Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Non hanno vino

«In quel tempo, vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli.
Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: “Non hanno vino”. E Gesù le rispose: “Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora”. Sua madre disse ai servitori: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela”
Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: “Riempite d’acqua le anfore”; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: “Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto”. Ed essi gliene portarono.
Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: “Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora.
Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui» [Gv 2, 1-12]

Tutto comincia con una mancanza. Non è un sovrappiù il punto di partenza. Non è un’abbondanza a cui attingere. Si parte da una mancanza.

Non è tanto la mancanza in sé, che muove tutto, quanto la percezione della mancanza.

«Non hanno vino». Che pranzo di nozze sarebbe, senza vino? Ma il vino è finito.

La mancanza si percepisce attraverso le parole dell’altro.  È Maria che fa notare a Gesù che non hanno vino. La realtà ha bisogno di relazioni per essere percepita. Sono gli altri che fanno venire alla luce la mancanza da cui parte l’azione.

C’è un vuoto iniziale, a partire dal quale nasce la domanda di senso. Non ha importanza la capacità di risposta, è importante percepire la mancanza e l’urgenza della domanda.

Solo quando ci scopriamo poveri, mancanti, avvertiamo il desiderio di ricerca. Questa scoperta non avviene nella solitudine, ma nella relazione, in cui l’ascolto dell’altro mi costituisce attore di ciò che va fatto.

Ancora percezione di mancanza, nelle sei anfore vuote. Mancanza, sia perché erano vuote, sia perché erano sei e non sette. Ne mancava una per arrivare alla pienezza. Sette, nella Bibbia, è il numero della completezza, del tutto pieno, senza mancanze. Le anfore erano sei. Ed erano vuote.

Erano fatte per contenere acqua, le anfore, e i servi non si stupiscono della richiesta di riempirle d’acqua. Fino all’orlo. Il tentativo di colmare la mancanza non risponde all’esigenza della domanda. Il bisogno di vino non è risolto dalle anfore colme d’acqua fino all’orlo. Oltre non possono contenere. Ma è comunque insufficiente per risollevare le sorti del banchetto di nozze. Insufficiente, ma necessario. È necessario riempire le anfore, anche solo di acqua, perché è a partire da quell’acqua che si potrà, oltre ogni previsione, avere il vino di cui si necessita.

Non è importante capire sempre ciò che si sta facendo.

La percezione della mancanza accende il desiderio che si fa domanda. Spesso abbiamo solo acqua a disposizione, ma abbiamo sei anfore vuote che possono essere riempite di ciò di cui disponiamo. È solo acqua, ma bisogna riempire fino all’orlo. Ci viene chiesto di fidarci e di lasciarci guidare.

«Qualunque cosa vi dica, fatela». Anche quando ci viene chiesto quello che può sembrare poco adatto a risolvere i nostri problemi. Qualunque cosa. Chi pretende di tenere le redini della propria esistenza saldamente nelle proprie mani non accetterà mai di riempire d’acqua delle anfore, quando ciò di cui si ha bisogno è vino. Saremmo pronti a partire alla ricerca di un vinaio, ma non di riempire le anfore che abbiamo a disposizione, e, soprattutto, non saremmo disposti a riempirle d’acqua.

«Qualunque cosa vi dica, fatela» anche quando la richiesta può sembrarci assurda o perché insufficiente rispetto alla mancanza avvertita o perché superiore alle nostre forze. Eppure, questo è il solo modo per vedere trasformata l’acqua in vino. È il solo modo per riaccendere un desiderio sopito dalle logiche opportunistiche che ci spingono a fare solo quello che obbedisce a calcoli collimanti con la nostra cultura dell’efficienza e della convenienza.

«Qualunque cosa vi dica, fatela»: è l’obbedienza il primo passo. Certo, il servo è abituato ad obbedire, ma l’obbedienza di cui parliamo non è passività. È piuttosto affidamento fondato solo sulla fiducia in chi parla. Questa obbedienza richiede la partecipazione piena e responsabile di chi obbedisce come adesione alla parola che interpella. È l’autorità di Gesù che permette l’obbedienza libera e feconda.

Usa oggi la tua acqua per riempire le tue anfore, senza avere la pretesa di pienezza e di completezza. La settima anfora non è in tuo possesso. Lascia che l’acqua arrivi fino all’orlo e che magari trabocchi. Avrai tutto il vino di cui hai bisogno. E sarà vino nuovo, con cui fare festa.  

Questo è l’inizio del Regno.

12

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *