di Stefanie Golisch
Lo stato delle cose.
A un certo punto, le cose sono andate come non dovevano andare, ma qual è quel certo punto? Quando ha cominciato che la difesa della pace e del principio della non-violenza sono stati buttati ufficialmente nella spazzatura della storia?
Sarebbe ipocrita ignorare il fatto che le due guerre in corso, che vengono utilizzate dai mass-media per dividere il mondo in buoni e cattivi, facciano parte di una catena ininterrotta di conflitti armati che raramente concedono una tregua. Si sa, ma è nella natura dell’uomo escludere dal proprio campo visivo ciò che non gli tocca direttamente. L’idea che tutto ciò che esiste è collegato e che le nostre azioni e i nostri pensieri risuonino nel mondo e perfino nell’universo, è per la maggior parte un’astrazione, se non una assurdità a prescindere.
Eppure l’esperienza vissuta insegna che è proprio così. Tutto ciò che succede ti riguarda recita un verso del poeta tedesco Günter Eich: il bene, il male e i vasti paesaggi di ombre e ambiguità che sono il teatro del nostro maldestro vivere. Ogni volta che una persona muore violentemente, tutta l’umanità si macchia di sangue. Il peso della responsabilità non è mai soltanto di chi è direttamente coinvolto, ma di ogni uomo.
In una società governata dal principio della lotta come giusto mezzo per imporre i propri interessi, è sempre più difficile che il singolo possa provare quel senso di appartenenza alla famiglia umana, che sarebbe la premessa per riconoscere se stesso nell’altro. In questo senso, l’acclamazione collettiva della violenza istituzionalizzata – nient’altro è la guerra – potrebbe essere interpretato come deformazione psichica la quale, siccome talmente diffusa, è quasi impossibile da diagnosticare. Del resto, questo vale per quasi tutte le psicopatologie della nostra epoca che stanno costituendo ormai una forma di normalità che sarebbe meglio chiamare normopatia, cioè, uno stato patologico collettivo che dalla maggioranza viene percepito come unica realtà.
Se è vero – come diceva Freud – che le malattie più diffuse siano indizi della malattia dell’epoca, per la nostra, si nota la dipendenza come sintomaticità più palese. Che sia dallo smartphone, dal gioco, dal consumo o dai vari stupefacenti – è proprio la fissazione sull’oggetto di dipendenza a evocare un livello di tensione costante che esclude ogni altro interesse, impedendo quindi ogni forma di introspezione e autocritica.
Inevitabilmente, la dipendenza riduce la persona a un essere non più capace di intendere e di volere, manipolabile a volontà da chi si vuole servire di lui. La guerra, oggi, non si svolge affatto solo laddove si combatte con armi e bombe, ma è entrata dentro nell’uomo come guerra contro tutto ciò che è umano in lui.
In questa ottica, la creazione di un clima bellicoso dentro l’uomo, che si estende necessariamente ai suoi rapporti sociali, assume la funzione precisa di creare l’abitudine a vivere in uno stato di perenne allerta.
Contraddizioni.
Da una parte, nella società tarda capitalista, l’autorealizzazione dell’individuo viene propagata come ideale più alto, dall’altra parte, lo stesso io viene ridotto a un manichino da coprire di stagione in stagione con stracci sempre più scadenti, prodotti in condizioni sempre più precari: un io morto che da occhi morti guarda nel vuoto.
Il principio di ottimizzazione, totalitario per natura, è ormai riconosciuto come imperativo categorico non solo nel mondo dell’economia, ma in tutti gli ambiti della vita sociale dove l’uomo è costretto ad adattarsi all’obiettivo della mera funzionalità delle sue prestazioni. Condannato a diventare lui stesso il suo peggiore nemico e davanti alle battaglie quotidiane in famiglia, in azienda, in autostrada, nei mezzi pubblici e alla cassa del supermercato, alla fine lo stato di guerra non può non apparire come la condizione normale della vita.
L’uomo senza anima, una fusione tra macchina e materia, è la visione futura del transumanesimo. La tecnologia di oggi, a differenza delle misure naziste o cambogiane per accennare soltanto a due fatali tentativi in questa direzione, è pulita. Non lascia tracce di ossa e sangue dietro di sé. Non occorre più uccidere alla vecchia maniera perché un morto non può più morire. Una volta che l’io interiore è messo a tacere, il resto dell’operazione, non essendoci rimasto nessuno a porre resistenza, è più facile che mai. Il nuovo mondo è un mondo con pochissimi protagonisti e moltissimi spettatori ridotti a giocattoli viventi per la casta governante. Il no alla guerra – in questo e in ogni altro momento storico – è quindi un no alla guerra fuori e dentro l’uomo. Un no a una visione del mondo che ha dichiarato guerra all’uomo.
Fuori dalla finestra.
Che fare quindi in occasione del pranzo di Natale quando le pance sono piene e i pettegolezzi si sono esauriti? Dire la propria opinione o piuttosto deviare la conversazione alle prossime vacanze? Ho sempre in mente quella frase di Krishnamurti o forse di Thich Nhat Hanh che dice di essere noi stessi quella pace che si cerca fuori. Infatti, ci provo, sebbene con esisti modesti. Spesso il rumore del mondo è più forte del silenzio ed è quasi inevitabile, nel corso di una lunga giornata, di essere tirati dentro nel chiacchiericcio, di diventare se stessi parola senza eco.
In un film coreano, che ho visto molti anni fa e di cui non ricordo il titolo, c’è questa scena: una ragazza sta camminando per le vie di una grande città. Improvvisamente sente il bisogno di dormire e quindi entra nel cortile interno di una casa dove sono sedute due persone anziane. Chiede di poter riposare e le viene indicata un posto per dormire. Dopo essersi ripresa ringrazia e va per la sua strada.
Ecco, il rispetto per la stanchezza dell’altro – potrebbe essere questo forse l’inizio di una nuova storia di noi?


“Condannato a diventare lui stesso il suo peggiore nemico”, nella “condizione normale della vita” questo l’avvertimento tragico sul presente di guerra dell’uomo che la lettura del testo trasmette.
La capacità di centrare il bersaglio, di far presa sull’intelligenza e sul cuore: queste le note rilevanti delle riflessioni di Stefanie Golish. La sua chiarezza nel dire è un dono che arricchisce quanti hanno difficoltà a sbrogliare matasse così arruffate, come quelle del nostro oggi, da non riuscire a venirne a capo. Ed è quindi con animo profondamente grato che accolgo la sua testimonianza e il messaggio che vi è contenuto, nella speranza che anche un’impossibile pace sia nonostante tutto ancora possibile.
Del denso articolo di Stefanie Golisch condivido ogni passaggio: in maniera particolare apprezzo il raffinato collegamento col pensiero transumanista, versione estrema di un’ideologia tecnocratica che pervade ogni aspetto della vita contemporanea. Nell’incoscienza generale, dove la tecnificazione della persona umana è liquidata perlopiù come una visione pessimistica e fantascientifica e dove l’orrore della guerra viene assorbito e “normalizzato” attraverso lo scellerato gioco dei “buoni” e dei “cattivi”, la morte delle anime e dei corpi prosegue. La mattanza ha più facce.
Grazie della condivisione….