
Foto di Alessandro Ripamonti
Su Questo immenso non sapere di Chandra Candiani
di Giorgio Morale
Questo immenso non sapere. Conversazioni con alberi, animali e il cuore umano, il nuovo libro di Chandra Candiani, pubblicato nella collana einaudiana di saggi brevi “Vele”, è una sorta di manuale per “svegliare la vita perché ci dia una mano”.
Letti a distanza di secoli, i manuali hanno una funzione documentaria, ci fanno conoscere i comportamenti delle società in cui sono stati prodotti. Dubito però che in questo libro, letto fra qualche secolo, i futuri lettori potranno trovare una rappresentazione veritiera dei comportamenti umani prevalenti del 2021.
Questi, ad esempio, sono alcuni dei precetti di questo manuale: “Una persona molto ferita dagli altri esseri umani ha bisogno di altri regni”, “Mai sottovalutare l’amore di alberi e animali”, “Il cuore è una dimora. Non ha muri, è sconfinato”, “Il cuore è di tutti, non c’è solo il cuore mio o tuo o suo”, “Imparare la lingua del cuore rende saldi e unici”, “segui la cartina muta delle ferite e trovi il luogo spoglio che chiamano cuore”, “Bisogna salvare le ferite… La risposta alla ferita siamo noi”, “La fedeltà all’infanzia è il rifiuto e la lotta per non perdere l’incantesimo”, “Noi siamo fatti di tutti gli altri”, “Ascoltare le parole del cuore è pericoloso. Si diventa guerrieri. Disarmati”.
Viviamo l’epoca della devastazione incontrollata del pianeta Terra e della distruzione di piante e animali, delle grandi guerre di religione e delle piccole guerre degli uni contro gli altri per differenze insignificanti, del trionfo del senso di onnipotenza dell’uomo e del baratto del futuro con spiccioli di guadagno in affari sporchi. Questo immenso non sapere invece parla della meraviglia del mondo e della consapevolezza di se stessi. Della necessità che la consapevolezza accolga persino “qualcosa di brutale” che risiede in noi e gli irrisolti “nodi del cuore”, per contemplarli, bruciarli e dissolverli. Dell’apertura del cuore e di rapporti con gli altri basati sul bene amorevole, la compassione, la gioia partecipe e l’equanimità.
Ma succede così con i poeti. Anche nel Rinascimento italiano troviamo un verso come questo di Tasso, che è in controtendenza rispetto all’imperativo della cortigianeria vigente nel suo tempo: “vidi e conobbi pur l’inique corti”. Il Cortegiano, pur con i tesori di bellezza e saggezza che contiene, dà la preminenza allo splendore della vita della corte, l’ama e vuole farcela amare; Tasso al contrario presta ascolto a ciò che di più intimo alberga nel cuore dell’uomo, l’accoglie e gli dà voce: in primis al rifiuto dell’ingiustizia che si cela dietro uno splendore solo apparente.
Lo strano manuale che è Questo immenso non sapere è allora soprattutto uno scrigno che contiene la vita intima di Chandra Candiani e di molte persone di questo tempo e di ogni tempo, uno scrigno dove è custodito ciò che rende unico l’“Universo noi”. È questa la funzione della poesia, dare voce alla “verità che giace al fondo” e non trova spazio negli umani commerci. Risulta quindi amorevole e implacabile, sovversiva. C’è una comunità di lettori che chiede questo alla poesia, e da alcuni anni in Italia si è verificato un incontro, unico e straordinario per i tempi, fra l’intenzione di scrittura di Chandra Candiani e l’attesa dei lettori, di cui sarebbe ora di prendere atto per capire cos’è la poesia, quando la poesia muore e quando invece vive.
Il non sapere del titolo non è una dichiarazione di nichilismo o una rinuncia a prendere posizione, non è un programma negativo per l’impossibilità di sostenere un’identità e un’etica pubblica come nel montaliano “Codesto solo oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. È viceversa l’invito a respingere le ideologie che spiegano tutto “per salvare la faccia ai violenti, per coprire il male, per zuccherarlo, e vivere nella menzogna”. È l’invito alla pratica della meraviglia: “Guardarsi attorno e lasciar andare il concetto di albero, strada, casa, mare e guardare con sguardo che ignora il risaputo e vede ora”. Questa “è una pratica che cura anche il cuore più ferito della terra”.
