Giselda Pontesilli, “Appunti su Mario Perniola”

Cercando le idee chiave che reggono l’opera di Mario Perniola (1941-2018), si può partire da quanto, nelle sue Storiette autobiografiche (pubblicate nel 2016), egli dice di sé. Dandosi, con discrezione, del voi, egli si dichiara:  

“[…] erede della tradizione dei samurai senza padrone, i ronin, cioè di quei guerrieri solitari non organici rispetto a chicchessia in cui nel corso del tempo [voi, cioè lui stesso] avete finito per riconoscervi” (1); 

così scrive, definendosi dunque, più che filosofo, guerriero, poiché, come ben spiega nella sua penultima opera, L’estetica italiana contemporanea (del 2017):

 “In questo periodo storico l’autorevolezza della filosofia è gravemente compromessa dalla comunicazione massmediatica, che ha riportato intere popolazioni allo stadio infantile, nonché dall’arroganza della tecnica e del dogmatismo scientistico che, occultando il proprio rapporto con gli interessi economici, si è posto come unico portavoce della verità”.

Per questo:

“Invece di essere un erede dei «maestri di verità» della Grecia arcaica, per sopravvivere il filosofo della fine del secondo millennio è costretto, nella maggior parte dei casi, a entrare nel sistema professionale?universitario creato all’inizio dell’Ottocento. Ha così assistito al progressivo deterioramento di questa istituzione, scoprendo amaramente che per mantenere il suo statuto simbolico doveva essere più simile a un guerriero che a un sacerdote” (2).

Questo filosofo recuperato in extremis, “il filosofo come guerriero” dovrà combattere – dice Perniola – innanzitutto contro un nemico fondamentale: la grande stanchezza.

È la stanchezza, inaudita, inedita, che intacca attualmente alle radici ogni aspetto della vita e delle attività umane: “l’intero campo della scrittura, della lettura e dell’ascolto, dell’attenzione, delle relazioni umane” (3); essa è dovuta al venir meno della possibilità di agire:

“La grande stanchezza è connessa col venir meno [definitivamente dopo la seconda guerra mondiale] della possibilità dell’azione efficace, nelle tre specie di azione politica, seduttiva e artistica” (4), col venir meno, dunque, della Storia.

In effetti – dice Perniola – l’ultima generazione a poter agire, a essere – cioè – storica, fu quella precedente la seconda guerra mondiale, in quanto “impegnata in una lotta per la vita e la morte, con vincitori storici e vinti storici”. Tale generazione, per l’ultima volta: 

“ha fatto e scritto la storia.  Voi, [Perniola intende con “voi”, come già detto, lui stesso ma qui anche i propri coetanei e contemporanei] quando le circostanze sono state favorevoli, avete fatto delle carriere e in ogni caso avete avuto un lavoro. Alla generazione successiva stanno per essere tolte anche le carriere e i posti di lavoro (5)”.

“Vi ricordate” (scrive ancora Perniola, sempre dandosi del voi) “di aver conosciuto qualcuno che, essendo dalla parte dei vincitori della seconda guerra mondiale, non si sia sentito successivamente un vinto? Vi balzano alla memoria le figure di due vostri professori del liceo […]. Pensate al professore di latino e greco del liceo, Armando Fellin, studioso di straordinario valore e di estremo talento, […] e al professore di filosofia del liceo, Eraldo Arnaud, traduttore di Cassirer e di Lukács, secondo il quale l’unico professore universitario onesto da lui conosciuto era Norberto Bobbio. Entrambe furono persone molto amareggiate dalla storia e portarono nel loro intimo una profonda cicatrice. Siete stato allievo anche di Bobbio, ma – nonostante i riconoscimenti pubblici che ha avuto – vi chiedete se sia stato un vero vincitore. È come se un destino di sconfitta lo accomuni a queste altre vite […]” (6).

Certo – aggiunge Perniola – non sono affatto mancati:

“grandi pensatori, in gran parte francesi e tedeschi, che hanno aperto orizzonti essenziali per la comprensione del mondo attuale, ma la loro trasformazione in divi dello spettacolo e l’impossibilità di avere una reale influenza sui loro seguaci ha fatto sì che le loro vite personali finissero in fallimenti esistenziali […] Ciò che desta stupore è l’enorme sproporzione tra la notorietà mondiale e la mancanza di una vera influenza capace di incidere sulla vita degli ascoltatori e dei lettori” (7).

Il tema dell’impossibilità di agire è continuamente presente, nell’opera di Perniola, perché è da lui sofferto personalmente, è una ferita sempre aperta, sempre dolorosa; nelle Storiette, dice ancora di sé:

“In realtà, qualsiasi cosa avreste fatto, il risultato sarebbe stato uguale, cioè nullo: un comune destino di fallimento tiene insieme la generazione di cui fate parte e se ai più fortunati, come alla Shigenobu e  a voi, è andata bene, e avete anche una figlia che è molto importante nella vostra vita e due nipoti che dicono cose molto singolari, ciò non toglie che non avete avuto la possibilità di fare la storia, ma solo storiette, come quelle che qui si raccontano” (8).

Secondo Perniola, dunque, a lui e ad alcuni della sua generazione (cresciuti subito dopo la seconda guerra mondiale), “quando le circostanze sono state favorevoli”, “è andata bene” perché, se non altro, hanno fatto delle carriere e avuto un lavoro; lui, per esempio, è diventato professore universitario, ma, come già spiegava in Dopo Heidegger – Filosofia e organizzazione della cultura (1982), attualmente:

“Le istituzioni culturali tradizionali diventano forme vuote suscettibili di essere riempite di qualsiasi contenuto. L’organizzatore culturale è costretto ad assimilarsi e confondersi con faccendieri e mestatori d’affari, il suo potere diventa paragonabile a quello di un boss mafioso” (9).

