
Qual è lo stato dell’arte?
Lo stato dell’arte è uno stato in divenire, fluido e mutevole, composito. Non si riesce ad afferrarlo, a definirlo, tanti sono gli stimoli che arrivano da diverse parti, tante le posture che i vari autori assumono, gli stili che vengono utilizzati nelle opere. Bisognerebbe avere sguardo di beccaccia, a 360 gradi, e ancora non si riuscirebbe a comprendere tutto ciò che lo sguardo coglie, tutto ciò che sta accadendo in poesia. E questa varietà è ciò che, a mio avviso, caratterizza il periodo che stiamo attraversando. Ed è ciò che sento accadere in me stessa, sento la spinta verso un cambiamento, di forma e tematica. Si direbbe forse che alla mia età si vada verso una sorta di cristallizzazione del fare poesia, ma non è affatto così. La voce rimane a legare il percorso ma la poetica si modifica, si contamina di continuo. Continua a leggere
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Lo stato dell’arte. Maddalena Pezzotti
Emerge dalla contemporaneità una riduzione del linguaggio, innescata da dinamiche di imitazione, accettazione e riconoscimento, che in ultima istanza è interdipendente all’omologazione sociale, indispensabile all’imposizione di valori che si vogliono dominanti, il consolidamento di una cultura di massa svuotata di intenti o capacità critiche, e l’ampliamento della civiltà dei consumi. Il fenomeno giunge a risvolti di influenza e controllo, non solo su desideri, costumi e abitudini, ma su proiezioni, rappresentazioni e aspirazioni, di ampi strati della popolazione. Altro non è che una contrazione del pensiero verso un’idea totalizzante e una ricollocazione, su base utilitaristica e mercantile, dell’umanità. Continua a leggere
Lo stato dell’arte. Luisa Pianzola
Ogni volta che sento porre questo genere di quesiti – quale senso possano avere, oggi, le arti, la letteratura e soprattutto la poesia, dati i tempi odierni che, ipertecnologici e in grandissima crisi di valori, sembrano vanificarle con strumenti ripetitivamente acefali come la comunicazione virtuale se non addirittura inquietanti come l’intelligenza artificiale – immediatamente la mia mente si slancia indietro di secoli e la mia controdomanda è: ma non è sempre stato così?
La conquiste della modernità, anche nel passato più remoto, con tutte le loro apparentemente sconvolgenti storture hanno sempre generato scetticismo nei più, spesso procurando una totale sfiducia nella possibilità di trovare un senso alle arti, sempre più traballanti nei loro obiettivi e motivi di esistere. Pensiamo alla nascita, a metà ‘800, della fotografia, che di colpo sottrasse alla pittura il suo scopo riproduttivo della realtà (azzerando tra l’altro il ruolo sociale dei più celebri ritrattisti). E le arti visive che hanno fatto? Si sono estinte? Certo che no. Hanno cambiato rotta e mutato pelle, cominciando a riflettere sul linguaggio visivo e sulla sua complessità.
Personalmente credo che ogni tipo di ricerca ed espressione artistica, in ogni epoca, abbia ragione di esistere semplicemente perché le persone (gli artisti e il loro pubblico) hanno una terribile necessità di sperimentare una vita parallela a quella quotidiana. Quello di staccarsi, elevarsi e guardare dall’alto questo nostro formicolare indistinto e precario sulla terra è un bisogno che non si può eludere. Ci aiuta a osservare le cose con obiettività, praticando un pensiero critico.
E se il mondo, come quello attuale, si presenta straordinariamente consumistico, coattivo, deformato da una tremenda crisi culturale e valoriale, vengono in mente le parole di una canzone composta nel ‘500 da Leonardo da Vinci: «Movesi l’amante alla cosa amata, se la cosa amata è vile l’amante si fa vile».
Trovare una lingua adeguata per parlare al mondo. Amare la realtà, per aberrante che sia. È l’unica che abbiamo. Non rinchiudersi in torri d’avorio, ma calarsi nel quotidiano e con esso fare i conti. La poesia è uno strumento formidabile, in questo.
Lo stato dell’arte. Gabriella Grasso

