Lo stato dell’arte. Stefania Di Lino

La poesia è varcare una soglia. 

È sospendere il mondo esterno per un tempo e uno spazio indefiniti, ambedue immisurabili; è abbandonare l’ordinario conosciuto per addentrarsi in una terra fatta di ascolto e di auto ascolto dello extra-ordinario con il quale parallelamente e quotidianamente conviviamo. Poesia è la consapevolezza di un incontro, principalmente con se stessi; è rivisitazione, è uno sguardo profondo a volti e parole, a presenze e aspetti normalmente ignorati,  a situazioni, e alle tante voci che ci hanno attraversato e che continuano ad attraversarci, voci di e con cui siamo foggiati e formati dalla notte dei tempi, quando la parola, svincolata dal senso, era solo suono. Noi siamo la somma delle tante voci che hanno attraversato il tempo, ne siamo, biologicamente e cromosomicamente, la condensa, la versione possibile e plausibile con la vita, il sunto organico che la selezione naturale ha scelto, senza errore. E in questo c’è qualcosa di terribile e meraviglioso, di magico, di evocativo e di riparativo al contempo. 

Noi rispondiamo essenzialmente al nome e lo attraversiamo. In origine eravamo vibrazione, suono, poi parola e nome. Ancor prima di essere carne, noi eravamo pensiero.

Lo scrivere si lega a questo pensiero originario, perché si tratta di un pensiero germinativo, un pensiero capace di trasformarsi in cellule, , sangue, movimento, gesto, azione, corpo nello spazio. Come la poesia. Scriviamo perché siamo già scritti. Scriviamo come in un rito: per dissacrare e risacralizzare la scrittura. Per disfare e ritessere la trama. 

<<Scrivo in una lingua che mi esilia[…] essere un poeta significa che ho già scritto ma che in realtà non ho scritto nulla>> Dice Adonis, poeta siriano. 

<<Ora so che ogni poesia deve essere causata da un assoluto scandalo del sangue. Non si può scrivere con l’immaginazione da sola o con l’intelletto da solo; è necessario che il sesso e l’infanzia e il cuore e le grandi paure e le idee e la sete e ancora la paura lavorino all’unisono mentre io mi piego verso la foglia, mentre Io mi strozzo sul foglio e cerco di nominare me stessa.>>  (Alejandra Pizarnik, Diari)

Poesia è moto a luogo. 

La poesia è dunque un andare verso. È forzare i confini per inoltrarsi in una terra diversa, in percorso accidentato, in un deserto spesso ostile e arido; è attraversare rovi di spini, per trovare un idioma diverso in grado di “dire”, perché solo quello che è ”detto” esiste, comincia ad aver vita, risucchiato, strappato dall’innominabile indicibile extra-testo. 

Poesia è dunque nominare,  è dare nome e volto, quasi cristologicamente,  al dolore, a più dolori. 

Poesia è inventare nuove posture per un disagio esistenziale che non ci lascia, e  dove il poeta mai si è accomodato. 

Poesia è moto al luogo nel luogo stesso, ove sia possibile esprimere ciò che altrimenti rimarrebbe del tutto inespresso sotto la soglia del conscio e del mai detto. 

 Con il linguaggio poetico, ma forse dovrei dire con ogni tipo di narrazione che preveda l’espressione dell’autentico e l’onestà della parola, si toccano quotidianamente i limiti della lingua parlata, quella comunemente concordata, logorata dalla convenzione, svuotata di senso dall’uso,  limiti  con cui chi scrive, dovrebbe misurarsi. Solo conoscendo tali limiti, a cominciare dai propri, rifuggendo quindi a ogni forma di autoreferenzialità e di  narcisismo mortifero, che certo non giova al verso “universalizzato” della poesia,  solo così, dicevo, si può tentare ogni volta di riposizionare il rapporto proficuo tra Logos e pensiero, per rigenerarlo, e fare opera di riscatto, termine dopo termine,  di ripescaggio e pulizia, dalla convenzione linguistica a dal suo abuso. 

In poesia la parola abusata è un doppio delitto: uccide la parola stessa e spegne il pensiero di chi ha la sventura di leggerla, al pari dei luoghi comuni, delle stereotipie, dell’assodato, del “lo vuole il mercato”, dell’accettato dalla maggioranza – “la maggioranza non ha mai ragione”, Henrik Johan Ibsen –  e condiviso perché di moda. L’abuso linguistico uccide quanto il “poetese” smielato, quello “dabbene” perché la poesia è l’esatto contrario di tutto questo. 

La poesia è in rivoluzione continua, mai appagata di se stessa, è sovvertimento,  è una scuola di resistenza (lo dice Massimo Cacciari). è una testa d’ariete, dico io, contro il principio di realtà,  “…la realtà che siamo è l’espressione di una necessità della Realtà che non siamo, il suo desiderio.” afferma Edoardo Camurri nel suo ultimo libro Introduzione alla realtà, in cui si ipotizzano. come in un gioco di specchi, due realtà tra ciò che siamo e ciò che sembriamo, tra ciò che vorremmo essere e ciò che non siamo. 

Per questo penso alla figura del poeta non come a un sognatore astratto, perso tra le nuvole del cielo, come certa retorica consumata vuole, ma come a un contadino dalle mani incallite e dai piedi sporchi di terra, o come un lottatore di sumo – figura ben lontana dall’ideale apollineo –  che combatte contro questa realtà, economica e sociale, feroce iniqua crudele, empia e scellerata. Altrimenti che senso avrebbe la poesia e come sarebbe possibile non renderla cinica alla stregua di un “atto di barbarie” (Adorno), dopo Auschwitz e, aggiungo dopo l’ eccidio prolungato del Popolo Palestinese e di molti altri popoli, e dei morti in mare? 

Julio Cortàzar afferma che lo scrittore è per vocazione, anzi per sua natura, nemico potenziale dell’idioma. Il retore, il grammatico, il pedante, ne è consapevole ed è sempre all’erta, terrorizzato e pronto a denunciare certi azzardi e la sfrontatezza di chi li compie, sovvertendo ciò che lui ordina e fissa. E sempre Cortàzar aggiunge: 

<< Occorre lottare contro la lingua affinché non imponga le sue formule, i suoi cliché, le frasi fatte, tutto ciò che caratterizza così bene un cattivo scrittore >>. 

Infatti, paradossalmente, il limite della poesia risiede nella stessa lingua in cui si esprime. Limite che ogni volta il poeta cerca di spostare più in là. 

Ma se qualcosa si sposta non è mai completamente, mai per sempre e mai del tutto. Non c’è nulla di più mobile e di contaminato di una lingua. Ma senza questa sua instabilità, senza questo suo essere mai con-clusa, senza questa sua inafferrabilità, la lingua sarebbe morta, e con essa la poesia. 

Il linguaggio poetico, come l’arte tutta, gnosologicamente, ha la facoltà di riunire ciò che si è spezzato, di avocare a sé i frammenti per formare l’intero, di offrire al mondo, in un solo distico, l’annullamento del tempo. Il poeta, che i filosofi antichi  hanno posto all’apice della conoscenza e della sapienza, ha la facoltà di raccordarsi con altre dimensioni, di viaggiare nel tempo, d’incontrare le ombre. 

Per cui di questa vita e forse di altre ancora, nei secoli, “ Ciò che resta lo fondano i poeti”.

Stefania Di Lino, 22 luglio 2024



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