Ogni volta che sento porre questo genere di quesiti – quale senso possano avere, oggi, le arti, la letteratura e soprattutto la poesia, dati i tempi odierni che, ipertecnologici e in grandissima crisi di valori, sembrano vanificarle con strumenti ripetitivamente acefali come la comunicazione virtuale se non addirittura inquietanti come l’intelligenza artificiale – immediatamente la mia mente si slancia indietro di secoli e la mia controdomanda è: ma non è sempre stato così?
La conquiste della modernità, anche nel passato più remoto, con tutte le loro apparentemente sconvolgenti storture hanno sempre generato scetticismo nei più, spesso procurando una totale sfiducia nella possibilità di trovare un senso alle arti, sempre più traballanti nei loro obiettivi e motivi di esistere. Pensiamo alla nascita, a metà ‘800, della fotografia, che di colpo sottrasse alla pittura il suo scopo riproduttivo della realtà (azzerando tra l’altro il ruolo sociale dei più celebri ritrattisti). E le arti visive che hanno fatto? Si sono estinte? Certo che no. Hanno cambiato rotta e mutato pelle, cominciando a riflettere sul linguaggio visivo e sulla sua complessità.
Personalmente credo che ogni tipo di ricerca ed espressione artistica, in ogni epoca, abbia ragione di esistere semplicemente perché le persone (gli artisti e il loro pubblico) hanno una terribile necessità di sperimentare una vita parallela a quella quotidiana. Quello di staccarsi, elevarsi e guardare dall’alto questo nostro formicolare indistinto e precario sulla terra è un bisogno che non si può eludere. Ci aiuta a osservare le cose con obiettività, praticando un pensiero critico.
E se il mondo, come quello attuale, si presenta straordinariamente consumistico, coattivo, deformato da una tremenda crisi culturale e valoriale, vengono in mente le parole di una canzone composta nel ‘500 da Leonardo da Vinci: «Movesi l’amante alla cosa amata, se la cosa amata è vile l’amante si fa vile».
Trovare una lingua adeguata per parlare al mondo. Amare la realtà, per aberrante che sia. È l’unica che abbiamo. Non rinchiudersi in torri d’avorio, ma calarsi nel quotidiano e con esso fare i conti. La poesia è uno strumento formidabile, in questo.


