Credo che la temperie storica in cui vivo sia segnata da una decadenza epocale (penso a un artista come Ivano Fossati e al suo ultimo disco-concerto, La Decadenza), politica, civile, socio-culturale, artistica, un’epoca attraversata dall’indifferenza, l’abulìa, la solitudine. Anche la lingua italiana si è impoverita e “rattrappita” trasformandosi sempre più in una nuova terrificante koinè che impasta un italiano basico, anglicismi a iosa, espressioni gergali e gruppali. La civitas polverizzata in una miriade di monadi, di schegge distanti, egoiste e diffidenti e una “vecchia” società – in cui sono cresciuto – decisamente finita. Si respira un’atmosfera da “fine impero” che risente anche della gravissima assenza di punti di riferimento, di Guide e Padri ormai scomparsi insieme ai valori che incarnavano, dissolto ogni sentimento autentico di appartenenza, solidarietà e civiltà.
Anche la poesia si è impoverita, troppo spesso priva di vigore espressivo-emotivo ed efficacia comunicativa. Accanto ad una proliferazione di produzioni poetiche “improvvisate”, si assiste ad una banalizzazione della materia poetica come pure del linguaggio (fortunatamente con molte eccezioni). Forse perché la poesia, che richiede tempo e pazienza, un assiduo e faticoso labor limae, è scavalcata da altre forme di comunicazione, più rapide e seducenti al cui successo hanno molto contribuito i social media, creando una galassia di pseudopoeti che disorienta e confonde, mischiando il grano con la pula.
Tuttavia credo che la poesia non sia affatto morta e lo testimoniano le molte valide opere che vengono prodotte (da cercare e “pescare” dall’insulsa nebulosa di cui ho detto). I poeti continueranno a scrivere come sempre hanno fatto. Quanto al compito della poesia, non penso sia quello di indicare la strada (quale strada poi?). Non è questo il suo obiettivo né il suo compito. La poesia non ammaestra, non insegna, per fortuna. Non penso nemmeno
che la poesia, l’arte, la letteratura debbano “risvegliare la speranza”, o che mai l’abbiano fatto. Ci sono grandi opere che la speranza la fanno a pezzi e tuttavia sono giustamente considerate capolavori. L’arte può casomai evidenziare i sintomi della malattia, non curarla. E qui davvero Italo Svevo docet.
La scrittura poetica deve scaturire da un desiderio di introspezione e, insieme, di espressione dell’esistenza, del suo senso (o assenza di senso), da un interrogarsi sulla realtà che ci circonda e sulla vita, in uno sforzo di capire, tentare di intravvedere, montalianamente, “la maglia rotta nella rete/ che ci stringe”. E sognare, creare e comunicare qualcosa di diverso dalla meccanica ripetitività, dalla vuotezza insensata delle nostre quotidianità, qualcosa di più profondo, sapido e vero. Del resto la funzione dell’arte è fondamentalmente quella di dare senso al nostro assurdo stare qui. L’ha sempre fatto e spero continui a farlo.
Penso che i poeti abbiano il dovere morale di indicare le storture, i mali del tempo in cui vivono, farne materia dei loro versi, in una volontà di re-azione che, se non cambia il presente, genera forse consapevolezza, risveglia coscienze assopite, spinge all’emozione e forse alla riflessione. La parola poetica deve abbracciare il dolore di chi soffre l’ingiustizia, la violenza, la sopraffazione. E che essa assuma come “tema” il mondo del lavoro (e della disoccupazione), le problematiche legate al fenomeno dell’immigrazione, l’amore e il rapporto di coppia, la dimensione del ricordo e del passato o le tragedie e le ingiustizie di un presente sempre più cupo, violento e degradato, che sia poesia “civile” o esistenziale o amorosa, poco importa. Importa la centralità della parola che mostra la realtà, qualunque essa sia.
La poesia cosiddetta “civile” – che pratico da molti anni – vuole essere, al di là delle etichette, una poesia attenta alla relazione, al rapporto con gli altri, deve partire da una pulsione autentica e profonda di dire, denudare le offese, le ferite, i segni del dolore che portano negli occhi e nel corpo i più deboli, i cosiddetti “diversi”, lo straniero, l’omosessuale, il tossicodipendente, l’anziano, la donna.
Una poesia, dunque, alimentata da un dolente, risentito senso di umanità, da una pietas (quella pietas invocata da Fabrizio De Andrè nelle sue canzoni) che è comprensione del dolore degli altri. Una poesia oggi, ripeto, necessaria, che si oppone e prende posizione, chiede un nuovo umanesimo, una nuova società, con parole nette ed affilate, con voce salda e appassionata.
Come porre rimedio, come cercare di intervenire sulla disumanizzazione in atto (o già compiuta) della vita civile, sulle tragedie causate da un sistema socio-economico sempre più ottuso e crudele, sulla deriva inarrestabile dei valori etici, non è compito della poesia dirlo. Questo spetta alla politica di cui la vera poesia non è mai ancilla, portavoce o serva prostituta.
Il poeta dovrebbe essere una sorta di “sentinella”, di “vedetta” che lancia un allarme, senza giudicare e nemmeno “spiegare”. Suo compito è osservare, testimoniare, raccontare ciò che vede e vive giorno dopo giorno. E’ proprio qui che la poesia può far sentire la propria forza, essere strumento di conoscenza e “resistenza”, opponendo la propria capacità di verità, di umanità alla superficialità cialtrona e colpevole che oggi impregna l’aria stessa che respiriamo.
Ed essere, in questo senso, buona poesia. O almeno una poesia onesta, nel senso indicato da Saba.
Mi piace chiudere questa riflessione ricordando, quale esempio della funzione che può svolgere la vera poesia, il valore che assunse, tra le due guerre, la lirica montaliana, il Montale degli Ossi di seppia, lontano dal considerarsi poeta “civile” e tuttavia artefice di una poesia che, proprio in forza dell’estrema lucidità del suo pessimismo, il rigore della tensione etica, il rifiuto di ogni ideologia consolatoria, si opponeva all’idiota ottimismo fascista, alla vuotezza delle sue mitologie, e costituì, per tanti giovani, una guida ed un sostegno, una lezione di forza morale, come ricorda Carlo Salinari: “Nella situazione storica del fascismo e del progressivo addensarsi delle nubi della seconda grande tragedia mondiale, la disperazione di Montale ci appariva congeniale, senza mai presentarsi come una forma di evasione dalla realtà che ci circondava […] la sua poesia dava voce alla nostra profonda infelicità ma ci ammoniva a guardarla in faccia con coraggio […] apprezzavamo il suo valore di poesia-testimonianza, di poesia, cioè, che aveva bandito ogni elemento di liberazione e di sfogo, che non voleva più avere una funzione di confessione o di commento a determinati stati d’animo, ma era sempre la narrazione diretta e precisa di un documento di vita”.
Il Montale antifascista, mai “chierico rosso, o nero”, che mai accese alcun “lume di chiesa o d’officina”, mi sembra uno degli esempi più alti di ciò che la poesia può essere, dell’opera di formazione che può svolgere nella società e nelle coscienze individuali.


