Certamente, la Germania ha fatto i suoi compiti, spingendosi, però, oltre l’obiettivo. Rendendo la causa Israele ragione di stato, in pratica, ha sottoposto i propri interessi a quelli israeliani, a rischio di perdere la sua identità. La consapevolezza della responsabilità si è trasformato in un ostacolo: in una visione prevenuta, non più in grado di affrontare l’inquietante verità che la vittima di ieri è diventata il carnefice di oggi.
Colpa e pentimento
Chi uccide un uomo, uccide immancabilmente una parte di sé. Dopo l’omicidio non è più la stessa persona di prima. Ha infranto un divieto che esiste in tutte le religioni del mondo. Nell’antico testamento è la storia di Caino e Abele a illustrarne le conseguenze. Il marchio di Caino è eterno. Chi ha ucciso è condannato a vivere con una colpa dalla quale non può sfuggire.
La strada che traccia il cristianesimo è quella del pentimento. Per il credente è possibile ottenere il perdono di Dio. Per chi non crede, l’unica via è quella di chiedere perdono agli uomini.
La Germania, in questo senso, non ha scelta. Per legittimare il suo diritto ad esistere, ha bisogno del perdono della sua vittima. A qualsiasi prezzo. La Germania senza Israele, in questo momento, è una ipotesi impensabile.
Nella scena finale del Portiere di notte, capolavoro di Liliana Cavani del 1973, la vittima e il suo torturatore vengono uccisi insieme. Uno non può vivere senza l’altro e, inutile dire, tanto meno è possibile (sopra)vivere insieme. Gli intrecci sono abissali. Intanto i traumi storici, ovunque nel mondo, continuano ad essere trasmessi da generazione in generazione.
Il quadro nero è del medico e alchimista Robert Fludd (1574-1637).
Il testo è scritto senza alcun supporto di AI. Qualora l’autrice sentisse la necessità di ricorrervi, vorrà dire che sarà tempo di smettere.


Grazie di questa analisi lucida della triste situazione odierna. Attraverso questo articolo dai anche a noi italiani gli strumenti di lettura di un Paese dove è avvenuto ciò che da noi non è stato possibile, ovvero una riflessione storica. La risoluzione negli atti politici odierni certamente fa pensare che forse una maggiore leggerezza “all’italiana” avrebbe fatto bene alla Germania (senza voler cantare alcuna lode all’Italia né nel contesto della Seconda guerra mondiale né in quello odierno). Purtroppo la Germania, nell’arco di un periodo storico così breve, si trova di nuovo a commettere un genocidio, sostenendo chi un tempo è stato la sua vittima.
GRAZIE