Pertanto: nessuna possibilità di azione, né da parte dei singoli, né, tanto meno, da parte dei popoli: 

infatti, ancora più enorme della sproporzione tra la notorietà mondiale di un singolo e il suo non poter influire sulla realtà, è la sproporzione tra la dirompenza di alcuni fatti collettivi, “storici”, e la loro effettiva irrilevanza.

Perniola esamina i quattro fatti, successivi alla seconda guerra mondiale, più clamorosi e apparentemente determinanti: il Maggio francese del ’68, la Rivoluzione iraniana del febbraio 1979, la caduta del muro di Berlino nel novembre 1989 e l’attentato alle Torri gemelle di New York nel settembre 2001, dei quali, smascherandone l’ inefficacia storica, dice:  

“Se si guarda alla verità effettuale della cosa, i quattro fatti sono meno importanti di quanto sembra a prima vista. Nel 1968, dopo lo sciopero selvaggio, tutti sono tornati a lavorare. La Rivoluzione iraniana non si è propagata a tutto l’Islam ed è rimasta confinata in un solo paese. La condizione socioeconomica dei tedeschi dell’est è ancora molto inferiore rispetto a quella dei tedeschi dell’ovest. I danni arrecati dall’attacco alle Torri gemelle sono stati, da un punto di vista militare, insignificanti” (10).

 “In altre parole […]: il grande racconto [cioè, la Storia] termina con la scoperta dei campi di sterminio nazisti e con le bombe atomiche di Hiroshima e di Nagasaki” (11). Dopo il 1945 e fino a ora, il posto dell’azione, individuale e collettiva, è stato preso dalla comunicazione, che, da una parte, nasconde e falsifica la realtà, dall’altra sprofonda nella futilità e spettacolarità anche la verità effettuale delle cose più atroci:

“Il miracolismo mediatico […] nasconde una situazione storica che si è fermata alla fine della seconda guerra mondiale. Sono tuttora i vincitori della seconda guerra mondiale a tenere saldamente in pugno i destini del mondo attraverso i seggi con diritto di veto che occupano all’Onu e una fitta trama di rapporti finanziari, economici e militari poco trasparenti” (12).

Resta tuttavia da vedere fino a quando questa “specie di «cupola» politica, militare e finanziaria, formata dai vincitori della seconda guerra mondiale e dalle organizzazioni mondiali che da questa emanano” (13), reggerà:

“Fino a quando riuscirà a far credere che la comunicazione è azione? Fino a quando le guerre, gli eccidi, i genocidi degli ultimi quarant’anni sembreranno azioni storiche non differenti da quelli «veri» su cui la «cupola» si è costituita?” (14).

NOTE

1) M. Perniola, Del terrorismo come una delle belle arti – Storiette, Mimesis, Milano 2016, p. 151.

2) M. Perniola, L’estetica italiana contemporanea, Bompiani, Firenze 2017, p. 198.

3) ivi, p. 89.

4) ibidem 

5) M. Perniola, Del terrorismo come una delle belle arti – Storiette, cit., p. 198.

6) ivi, p. 140.

7) M. Perniola, Miracoli e traumi della comunicazione, Einaudi, Torino 2009, p. 12.

8) M. Perniola, Del terrorismo come una delle belle arti – Storiette. cit., p. 38.

9) M. Perniola, Dopo Heidegger ? Filosofia e organizzazione della cultura, Feltrinelli, Milano 1982, p. 15.

10) M. Perniola, Miracoli e traumi della comunicazione, cit., p. 6.

11) ivi, p. 27.

12) ivi, p. 10.

13) ivi, p. 18.

14) ivi, p. 19.

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3 pensieri su “Giselda Pontesilli, “Appunti su Mario Perniola”

  1. M.

    Sintesi incisiva e attuale, proprio ieri all’ONU -nonostante il ricorso senza precedenti all’articolo 99 per richiamare l’attenzione e invocare la pace- abbiamo visto gli effetti della “cupola politica, militare e finanziaria, formata dai vincitori della seconda guerra mondiale”.

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  2. Ottavia Mangiagalli

    Sul “venir meno della Storia”, in particolare sul progressivo affievolirsi della possibilità dell’agire storico, un empirico riscontro può venire dal paragonare la rilevanza culturale e sociale degli “intellettuali” e dei “filosofi” fino a Croce (per restare allo scenario italiano) a quella degli intellettuali successivi (compresi Bobbio, Vattimo o Severino, per fare degli esempi).
    Croce aveva ancora un compito e un ruolo ben riconosciuto e visibile, e perfino negli anni in cui il regime fascista espresse il maggior impegno per isolarlo riuscì a incidere sulla cultura e sulla società italiane con efficacia imparagonabile agli altri che vennero dopo.
    Paragoni analoghi, riferiti agli altri Paesi occidentali (Stati Uniti compresi), porterebbero probabilmente a conclusioni simili.
    Resta da chiedersi cosa possa fare in questa cornice di solitudine e impotenza uno che si definisce “ronin”, guerriero più che sacerdote. Ritirarsi nella privatezza degli studi? Quando infuria la tempesta, dice Platone nella Repubblica, non è certo disdicevole ripararsi “dietro un muretto” con qualche compagno, per sopportare e mantenersi al riparo dall’ingiustizia e dalla follia collettiva: comprensibile, ma “non molto davvero”, aggiunge Platone.

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  3. M.

    Sintesi incisiva e attuale, proprio due giorni fa all’ONU -nonostante il ricorso eccezionale all’articolo 99 per richiamare l’attenzione e invocare la pace- abbiamo visto gli effetti della “cupola politica, militare e finanziaria, formata dai vincitori della seconda guerra mondiale”.

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