di Stefanie Golisch
Il titolo stesso della mostra, insieme alla locandina, realizzata in stile fascista, esprimono il suo programma con la massima chiarezza: Arte e fascismo hanno creato insieme una grande epoca della cultura italiana che va riscoperta e rivalutata come modello di una futura arte di stato.
Accompagnato in un percorso guidato dalle scelte personali del presidente del MART, Vittorio Sgarbi, che ne ha contribuito con numerose opere provenienti dalle sue collezioni private, il visitatore si muove tra enormi busti di Mussolini, chiamato rigorosamente con quel titolo che il fascismo aveva riservato al culto della sua personalità. Infatti, a Rovereto, in questa primavera 2024, Mussolini è il Duce o anche Dux: senza virgolette. Senza alcuna contestualizzazione storica.
Con un sottofondo musicale di canzonette popolari dell’epoca, la mostra evoca consapevolmente la nostalgia di un mondo perduto in cui gli uomini erano ancora uomini e le donne ancora donne che si univano con l’unico scopo di generare futuri soldati per guerre giuste.
Tutto ciò con la massima naturalezza.
Il principio della domesticazione toglie ogni forma di distanza nel nome di una specie di full immersion nel mondo del passato che qui si presenta come perfetta simbiosi tra vari stili artistici e ideologia fascista. Senza alcuna differenziazione, vi sono presente opere di seguaci del regime e opere di artisti come Giorgio Morandi o Marino Marini che certamente non si sono compromessi e la cui presenza in questo contesto equivale ad una diffamazione.
Certamente, è legittimo presentare al pubblico una rassegna di opere dell’epoca, ma è l’intenzionalità del messaggio a rendere Arte e fascismo l’esempio sui generis di una mostra a scopo propagandistico – non soltanto moralmente repellente, ma anche giuridicamente discutibile, essendo l’apologia del fascismo, secondo la legge italiana, considerato reato.
Mi chiedo quale insegnamento possono trarre le molte scolaresche in visita senza una giusta contestualizzazione storica delle opere esposte. Un grande manifesto, appeso poco lontano dal MART, dà una possibile risposta: sotto il ritratto di Mussolini, l’immancabile graffito “Viva il Duce”.
L’opera conclusiva della mostra è sempre un busto di Mussolini firmato dallo scultore milanese Adolfo Wildt, danneggiato dall’intervento di alcuni partigiani e accompagnato dalle parole inequivocabili di Vittorio Sgarbi: Lui se ne va, la cultura resta.
La verità storica, si sa, è un’altra, molto meno nobile, che vede il protagonista indiscusso di questa mostra celebrativa appeso in Piazza Loreto con un topo morto in bocca.
La storia è un tessuto complesso, impossibile da cogliere in una narrazione unica e esauriente. Non ci sono, tuttavia, da temere le diversità, le contraddittorietà e nemmeno le polemiche nel tentare di comprendere ciò che in ultima ratio non può non sfuggire alla comprensione umana, ma, al contrario, la presunzione di una interpretazione ultima.


Buonasera.
Ho approfondito il contenuto della mostra dopo aver sentito un annuncio alla radio che diceva, oltre al titolo, “dove l’arte non è fascismo ed il fascismo non è arte”
Leggendo le parole di presentazione però, mi è passata la curiosità. Mi fa pensare ad una celebrazione del fascismo e quindi ANCHE NO! Il sapere poi, che Vittorio Sgarbi ha curato la mostra mi irrita parecchio e sono meravigliato di come si possa ancora dar credito ad un uomo così volgare ed irriverente che squalifica eventuali sue competenze artistiche.
Articolo imbarazzante.
Che si possa inquadrare questa iniziativa come apologia di fascismo è un’idea concepibile solo da una persona in profonda malafede, visto che il contesto è spiegato chiaramente e in modo esaustivo dai curatori. Questa presa di posizione è autolesionista, oltre che stupida, dato che il voler respingere a tutti i costi l’analisi e la discussione di un periodo storico che ha avuto un impatto profondo sulla cultura e sulla storia italiane ottiene solamente di impedire che si facciano i conti con esso. Definitivamente.