
La domanda che qui viene posta sull’arte è duplice, perché riguarda due aspetti: lo stato e l’aspirazione.
Premetto che, parlando dell’arte in generale, lo faccio in maniera più “intuitiva” che scientifica, perché non ho una competenza ad ampio raggio, né una visione capillare. Queste riflessioni sono dunque parziali e non pienamente soddisfacenti.
Inizio con l’ “aspirazione”. L’aspirazione dell’arte, al giorno d’oggi, coincide con l’aspirazione dell’artista, del singolo individuo. Nell’antichità, la società si basava su valori collettivi e condivisi, come la pietas e la virtù, o la fede cristiana, e l’arte veicolava un messaggio pubblico, addirittura programmatico. Da molto tempo ormai, l’arte si è “privatizzata”, e ogni artista, indipendentemente dal fatto che sia più o meno “impegnato nel civile” (definizione corrente, con la quale potrei però dissentire – in altra sede), esprime liberamente la propria interiorità. In questo atto/processo, ciascun artista può aspirare a cose diverse, da quelle più ego-centripete, come la notorietà e/o il denaro, a quelle maggiormente ego-centrifughe, come il risveglio della coscienza comune.
A mio parere, l’incisività dell’arte dipende non solo dalla bravura dell’artista, ma anche dalla forza della sua aspirazione. Ci sono forme artistiche ad “effetto” che però non rimangono a lungo, forse perché assomigliano a sfoghi di uno stato d’animo oppure a virtuosismi/tecnicismi carenti di sostanza (emotiva e concettuale), piuttosto che a finestre spalancate sul magma incandescente del reale.
Personalmente, ritengo che l’arte più “trasformativa” sia quella che, nella sua urgenza, aspira a diventare sia scossa, sia promessa. Non solo denuncia. O, al contrario, edulcorazione. Tanto meno inventario. Ma sguardo nudo che, senza fare sconti, sa vedere il potenziale di luce dentro al buio. È quell’arte in grado di aprire prospettive inedite, non nella pretesa di dare una risposta definitiva, ma nel tentativo di dischiudere ulteriori domande, domande costruttive, tutt’altro che inibenti.
Avviene questo oggi? L’arte vuole davvero aprire spiragli di senso che rendano “il mondo più ospitale, più umano, proprio quando il tessuto connettivo si indurisce o si opacizza o minaccia di spezzarsi”? (per riprendere una mia vecchia riflessione su questo stesso blog).
Sicuramente ci sono artisti e forme d’arte, tra cui la poesia, che aspirano a farlo. Ma riescono nel loro intento? Ecco che arrivo allo “stato” dell’arte.
Più sopra ho osservato che “l’incisività dell’arte dipende non solo dalla bravura dell’artista, ma anche dalla forza della sua aspirazione”. Devo aggiungere ora un altro aspetto. Affinché l’aspirazione dell’artista sia tradotta in un risultato corrispondente, oltre alla “qualità” del prodotto artistico entra in gioco la sua ricezione da parte del pubblico.
Sul terreno scivoloso della “qualità” non intendo soffermarmi. Lasciando da parte il termine “genialità”, impossibile da definire e raramente riscontrabile nella vita reale, alcuni degli strumenti indispensabili in questa ricerca artistica saranno, a mio avviso, onestà intellettuale e introspezione, ma anche intensità del sentire e visionarietà, ricchezza e chiarezza concettuale, ma anche intuito e consapevolezza del mistero insito in ogni cosa.
Tuttavia, non sempre un’opera artistica di qualità produce un ampio effetto, perché per farlo dovrebbe essere (ovviamente) conosciuta. Con una punta di amarezza, e limitandomi al mondo della poesia, constato oggi meccanismi non proprio incoraggianti. Ho sempre pensato che chi scrive poesia dovrebbe poterlo fare in maniera libera, concentrandosi su ciò che nutre la sua scrittura (il proprio bagaglio di sapere, in senso ampio, le proprie esperienze di vita, il proprio modo di elaborare il suo percorso), soprattutto se il tempo è limitato (a causa di un lavoro da cui dipende il suo sostentamento e di responsabilità nei confronti di altri). E chi svolge il ruolo di critico, o chi semplicemente commenta un libro pubblicato, dovrebbe occuparsi di ciò che ritiene valido per favorirne la diffusione.
Attualmente, accade che vi siano interessi sovrapposti, aventi purtroppo alla base il principio del “do ut des”. Pur essendo un microuniverso, anche qui alcune persone sono più influenti di altre, non necessariamente per autorevolezza e spessore umano, ma per “spazio” a disposizione: presenza su blog, giornali, mass media, premi letterari, presentazioni, festival ecc. Avviene allora uno scambio di favori: si dà visibilità a chi può restituire visibilità. Una simile dinamica è riscontrabile anche sui social media, dove la “popolarità” è scambiata per qualità: likes in cambio di likes. A ciò si aggiunge il fatto che la cultura italiana è molto sensibile all’elemento “simpatia” (o a quello che come tale è percepito), per cui si tende a mischiare personale e professionale. Infine, va ricordato un altro aspetto, di non scarsa rilevanza. Alcuni recensori sono anche agenti letterari: si fanno pagare dall’autore per il proprio lavoro di promozione.
Un simile intreccio di interessi, in una società in cui c’è sovrabbondanza di offerta, può ostacolare l’emergenza di opere più valide rispetto ad altre, può nuocere alla crescita genuina dell’amore per l’arte e dell’arte fatta con amore, e può frenarne l’impatto trasformativo nella vita concreta. Tutto ciò per fortuna non toglie che esistano opere autentiche e benefiche, come pure persone capaci di trasmettere il proprio messaggio (siano essi produttori o diffusori di cultura) grazie al proprio talento e alla propria serietà.
Per concludere, direi comunque che un artista, indipendentemente dall’impatto della sua arte, un impatto che potrebbe avvenire a effetto “ritardato” (come è successo nel caso di molti talenti nascosti o incompresi o in anticipo sui tempi), non dovrebbe mai rinunciare alla propria aspirazione, alla propria urgenza. Ciascuno ha il proprio tassello da apportare, per tenere sveglio l’umano dentro l’umano. L’arte è semplicemente il modo in cui l’artista sta nel mondo, soggetto a cambiamenti, crisi, risintonizzazioni, poiché l’essere umano stesso (nella sua consapevolezza e nel suo subconscio) è un perenne “work in progress” tra scure tenaglie e spinte luminose.
Lo stato dell’arte. Raffaela Fazio
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