Alcuni giorni fa leggevo una poesia tagliente come una lama di luce, scritta da un’amica poeta che stimo molto, e riflettevo proprio sulle domande che mi pone Fabrizio in questa conversazione tra autori, intrapresa già da qualche mese. Quel testo denunciava un senso di impotenza, quasi di inutilità della poesia e dell’arte in genere, in un mondo che sembra aver perso capacità di ascolto e di sguardo critico, che non abbandona la barbarie della violenza, che esalta il paradigma della mercificazione, con tutti i suoi corollari: la fretta, la pragmaticità, l’isterilirsi della capacità immaginifica, l’opportunismo, l’apologia dello sfruttamento. Cosa ha ancora da dire e da offrire la poesia in contesti che sembrano già averne decretato la marginalità? Sono domande cruciali e ci sarebbe tanto su cui confrontarsi, ma cercherò di toccare alcuni punti che mi sembrano particolarmente importanti. Alla mia amica poeta che si poneva questi interrogativi ho risposto, quasi di getto: “la poesia non sana, non consola, non decide. E tuttavia mi sembra necessaria”. Ecco, io la vedo così: sgombriamo il campo da credenze magiche, fantasie da vate o superomistiche. Continua a leggere
Lo stato dell’arte. Marina Agostinacchio

Gentile Fabrizio, la poesia abbonda come i sedicenti poeti. È diventata una specie di giungla per cui è difficile orientarsi. Scrivere può aiutare quando non è atto di vanità. Penso che se la poesia nasce come un atto onesto, ricerca di parola per sondare se stessi, scandagliare, intento comunicativo leale, possa contribuire a rendere migliori. Inoltre, se si apre lo sguardo all’altro, se si sposta l’attenzione da sé al mondo, la poesia, come l’ arte in genere, può essere una delle possibili vie di miglioramento per la nostra vita. La poesia è pensiero, progettazione, sogno, atto concreto di opposizione, di protesta al malvagio dell’ uomo. E lo fa nei modi e secondo un come personale che non può prescindere dall’ uso di schemi formali, di ritmo, di suoni. Ecco, mi sento di risponderle così e mi scuso di non averlo fatto in word
Lo stato dell’arte. Giuseppe Carlo Airaghi

Nel novembre del 2021 ho partecipato come relatore a un incontro dal titolo “Arte e psiche”. Sulla locandina che presentava l’incontro il mio co-relatore era indicato come sociologo. Per essere definito tale questa persona aveva intrapreso un lungo percorso di studi e di esami che lo aveva portato a conseguire una laurea, un titolo rilasciato da un’istituzione, l’università, riconosciuta ufficialmente a livello internazionale.
Nella stessa locandina io venivo presentato come poeta ma, a differenza del sociologo, nessun percorso accademico, nessuna istituzione mi aveva mai riconosciuto come tale.
Avevo usato proprio questo argomento per aprire la mia relazione e avevo proseguito affermando che scrivere poesie non faceva di me automaticamente un poeta. Non è sufficiente scrivere poesie per definirsi poeta, come non è sufficiente cantare sotto la doccia per definirsi cantante. Continua a leggere
Lo stato dell’arte. Daniele Ricci

“La scrittura è un atto di necessità”. “Ciò che si scrive è”. “Sono fermamente convinto che la scrittura fissi la verità di alcuni momenti della nostra vita”. Non posso non partire da queste parole del poeta Francesco Scarabicchi (in Aa.Vv., Poesia e tempo, Ancona, Il Lavoro editoriale, 1988, p.105), in cui mi ritrovo interamente, per rispondere ai quesiti che mi sono stati posti.
La poesia è nata con l’umanità: la sua origine coincide con quella del linguaggio, che è di per sé poetico, creativo. La funzione primaria della parola, infatti, è dare significato alle immagini e alle percezioni della mente, proiettandole all’esterno e rendendole concrete attraverso la relazione sociale: il linguaggio, si dice, organizza il pensiero e il mondo. Continua a leggere
Lo stato dell’arte. Mirko Boncaldo
Premetto di non dilungarmi molto, spiegare qualcosa che meglio si esprime nel suo esperirsi è un esercizio che sento ridondante, come una eco logora, e non credo nell’efficacia dei toni didascalici o nelle appropriazioni, bisognerebbe perdersi prima nei meandri del testo. Quindi un po’ per personale fatica nelle ripetizioni, nei giochi di ruolo e verso le autorità, un po’ perché vi è un senso di unità con la cui sostanza si è sincroni, come con un segreto d’estasi, un po’ per reticenza, non vorrei tediare qualcuno con quello che diverrebbe un parlarsi addosso e un perdersi di spezzettamenti. Lo diceva, in un altro modo, bene Bene. Non so, credo nella partecipazione attiva del lettore, domando un processo di democratizzazione della scrittura, non la sua resa aristocratica. Chiedo venia. Continua a leggere
Lo stato dell’arte. Alessandro Assiri

