L’oggetto e il suo suddito

di Stefanie Golisch

Le tracce degli oggetti

Gli oggetti ci tengono in pugno. Vogliono che noi li vogliamo possedere. Sanno come rendersi desiderabili. Sono disponibili ovunque. Giorno e notte. Una promessa onnipresente il cui successo deriva dal fatto che non sarà mai mantenuta. Lo sappiamo, eppure l’inevitabile delusione non serve da avvertimento, ma al contrario, da incentivo a continuare, sempre, sulla stessa strada dei clic veloci. Gli oggetti non si arrendono mai. Senza di noi, tu non esisti, ci sussurrano all’orecchio finché non ci rimane altro che crederci.
Sono loro, gli oggetti, la nostra fede.

In Germania, nelle grandi città, ovunque si vada, ci si imbatte in oggetti che la gente ha lasciato per strada o davanti ai portoni. A volte è spazzatura, a volte si tratta di cose di uso quotidiano appena usati o regali non apprezzati, spesso sono libri mai letti o che nessuno vuole più leggere. Appaiono e spariscono. C’è uno scambio continuo e ciò che per uno è solo una vecchia padella da buttare, per l’altro è una padella nuova da usare. Immediatamente.

Nei diari di guerra della giornalista Ruth Andreas Friedrich ho trovato la seguente annotazione: un ufficiale russo le aveva spiegato la ragione del saccheggio perpetrato dai suoi soldati nella Berlino appena liberata, asserendo che questi non riuscivano a capire perché mai la Germania avesse iniziato una guerra contro il proprio paese. Dal loro punto di vista, la guerra si combatte per motivi di povertà, cioè per migliorare una condizione economica inferiore. Quando si resero conto di quanti oggetti, che loro nemmeno immaginavano esistessero, erano sopravvissuti alle distruzioni della guerra, la loro visione del mondo iniziò a sgretolarsi. Non riuscivano ad accettare l’assurdità di un paese ricco che era entrato in guerra contro un paese povero e quindi consideravano una specie di diritto naturale impossessarsi dei beni del paese ricco.

Novembre 1989. Caduta del Muro di Berlino. Una donna proveniente dalla Germania dell’Est entra per la prima volta in un supermercato della Germania dell’Ovest. Visibilmente sconcertata. Divisa tra fascino e disperazione, vorrebbe scappare per non dover scegliere tra merci di cui non aveva bisogno, di cui nessuno ha bisogno.

Eredità.
Una volta era una scatola di latta contenente una foto del proprio matrimonio, una fede nuziale e un libretto di risparmio. Oggi si è soliti chiamare un’impresa per sgomberare case piene di oggetti inutili che poi riappariranno in qualche mercatino dell’usato. Prima non li vogliamo più, poi li vogliamo di nuovo. Siamo indecisi. Solo pochi riescono a mantenere uno stile di vita minimalista mentre, come nuovo quadro psico-patologico, sorge l’accumulatore seriale, destinato a morire soffocato sotto gli oggetti dei quali non riesce a liberarsi.

Oggetto e Merce

Un passo cruciale nel cammino dell’uomo sulla terra fu l’invenzione di strumenti che, man mano, semplificarono la vita dei nostri antenati e con i quali iniziarono a strutturare i cicli di lavorazione. Casuale o progettuale, chi lo sa? Sicuramente, una volta avviato, fu un processo molto dinamico di tentativi ed errori che generò utensili e tecniche sempre più sofisticati. Infatti, nelle grandi collezioni etnologiche, si rimane senza parole davanti alla straordinaria varietà di oggetti che l’uomo ha creato nella sua storia.
In Europa, l’artigianato raggiunse l’apice nel tardo Medioevo, quando nelle città economicamente più evolute si formarono le prime corporazioni che testimoniano la crescente consapevolezza del homo faber in una società nella quale le competenze degli artigiani qualificati erano più richieste che mai: nella costruzione di edifici religiosi e laici, così come nelle case private della borghesia emergente, dove gli oggetti assumevano una funzione sociale, in quanto espressione della personalità e dello status dei loro proprietari. All’utilità dell’oggetto si aggiunge un significato immateriale che altera il calcolo del prezzo, ora non più determinato soltanto dal valore materiale, ma dalla qualità della sua lavorazione e dalla reputazione dell’artigiano. Mentre la gente comune è costretta ad accontentarsi di oggetti di bassa qualità, la classe dominante può permettersi di coltivare un gusto sempre più raffinato. È il loro potere d’acquisto che consente agli artigiani di creare manufatti sofisticati di una bellezza senza tempo, la cui aura continua a risuonare ancora oggi.
L’orgoglio dell’artigiano creatore finisce con l’avvento della rivoluzione industriale che si propone di ottimizzare i processi di lavoro. In fabbrica non si ha bisogno di artigiani, ma di operai che contribuiscono alla produzione meccanica di oggetti seriali, prodotti con pochi movimenti standardizzati.
Perdendo il valore dell’unicità, l’oggetto diventa una merce. Per la prima volta, Marx descrive il rapporto pseudo-religioso con l’oggetto prodotto in modo meccanico, il cui valore di mercato viene determinato dal principio di domanda e offerta, come feticismo delle merci. La dissociazione tra valore e prezzo è la caratteristica dell’economia capitalista, il cui profitto viene generato dal plusvalore. Il lavoratore riceve una paga oraria ma non ha alcuna influenza sul processo produttivo, né partecipa al guadagno dell’azienda. Concepiti fin dall’inizio come prodotti usa e getta, all’industriale, gli oggetti seriali garantiscono un guadagno stabile. Meno durano, meglio per lui e per il suo bilancio annuale.

