Lo stato dell’arte. Adriana Tasin

Qual è lo stato dell’arte?
Lo stato dell’arte è uno stato in divenire, fluido e mutevole, composito. Non si riesce ad afferrarlo, a definirlo, tanti sono gli stimoli che arrivano da diverse parti, tante le posture che i vari autori assumono, gli stili che vengono utilizzati nelle opere. Bisognerebbe avere sguardo di beccaccia, a 360 gradi, e ancora non si riuscirebbe a comprendere tutto ciò che lo sguardo coglie, tutto ciò che sta accadendo in poesia. E questa varietà è ciò che, a mio avviso, caratterizza il periodo che stiamo attraversando. Ed è ciò che sento accadere in me stessa, sento la spinta verso un cambiamento, di forma e tematica. Si direbbe forse che alla mia età si vada verso una sorta di cristallizzazione del fare poesia, ma non è affatto così. La voce rimane a legare il percorso ma la poetica si modifica, si contamina di continuo.

La poesia ha ancora qualcosa da dire?
Io toglierei “ancora” e toglierei anche “qualcosa”, e direi: la poesia ha da dire. Cosa? Tutto. Non esistono dogane che possano sbarrare il passo alle parole – men che meno ai pensieri – e le terre già percorse o quelle ancora sconosciute si estendono ovunque, tridimensionalmente, così che possiamo inabissarci o innalzarci o possiamo camminare in orizzontale seguendo infinite direzioni. La poesia può essere lieve o feroce, ironica, tragica, intimistica o civile, ci può indicare verità, mostrare dolori o le cose che stanno immobili sotto il nostro naso e che raccontano altro ancora. Con la poesia possiamo essere ovunque sentiamo di volere andare, o possiamo essere ovunque lei ci porti.

È uno strumento che aiuta a ritrovare la strada?
Credo sia un mezzo che aiuta più a perdere che a ritrovare la strada. Ci si allontana dalla quotidianità, ci si inoltra in via oscure e sconosciute, in pensieri mai esplorati e, se ci si abbandona a questo viaggio, si diventa esploratori di una parte profondissima di sé, quella a cui non si è mai attinto. Lì sta la sorpresa: emergono cose per cui vale la pena sorprendersi. Solo a quel punto può essere che perdendoci scopriamo qualcosa che fino ad allora non avevamo avvertito come necessario ma che improvvisamente lo diventa.

C’è ancora una strada?
In considerazione delle cose appena scritte sopra, direi che la poesia è proprio lo strumento che aiuta a trovare una strada nuova, più che a ritrovare la strada già percorsa (che forse si era persa e si doveva perdere). La strada è quella della conoscenza di sé che si dilata e, anche attraverso le letture, diviene conoscenza degli altri, della natura e di ciò che ci circonda. Per rispondere alla domanda: non c’è una strada ma ce ne sono molte che, come connessioni neuronali, si intrecciano e comunicano tra loro, creando una rete. Perché dobbiamo guardare alla nostra strada ma anche alle diramazioni, incroci, bivi, innesti che si creano con le strade degli altri. Una strada da sola porta a una destinazione, è forse senza uscita, mentre la poesia ci deve poter portare ovunque, farsi “piazza”, ma lo può fare solo se c’è disponibilità all’ascolto degli altri.

La poesia, l’arte, la letteratura, possono risvegliare la speranza in un presente migliore?
Penso che ciò che cerca di elevarsi per avere uno sguardo che abbraccia il mondo abbia la giusta tensione per cercare di comprendere ciò che accade. La poesia, l’arte e la letteratura fanno il possibile di concerto per risvegliare la speranza ma la complessità del periodo storico che stiamo attraversando rende più difficile, anche se essenziale, il loro compito. Ciò che a mio parere è importante è che una ricada costantemente nell’altra, a riempire i vuoti compensandosi vicendevolmente, quasi a creare un’eco di bellezza proprio quando pare avere poco senso parlarne di fronte a disastri umanitari. Ciò che avviene normalmente nel quotidiano è una sovrapposizione di stimoli, noi camminando vediamo (fotogrammi passano sulla nostra retina) e intanto ascoltiamo (frasi, parole si imprimono nel lobo temporale…) e tutto ciò che ci circonda manda impulsi al nostro cervello. Dove non c’è pace, né musica, né bellezza, ma solo orrore, le sollecitazioni esterne possono essere solo negative e portare a pesanti ricadute sull’individuo che si trova a vivere una situazione di sofferenza. È forse per questo che in molte zone di guerra una delle prime arti che arriva è la musica. Anche per sola voce.

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