Non ho mai creduto a una poesia salvifica, questo non toglie che la poesia abbia ancora da dire, ma prima di tutto credo sia necessario chiedersi se chi la fa ha ancora qualcosa da dire. Siamo davanti a una profusione di scrittura, un’esondazione di versi, questo determina anche un confuso stato dell’arte. Forse la poesia ha una strada, ma non è la strada, viviamo in una profonda catastrofe emotiva che diventa una disfatta dell’espressione e del linguaggio, si parla la lingua del dolore, perché si auspica una condivisione che è sempre più improbabile. Bisognerebbe ricordarsi che l’interlocutore alla fine, non è nel dialogo con la morte, ma nella ricerca dei vivi. Credo si debba pensare a contenitori di immaginario, prima che di linguaggio, solo questo può far sì che ci si possa fare interpreti di una speranza di futuro e non solo testimoni di una decadenza.
Lo stato dell’arte. Silvio Aman
Caro Fabrizio, secondo un estetologo (Uni Cattolica) l’arte non c’è più, contrariamente a quel che pensava Th. W. Adorno. Inoltre, il significante “bellezza” alcuni studiosi preferirebbero non nominarlo. Lo stato dell’arte contemporanea è ben indicato da Jean-Philippe Dumecq, il quale scrisse un saggio intitolato, se ricordo bene, <L’artista senza opera d’arte>. Se una cornice vuota passa dal corniciaio al Beauburg, diventa concettualmente opera d’arte, ad esempio nell’annunciarne l’assenza. Poi c’è il profluvio di immagini, spesso poco distinguibili dalla “trovata” con cui non si dice nulla. Si salva l’architettura, laddove non si piega alle esigenze di mercato e a ogni sconfortante fungibilità. Il campo della poesia è ormai vastissimo: c’è qualcuno che non scriva poesie? La poesia, come altre scritture, può dar luogo a un lavoro importante di formazione e conoscenza, ma se si evitano i soliti e doloristici compitini (dolore compiaciuto e di moda: quasi tutti scendono sulla stessa slavina) dove, tra l’altro, si va a capo solo in termini convenzionali. Non credo che la poesia possa incidere sull’andamento attuale delle cose. Cacciari la ritiene giustamente importante per la salvezza del linguaggio (c’è stato un suo intervento in proposito). In quanto al mondo dei poeti, mi vengono in mente (cito a memoria, sperando non sia del tutto fallace) le parole di Th. Mann: Ho conosciuto solo letterati, coboldi e mostri degli abissi. Appunto! In questo campo dove quasi tutti corrono sperando in qualche foglietta di alloro, è bene lavorare in solitudine per dare una voce alla propria anima, e far sì che possa accogliere le cose amate. Così, in questo movimento anche lei si forma. Per il resto, non sarei certo che, come fu scritto, la poesia salvi la vita… magari in carrozzina. Per ora, caro Fabrizio, non saprei cosa aggiungere.
Tuo Silvio
Lo stato dell’arte. Nerina Garofalo
Credo che la realtà che viviamo oggi ci abbia costretti a ripensare la relazione della persona con l’esperienza di creazione e fruizione artistica. Siamo in una dimensione di assoluto sovraffollamento, le opportunità di incontro con i prodotti artistici, siano essi visivi, uditivi, verbali e a volte anche cinestesici, sono continue, pur essendo di fatto illusorie e mediate dalla rete, dai prodotti televisivi, dalla stampa.
In estrema sintesi, crediamo di conoscere molte cose, di aver visto, letto, ascoltato, ma in una dimensione che è sempre più separata dalla corporeità dell’incontro fra la persona e l’opera, e dall’incontro integrale con l’opera.
Inoltre, la dimensione “prosumer”, definita da Alvin Toffler nel 1980 come coesistenza nella stessa persona contemporaneamente del produttore e del fruitore di contenuti, unita all’idea che l’arte sia espressa da chi si autocertifica, rendono il mondo della produzione e della creatività artistica una babele di esperienze che, se da un lato nutrono e abilitano la capacità espressiva di ciascun*, allo stesso tempo portano le persone ad “accontentarsi”, a generalizzare l’esperienza di incanto, trasfigurazione, intuizione nuova che ha consentito all’arte, non solo nei secoli recenti, di essere orizzonte trasformativo. Continua a leggere
Lo stato dell’arte. Stefania Di Lino