La società necrofila

Nelle scienze sociali, il termine mercificazione si riferisce al fatto che, nel sistema economico capitalista, anche le relazioni umane si riducano ad uno scambio. L’egemonia di un unico principio il cui scopo è il profitto si estende inevitabilmente in tutti gli ambiti della vita sociale, determinando sia l’autopercezione dell’individuo, sia la percezione dell’altro sotto l’unico aspetto della sua utilità. Attraverso la fusione tra questa ideologia e le tecnologie più avanzate, l’idea dell’uomo, nella società odierna, si avvicina sempre di più a una distopia reale. La dignità umana, proclamata inviolabile nelle costituzioni dei paesi democratici, infatti, sembra più minacciata che mai.
Nella Dialettica dell’illuminismo, Horkheimer e Adorno formulano il pensiero che la mercificazione dell’uomo sia una forma di oblio: oblio della sua dignità originaria che, in fondo, è la dignità della vita stessa che non ha bisogno di giustificazioni. In una visione umanistica, l’uomo, in tutta la sua sconvolgente ambiguità, non può essere ridotto ad una mera funzione.
Da una prospettiva psicoanalitica, Erich Fromm, nella sua opera Anatomia della distruttività umana del 1973, introduce il concetto di necrofilia, cioè l’amore per le cose morte, come reazione patologica alla perdita del rispetto per la vita. L’impotenza di fronte alla svalutazione della vita, la cui qualità ancora si intuisce, ma che non si è più in grado di esprimere, genera ansia e depressione e, nel peggiore dei casi, degenera in una furia vandalica, la pulsione irrefrenabile cioè di distruggere ciò di cui non ci si
sente più parte. Il senso di impotenza si trasforma nell’illusione di onnipotenza e la cura della vita in fede cieca nel progresso tecnologico.
È possibile, dice Fromm, senza poter minimamente immaginare il mondo digitalizzato di oggi, che un giorno gli oggetti non saranno più al servizio
dell’uomo, ma, al contrario, che sarà l’uomo a servire gli oggetti.

Fare fiorire tutto è la nostra meta.

Quando gli dèi muoiono, regnano i fantasmi.
È una frase di Novalis del 1799.
Chiaroveggente, come tutti i suoi frammenti. Fuori dal tempo. Vero sempre.
Non fatevi ingannare, sembra voler dire Novalis, gli dèi non moriranno mai, ma riappariranno in sempre nuove vesti. In tempi di crisi ce la metteranno tutta per convincervi di credere nell’inverosimile.
Il pericolo è reale.
La megamacchina, chiamata intelligenza artificiale, si atteggia infallibile come il Dio dell’antico testamento. Un potere assoluto che non si mette in discussione.
Alla crescente alienazione dell’uomo dalla natura che lo circonda e di cui è parte, Novalis, che nella vita reale si chiamava Friedrich von Hardenberg e di professione era un ingegnere mineralogico, contrappone l’idea di romanticizzare il mondo per risalire al significato originario della vita. Nel contesto del suo pensiero, romanticizzare intende un salto qualitativo spirituale e intellettuale in cui l’uomo ritrova la sua origine in una consapevolezza cosmica: Attribuendo al banale un significato elevato, all’ordinario un’aura misteriosa, al familiare la dignità dell’ignoto e al finito un’apparenza infinita, romanticizzo il mondo. Senza una completa comprensione della realtà dentro di noi, non si potrà mai imparare veramente a comprendere gli altri.
Non si tratta di sfuggire alla realtà, ma, al contrario, di espandere e approfondire l’esperienza quotidiana tramite una acuta introspezione. In prospettiva della riconciliazione tra uomo e natura, la distinzione tra vivo e morto, organico e inorganico, perde il senso. Tutto è vivo. Tutto respira. Tutto parla. Davanti alla pienezza della vita, i surrogati delle realtà, gli oggetti che ci tengono in pugno, perdono il loro potere.
Possiamo leggere Novalis, ma non dobbiamo.
In fondo, basta camminare per il mondo a occhi aperti, dentro e fuori.
Chi è quella persona seduta di fronte a noi in metropolitana? Io sono te. E tu sei me. Forse, chissà, abbiamo entrambi un buco nella calza. Quel che è certo è che nessuno di noi due può sapere cosa succederà nel prossimo istante.
Nessuna certezza, ma l’invito della vita ad aver fiducia proprio in quello che non sappiamo, che non possiamo sapere.

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