Credo che la realtà che viviamo oggi ci abbia costretti a ripensare la relazione della persona con l’esperienza di creazione e fruizione artistica. Siamo in una dimensione di assoluto sovraffollamento, le opportunità di incontro con i prodotti artistici, siano essi visivi, uditivi, verbali e a volte anche cinestesici, sono continue, pur essendo di fatto illusorie e mediate dalla rete, dai prodotti televisivi, dalla stampa.
In estrema sintesi, crediamo di conoscere molte cose, di aver visto, letto, ascoltato, ma in una dimensione che è sempre più separata dalla corporeità dell’incontro fra la persona e l’opera, e dall’incontro integrale con l’opera.
Inoltre, la dimensione “prosumer”, definita da Alvin Toffler nel 1980 come coesistenza nella stessa persona contemporaneamente del produttore e del fruitore di contenuti, unita all’idea che l’arte sia espressa da chi si autocertifica, rendono il mondo della produzione e della creatività artistica una babele di esperienze che, se da un lato nutrono e abilitano la capacità espressiva di ciascun*, allo stesso tempo portano le persone ad “accontentarsi”, a generalizzare l’esperienza di incanto, trasfigurazione, intuizione nuova che ha consentito all’arte, non solo nei secoli recenti, di essere orizzonte trasformativo.
La poesia ha ancora qualcosa da dire?
La nostra epoca non è esattamente come quella che nasceva dopo Auschwitz. Siamo non in una trasformazione legata a qualcosa che cambia la storia per sempre (il pensiero presocratico, il cristianesimo, la rivoluzione industriale, il marxismo, la nascita del capitalismo, la Shoah, l’atomica su Hiroshima e Nagasaki, il nazismo). Siamo di fronte a qualcosa che ci riporta indietro, vertiginosamente, sul cronogramma della Storia. E che, allo stesso tempo, palesa l’imprescindibilità del pensiero e del sentire dalla protezione destini individuali (siano quelli delle persone, delle famiglie, delle nazioni e del pianeta). Ovvero, trasforma gli ideali di dialogo aperto, scambio e contaminazione reciproca, di accoglienza e di futuro in quelli che danno valore a nazionalismi, autoritarismi, modelli economici della prima industrializzazione, esclusione delle identità non conformi a ipotetici modelli, ri-posizionamento del femminile nell’alveo della protezione della famiglia e della razza). Insomma, un film dell’orrore.
La cancellazione del sentimento del futuro e della meraviglia, a vantaggio di una salvaguardia nell’oggi, è diventato il sentimento dominante.
Intendo dire che la domanda di Adorno a cui risponde Celan dopo la Shoa, oggi risulterebbe mal posta. Oggi dovremmo dire, con Hölderlin (citato da Heidegger nel suo Sentieri interrotti), Perché i poeti nel tempo della povertà?
È uno strumento che aiuta a ritrovare la strada?
Certamente la poesia, come accesso al non pensato (per dirla con Gordon Lawrence), come orizzonte trasformativo, capace di cambiare per sempre attraverso la lettura dei versi il percorso sentimentale ed esistenziale di chi legge, non solo aiuta a ritrovare il sentimento di sé nel tempo ma, in un certo senso, crea la strada.
C’è ancora una strada?
Credo che la strada per l’arte, per la poesia, e per la persona, non possa che somigliare molto a quella descritta e percorsa ne “La strada” di Cormac McCarthy. È una strada fitta di abbandoni, disperazioni, fragilità, ma anche fortemente di desiderio, di volontà, di immersione nel buono, là dove ci sono la luce, il fuoco e il mare. Ovvero un nuovo orizzonte visibile. Occorre tener vivo il fuoco, ma per vedere il mare. Per incontrare gli “altri”.
La poesia, l’arte, la letteratura, possono risvegliare la speranza in un presente migliore?
Non solo possono, devono. Ci sono due strade che l’arte e la capacità di esprimere e scoprire possono far sì che la persona le percorra. La prima è quella di aiutare ciascun* a individuare la forma creativa che più ne abilita la capacità di vedere, sentire, restituire. La strada, a tutti aperta e da tutti raggiungibile in una società sana, dei laboratori di scrittura, fotografia, pittura, e così via. Il cui scopo non è individuare nuovi artisti, ma abilitare le persone ad esprimersi al meglio con libertà e creatività. C’è poi invece la strada che si compie da sola, che è quella che percorre il poeta, l’artista, la cui potenza è tale per cui avviene, in chi la incontra, quella rivoluzione che sola riapre oggi la porta del futuro. E della speranza.
Sono domande difficili: ma se aprissero spiragli di senso in un’epoca che sembra perderlo ogni giorno di più?
Le domande che mi hai posto, che hai posto, mi hanno emozionata. Sono domande che occorre farsi, per quanto le risposte siano incerte, solo intraviste, persino dolorose. Molto del mondo dell’arte è un laboratorio di ricerca. A cielo aperto. Fatto da persone che provano a incontrare il non pensato. In mezzo ad esso, talvolta, si apre un’oasi di Paradiso, quell’incontro con il nostro essere di nessuno, alla terra consegnati, dalla mortalità definiti, dalla libertà distinti. Ecco, solo sentendo questo, ci consegniamo al futuro, e per chi ha fede, alla casa del Padre, dove non c’è più compito alcuno, ma solo bellezza, luce e, forse, canto.
Per dirti quel che sento fino in fondo, ringraziandoti per la bellezza di aver pensato insieme, vorrei che leggessimo insieme questa, e la leggessimo così com’io la sento:
Paul Celan
La rosa di nessuno
Salmo
Nessuno c’impasta di nuovo, da terra e fango,
Nessuno insuffla la vita alla nostra polvere.
Nessuno.
*
Che tu sia lodato, Nessuno.
È per amor tuo
che vogliamo fiorire.
Incontro a
te.
*
Noi un Nulla
fummo, siamo, resteremo, fiorendo: la rosa del Nulla,
la rosa di Nessuno.
*
Con
lo stimma anima-chiara,
lo stame ciel-deserto,
la corona rossa
per la parola di porpora
che noi cantammo al di sopra, ben al di sopra
della spina.
Un abbraccio,
Nerina
Roma, 26. Luglio 2024