La poesia è varcare una soglia.
È sospendere il mondo esterno per un tempo e uno spazio indefiniti, ambedue immisurabili; è abbandonare l’ordinario conosciuto per addentrarsi in una terra fatta di ascolto e di auto ascolto dello extra-ordinario con il quale parallelamente e quotidianamente conviviamo. Poesia è la consapevolezza di un incontro, principalmente con se stessi; è rivisitazione, è uno sguardo profondo a volti e parole, a presenze e aspetti normalmente ignorati, a situazioni, e alle tante voci che ci hanno attraversato e che continuano ad attraversarci, voci di e con cui siamo foggiati e formati dalla notte dei tempi, quando la parola, svincolata dal senso, era solo suono. Noi siamo la somma delle tante voci che hanno attraversato il tempo, ne siamo, biologicamente e cromosomicamente, la condensa, la versione possibile e plausibile con la vita, il sunto organico che la selezione naturale ha scelto, senza errore. E in questo c’è qualcosa di terribile e meraviglioso, di magico, di evocativo e di riparativo al contempo. Continua a leggere
Lo stato dell’arte. Oronzo Liuzzi

L’attrattiva della socializzazione virtuale segue gli schemi del marketing. Il gioco carnevalesco della finzione è inevitabile. L’altro destinato alla manipolazione perde il riconoscimento della sua identità per diventare desiderio di consumo. Truffe, maschere, superficialità divertimento inganni etc. sono considerati offensivi alla libertà dell’individuo. È una guerra continua e silenziosa il mercato che giorno dopo giorno cerca di neutralizzare il cogito ergo sum cartesiano in quanto potenzialmente pericoloso e ribelle; deve essere, quindi, sempre più emarginato. Un inferno di paradiso. Continua a leggere
Lo stato dell’arte. Mauro Macario
L’arte nella nostra epoca necrofora ha avuto un arresto onirico e il suo cervello è fortemente compromesso. Nessuno le augura di morire ma neanche di sopravvivere come un vegetale che
non riconosce nessuno e nessuno la riconosce. C’è stato un tempo segnato dall’arte solitaria, individualistica, solipsistica, ma anche civile ed epica, volta al sociale.
Ora quel raggio planetario si è spento.
Un foglio per scrivere, una tela per dipingere, un marmo per scolpire, una tastiera per comporre sembrano ora quelle sculture funerarie che adornano le tombe. L’artista che è solo non può nulla, è destinato ad essere un perdente, affonda in un abisso. La civiltà tecnologica, figlia del capitalismo selvaggio, affetta da una bulimia insaziabile e omicida nei riguardi della cultura umanistica, banchetta a ciclo continuo, disinvolta e incontrastata, cibandosi degli ultimi residui resistenziali di questa visione globale che aveva cuore e sangue, aneliti e speranze, sogni e utopie. Continua a leggere
Lo stato dell’arte. Federica Maria d’Amato

È la seconda volta che Fabrizio Centofanti mi rivolge domande scomode. La prima volta mi chiese della mia esperienza di scrittura, e le risposte cercai di condensarle QUI. Ora, Fabrizio, ha alzato la posta in gioco: «Qual è lo stato dell’arte? La poesia ha ancora qualcosa da dire? È uno strumento che aiuta a ritrovare la strada? C’è ancora una strada? La poesia, l’arte, la letteratura, aspirano a risvegliare la speranza in un presente migliore? Sono domande difficili: ma se aprissero spiragli di senso in un’epoca che sembra perderlo ogni giorno di più?». Continua a leggere
Lo stato dell’arte. Lorenzo Mari