“Svegliare la vita” è il programma più semplice difficile del mondo, lo formula un brano del libro ed è lo stesso che Chandra Candiani affida alla poesia e dichiara fin dal titolo del precedente libro di poesie Fatti vivo (Einaudi 2017), dove la poeta raccoglie “istruzioni per tornare vivi”, fiduciosa com’è che le parole “ricaricano il mondo”.
Parlo di poesia nel parlare di questo libro scritto in prosa perché in libri come questo la distinzione fra prosa e poesia perde senso. Le parole in Questo immenso non sapere hanno il passo della poesia: un ritmo appassionato che spinge alla danza, che esalta la presenza, innanzitutto la presenza a se stessi, la compresenza, l’interazione con l’altro, sia esso chi accompagna nella danza sia il tu che sta in ogni io. E ci sono brani che rimangono impressi come versi, uno fra tanti, il consiglio della saggia quercia alla voce parlante: “Non essere meravigliosa”.
“Geografi della sofferenza, impariamo l’arte della conoscenza, della gioia”. La voce parlante dice “impariamo”, è una maestra non imperativa o severa ed è anche il soggetto del discorso e il protagonista dell’avventura. Dice “impariamo” perché ogni insegnamento non è calato dall’alto ma è il frutto del vissuto della voce parlante, che vive e impara e dice cosa e come impara, risponde alla vita e dice qui e ora, mentre vive, le sue scoperte, facendoci assistere al sorgere e al crescere del suo pensiero. Da qui il tono alto e drammatico di ogni pagina, di ogni esperienza.
Chandra Candiani definisce questo libro “disordinato” ma con “un suo ordine interno e misterioso”. Si può leggere come una meditazione all’aria aperta o uno zibaldone. Come un breviario, come l’ha definito Alessandra Pigliaru in un articolo su il manifesto, o anche come il diario di un anno trascorso in una casa alla periferia di un paesino in Piemonte, alla frontiera fra il mondo degli umani e il mondo vegetale e animale della campagna e dei boschi. È il luogo in cui Chandra Candiani è stata sorpresa, mentre vi si trovava in convalescenza, dallo scoppio della pandemia di Covid-19 e dal divieto di spostamento fra regioni, e dove in seguito ha scelto di restare. E come nel Decameron questo luogo lontano dal contagio diventa il simbolo di una resistenza dell’umanità alla crisi di un mondo, al “crollo economico, la politica miserabile, la confusione, l’assenza di sogni sul futuro”, la fame, la guerra, la violenza, l’indifferenza, mentre “il pianeta si riscalda e il clima si scombina”. Perché “Il Coronavirus siamo noi, indifferenti alla distruzione del pianeta”.

Ottimo Giorgio. Anch’io ho letto il libro e l’ho apprezzato tantissimo.
Anzi ne uso alcune indicazioni per i corsi di CROMOGRAFA.
Grazie due volte per avermi fatto conoscere Chandra sin dai tempi della Tribu’… jac
Grazie, Claudio! Sono contento di ritrovarti qui e di leggere quello che dici. Mi pare un buon uso quello che fai di “Questo immenso non sapere”, anche a me questo pare anche un libro di poetica, fra le altre cose. Un abbraccio, e a spero presto rivederci!
Mi piacerebbe leggere il libro…non la conosco ma sono attratto da quello che ho letto..fatemi sapere come reperirlo.. grazie.. Paolo
Ringrazio Paolo Zerbini dell’attenzione. Penso che il libro si possa trovare agevolmente in tutte le librerie, oltre che naturalmente in tutte le librerie on line, anche perché leggo che da settimane è tra i saggi più venduti. Buona lettura!
Per chi abita a Milano e dintorni, informo che martedì 12 ottobre alle 20,30 al cinema Anteo, sala Excelsior, a Milano ci sarà la presentazione di “Questo immenso non sapere” con Chandra Candiani in dialogo con Elisabetta Bucciarelli. La prenotazione è obbligatoria al link https://anteo.spaziocinema.18tickets.it