
Alcuni giorni fa leggevo una poesia tagliente come una lama di luce, scritta da un’amica poeta che stimo molto, e riflettevo proprio sulle domande che mi pone Fabrizio in questa conversazione tra autori, intrapresa già da qualche mese. Quel testo denunciava un senso di impotenza, quasi di inutilità della poesia e dell’arte in genere, in un mondo che sembra aver perso capacità di ascolto e di sguardo critico, che non abbandona la barbarie della violenza, che esalta il paradigma della mercificazione, con tutti i suoi corollari: la fretta, la pragmaticità, l’isterilirsi della capacità immaginifica, l’opportunismo, l’apologia dello sfruttamento. Cosa ha ancora da dire e da offrire la poesia in contesti che sembrano già averne decretato la marginalità? Sono domande cruciali e ci sarebbe tanto su cui confrontarsi, ma cercherò di toccare alcuni punti che mi sembrano particolarmente importanti. Alla mia amica poeta che si poneva questi interrogativi ho risposto, quasi di getto: “la poesia non sana, non consola, non decide. E tuttavia mi sembra necessaria”. Ecco, io la vedo così: sgombriamo il campo da credenze magiche, fantasie da vate o superomistiche.
Non so se la poesia e la bellezza salveranno il mondo, non mi sento di lanciarmi in profezie. La poesia è frutto di un lavoro onesto e di una assunzione di responsabilità, innanzitutto, verso il proprio sentire e dire e verso chi la accoglie. La reputo una necessità personale e al contempo collettiva, in quanto codice di espressione, ma anche di comprensione della realtà, dentro e fuori di noi. La sua attuale condizione di subalternità (nei contesti della comunicazione mediatica, della scuola, della fruizione della cultura in genere) denuncia drammaticamente la crisi proprio di quei requisiti che occorrono per accoglierla e lasciarla sedimentare: la lentezza, il silenzio, la capacità di decentrarsi, la volontà di andare oltre le apparenze, oltre gli approcci facili e immediati, la volontà di interrogarsi e di approfondire, la disponibilità a uno sguardo ‘obliquo’, talvolta spiazzante, incisivo, senza sconti. In cambio, se la accogliamo, attraverso la nostra e l’altrui voce, la poesia ci offre la luce di una torcia nella miniera, parafrasando Caproni, un grimaldello per accedere a nuovi piani di osservazione, una stringa (e più di una) per decodificare “il rovescio di un ordito mal fatto”, come ho scritto in una poesia. Non sempre per arrivare a un pronunciamento, ma spesso procedendo per sottrazione, illuminando ciò che non siamo, ciò che non vogliamo, esercitando anche il dubbio e quella che il poeta Lalic definisce “l’arte della rinuncia”. E in questi termini può aprire spiragli che si traducano in scelte, in nuove consapevolezze e nuovo agire.
Dunque c’è ancora spazio per la poesia e per l’arte in genere, e ce n’è necessità, quasi come una resistenza del pensiero e del sentire, direi. Con una precisazione: la poesia come attitudine dello sguardo è e resterà connaturata all’uomo, ma come codice e come oggetto culturale è in continua evoluzione. Le forme che troverà per esprimersi muteranno e forse ne renderanno difficile, talvolta, l’individuazione e la definizione, scatenando feroci dibattiti, ma non inficiandone, certamente, il grande valore.