Sono domande difficili, molto difficili. Per questo motivo, funzionano molto meglio, per me, se restano in forma di domanda e non come spunto per un mio, inevitabilmente banale, tentativo di risposta.
Provo comunque a svolgere un ragionamento che mi riporti, in chiusura, alle domande iniziali.
Parlare di stato dell’arte implica poter descrivere un intero campo letterario con le dovute accortezze critiche (ma anche: culturali, politiche, esistenziali, etc.), cosa che resta assai lontana dalle mie competenze. Qui e altrove, in ogni caso, leggo in vari termini di una certa stasi, di una frammentazione o polverizzazione e di un accomodamento conformistico che si fanno generalizzati. Continua a leggere
Lo stato dell’arte. Anna Rita Merico

Lo stato dell’arte riguardante la poesia: non credo di poter dire cosa sia ma solo, rispetto ad esso, cosa ne sento e come mi si palesa nel mio percorso di vita. Parto, dunque, dalla mia parzialità.
Rifletto sullo spazio di indagine continua sull’essere. Spazio di apprendimento della possibilità di allontanamento dal giudizio. Spazio di autenticità all’interno del quale muovo lo sguardo di una disciplina conquistata nel corso del tempo, la disciplina del possibile vedere–sentire il mondo e sé in relazione. Disciplina di forte tensione alla comunicazione, alla connessione con l’altro. Spazio non definitivamente circoscritto, spazio in continua evoluzione, spazio di mobili limiti. E’ lo spazio del nascere a sé. Spazio all’interno del quale vive il senso e la determinazione della propria spiritualità. Continua a leggere
Lo stato dell’arte. Nicola Vitale

