Premetto di non dilungarmi molto, spiegare qualcosa che meglio si esprime nel suo esperirsi è un esercizio che sento ridondante, come una eco logora, e non credo nell’efficacia dei toni didascalici o nelle appropriazioni, bisognerebbe perdersi prima nei meandri del testo. Quindi un po’ per personale fatica nelle ripetizioni, nei giochi di ruolo e verso le autorità, un po’ perché vi è un senso di unità con la cui sostanza si è sincroni, come con un segreto d’estasi, un po’ per reticenza, non vorrei tediare qualcuno con quello che diverrebbe un parlarsi addosso e un perdersi di spezzettamenti. Lo diceva, in un altro modo, bene Bene. Non so, credo nella partecipazione attiva del lettore, domando un processo di democratizzazione della scrittura, non la sua resa aristocratica. Chiedo venia.
Vedrei bene la poesia nelle sedi della trasgressione (se esistono), dell’arte, della vita impartita, le concederei più stanze nelle sedi consuete alla divulgazione (radio, televisione), forse per un insospettabile senso di principio, di necessità orale alla visione, con l’adeguato edificio e non solo nelle aule in penombra, soprattutto se scolastiche. E’ possibile che nell’editoria si pensi cosi conformemente e la conditio sine qua non dei poeti debba essere una specie di marginalizzazione? Chiedo venia.
Non posso fare a meno di interpretare la poesia come traduzione (o trasduzione) da un linguaggio assieme radicalmente recondito, in parte corporeo in parte etereo, l’instillarsi di un motivo e un distanziamento subissale, il suo contrario, e il generarsi di luce dal suono. Chiedo venia.
Non credo nelle biografie, negli ego ipertrofici, nello stile d’autore, credo che ogni cosa cerchi di emergere in una sua forma e ad essa cerchi di restituirsi, non di confinarsi, come nella ricerca di una comunione, di isotopie, in un suggerimento di adiacenze. Non mi piacciono le caricature, soprattutto se in carta carbone, le parodie si. Per cui l’autore non dovrebbe prendersi troppo sul serio, che poeta è un modo come un altro di essere umani, quindi l’ego l’abnego, non sia mai sia di Narciso. Chiedo venia.
La poesia è accoglimento, apre molte porte, spesso restano aperte.
Senza titoli. Sovversi, la mia prima silloge, ha origine dal rimosso, da una specie di damnatio, sono dei testi riemersi da cancellazioni di testi, scritti in passato poi distrutti, sono tornati a reclamare la pagina. Riguardano in parte tematiche sociali. Privi di titolo provano a lasciare tutto lo spazio possibile al lettore.
Senzanome, non ancora pubblico, è un poemetto in frammenti, latamente postmodernista, riguarda l’indeterminato, vi è forse una ricerca orfica.
Da Senzanome:
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ad una ad una
adunano le dune
nuda nel nulla la luna
l’arida sillaba della sabbia
che nei granigli d’una clessidra rivela,
come un frammento ad Efeso, al nomade solo, l’oasi.
Mirko Boncaldo è nato nel paese di Emilio Isgrò, ha sempre 25 anni, ha studiato Lettere Moderne e Semiotica, vive a Bologna e organizza viaggi nel futuro. E’ autore della silloge Senza Titoli. Sovversi (2022), Transeuropa Edizioni, finalista al premio Internazionale Nabokov 2023, selezionata al Premio Città di Como X edizione, selezionata al premio Tirinnanzi 2024. Suoi versi sono stati pubblicati nell’antologia Una poesia al giorno del marchio Affiori della Giulio Perrone Editore, sulle riviste letterarie International Poetry Review, Italian Poetry Review, Il Segnale, Recours au poème, Distruttori di Terre, Articoli Liberi, CedroMag, Rivista Blam e sui blog letterari, L’Estroverso, Carte Sensibili, Poesia Ultracontemporanea, Versante Ripido, Zibaldoni e altre meraviglie, L’Equivoco, Limina Mundi, Tap into Poetry, Radura Poetica, L’Incendiario, Margutte, L’Altrove – Appunti di Poesia, Hook Literary Magazine e altri. Sue poesie sono state tradotte in francese e inglese.