Le domande e ipotesi poste come interrogazione collettiva sulla poesia, in un confronto che ritengo oggi fondamentale, aprono necessariamente a una domanda di senso, portando il discorso su un piano non solo letterario, ma esistenziale e filosofico.
A questo proposito Severino scriveva in Essenza del nichilismo:
“L’occidente è una nave che affonda dove tutti ignorano la falla e lavorano assiduamente per rendere sempre più comoda la navigazione e non si vuole discutere che di problemi immediati, là dove sono presenti gli strumenti per soluzioni immediate.
Ma la vera salute non sopraggiunge forse perché si è capaci di scoprire la vera malattia?” (1)
Così è nella civiltà occidentale, nella cultura in genere, e in particolare nelle arti.
Da una parte si fa finta di nulla per incrementare il mercato, o quantomeno non alimentare nel pubblico il sospetto di una crisi, controproducente per chi vuole fare affari e per chi vuole emergere. Continua a leggere
Lo stato dell’arte. Francesco Sassetto
Credo che la temperie storica in cui vivo sia segnata da una decadenza epocale (penso a un artista come Ivano Fossati e al suo ultimo disco-concerto, La Decadenza), politica, civile, socio-culturale, artistica, un’epoca attraversata dall’indifferenza, l’abulìa, la solitudine. Anche la lingua italiana si è impoverita e “rattrappita” trasformandosi sempre più in una nuova terrificante koinè che impasta un italiano basico, anglicismi a iosa, espressioni gergali e gruppali. La civitas polverizzata in una miriade di monadi, di schegge distanti, egoiste e diffidenti e una “vecchia” società – in cui sono cresciuto – decisamente finita. Si respira un’atmosfera da “fine impero” che risente anche della gravissima assenza di punti di riferimento, di Guide e Padri ormai scomparsi insieme ai valori che incarnavano, dissolto ogni sentimento autentico di appartenenza, solidarietà e civiltà. Continua a leggere
Lo stato dell’arte. Rosaria Lo Russo
Quel che si usa chiamare poesia per me è un’operazione prettamente linguistica il cui senso – in fondo è quello che dice Roman Jakobson in Linguistica e poesia, un saggio fondamentale per inquadrare questa modalità artistica che chiamiamo poesia – il cui senso, dicevo, è non comunicativo ma espressivo. E’ cioè un uso del linguaggio, anzi una produzione linguistica il cui senso non ha un valore referenziale immediato. In poesia A non è uguale a A, o almeno non necessariamente. Il linguaggio poetico tuttavia agisce – come ha ribadito per tutta la sua lunga carriera Nanni Balestrini. La sua azione è linguistica ma se la lingua è innovativa, se cioè sorprende quanto a forme lessicali, sintattiche eccetera, allora mette in moto il gran meccanismo dell’immaginazione umana, ovvero ciò che crea la realtà umana. La realtà, materiale, spirituale, biologica, tra qualche tempo anche quella dell’intelligenza artificiale (o forse è già così come accadeva nel film di Kubrik?) esiste a prescindere da noi, prima, durante e dopo di noi (presto non lo sperimenteremo). Ma la realtà degli esseri umani è fondata sulla percezione la quale è tradotta in immaginazione, immaginazione che può essere anche solo visiva (la scrittura, poesia e altro è una immaginazione anche visiva) ma più specie-specificamente è linguistica. Ciò che chiamiamo pensiero è lingua in azione e le azioni linguistiche possono essere logiche, illogiche, vere, false eccetera eccetera, ma soprattutto lingua in azione si traduce in voce. L’essere umano produce linguaggio tramite un organo fonatorio, che se è malato può essere in qualche modo sostituito da marchingegni che mimano la funzione organica della produzione della voce. Quindi – è sempre una reminescenza jakobsoniana – se ciò che chiamiamo poesia è un atto, o meglio un gesto, linguistico che si differenzia (anche per tratti minimi) dal linguaggio utilitario-comunicativo per una disposizione fonica accentuatamente ritmica ecco che ciò che antropologicamente diciamo poesia è un atto affine al rito liturgico, qualsiasi liturgia si tratti, dalla preghiera allo slogan politico. Dalla supplica alla rivolta, dall’inno gioioso al pianto funebre delle madri uccello del popolo kaluli, la lingua ritualizzata dal ritmo e il suo uso non solamente comunicativo e principalmente estetico-espressivo parallelo all’espressione musicale inventa una percezione aumentata e diversa della realtà. Mettendo a fuoco particolari inauditi, sorprendendo con analogie, metafore e tutto l’armamentario, che siamo soliti pensare scolasticamente invece che visceralmente, della metrica e della retorica, l’azione poetica fa la realtà umana, immaginandola. Questa è una grande responsabilità, etica e politica. Dell’estetica non mi importa granché. Il bello non inventa il mondo, lo decora. Del vero invece mi importa moltissimo. Il vero, o meglio la ricerca del vero, inventa un nuovo mondo, fonda utopie che certamente prima o poi si avvereranno – le profezie. Non c’è nulla di trascendente nella poesia, la scrittura mistica è quanto di più aderente alla materia del mondo io abbia esperito mai, la poesia è profetante per mestiere perché appunto inventa il mondo presente passato e anche futuro. Tramite il lavoro fonoritmico il senso si fa da sé, ma è l’intelligenza poetante (inconscia o conscia) che ricorda i suoni arcani delle connessioni neurovegetative. Tutto esiste da sempre contemporaneamente: si tratta di sentire e di vedere questi stati-strati, questi gangli, questi snodi, o catene microbiche di esistenza percependoli attraverso il gesto delle mani che digitano e dei suoni che si srotolano nella mente poetante e che se sono dotati di carica euristica risuoneranno a casa loro nell’apparato fonatorio di chi leggerà quella poesia, non solo ad alta voce, poiché, come la preghiera, anche se la voce non è alta risuona eccome nella lettura muta. E quanto lavora il silenzio! Quante cose accadono nel silenzio fra strofe, nei baratri dei capoversi. In questo silenzio che si sporge verso ogni ignoto si accende la connessione fra il sistema neurovegetativo di chi ha scritto quella poesia e quello di chi la sta leggendo. E anche se il senso andrà in direzioni sempre diverse, da autore a se stesso e da lettore a lettore, sempre si tratterà di immaginazione del mondo, di invenzione della realtà. Ed è un gesto oltre che coraggioso, sempre erotico. La realtà che la poesia inventa si modifica in due, o in massa, un’orgia!, fra poetante e poetato, se così posso dire. Se non c’è questa scossa elettrica sinaptica la cosa che stai leggendo e che si dice poesia è un inutile e narcisistico vaniloquio. Continua a leggere




