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Corpo di fondo, di Lucianna Argentino

di Prisco De Vivo

Corpo di fondo di Lucianna Argentino

Poesia della trascendenza dei giorni azzurri che rimangono da vivere

Chi conosce già la poesia di Lucianna Argentino sa bene che il suo registro poetico si articola su “un desiderio di trascendenza”, una trascendenza dettata sull’esperienza umana, talvolta più profonda di un desiderio sradicato dalla passione; si può parlare di autobiografismo di una realtà spirituale che investe non solo tutti i sensi, ma che adotta con benevolenza una forma delicata e lirica che si modella sulla scrittura stessa, come una “conca” irta sull’acqua salata del mare, che dopo lunghi anni ritorna a riva e si lascia modellare ancora dall’acqua. Continua a leggere

La poesia prima della fine del (o di un) mondo, a cura di Rita Pacilio. Prisco De Vivo

L’amore come calamita: energia sulla terra, che dona luce alla materia e guarisce da tutti i mali. 

L’imperitura forza dell’amore rompe tutte le catene. Oltrepassa tutti muri.
Questo iridescente e infinito flusso è la medicina al male.
La preghiera e l’amore quando si uniscono diventano una grande calamita, un potente vettore che generando un campo magnetico rilascerà l’energia del bene. Dappertutto.
Cosi questa energia del bene si unisce a se stessa per diventare forza incommensurabile a disposizione degli uomini di Dio. E forse il nostro compito sulla terra è quello di unificare l’amore, intrecciare tutti i suoi fili, tutte le radici che vi si presentano quasi anonimi davanti a noi con una nuova volontà .
Costruire tutti insieme come con la torre di Babele, oggi invece c’è bisogno di farlo con la forma dell’amore, una nuova torre che dal cuore e all’anima ascende a Dio. Solo dando amore possiamo curare ed essere curati. Tutto ciò inevitabilmente porta alla salvezza del mondo.
Ritrovarsi a benedire ed essere benedetti  in  un vortice che ci conduce  con naturalezza alla vita eterna. Continua a leggere

Scrivere di notte su un quaderno dalla copertina nera? Note in margine a un recente volume di Prisco De Vivo e Raffaele Piazza

di Pasquale Giustiniani

    1. La citazione kafkiana – posta in esergo alle opere d’arte di Prisco De Vivo (artista figurativo e geniale poeta e designer) e ai versi di Raffale Piazza (noto poeta e giornalista) -, ci ricorda una certa predilezione dello scrittore praghese Franz Kafka (Praga 1883 – Kierling, Vienna, 1924) per la notte e per il buio. Anzi per il nero, che potenzialmente potrebbe trasformarsi in bianco. Non ancora, in prima battuta, il nero degli imminenti nazismi e dei fascismi e il buio dei campi di concentramento e di sterminio, dove ammassare ebrei, bambini, folli, zingari e diversi, per tipizzarli e studiarli mediante una medicina e una scienza che si stanno oscuramente piegando al Manifesto della razza. Il nero kafkiano – che Prisco De Vivo oggi trova e riprende – è, piuttosto, quello delle copertine degli antichi quaderni per la scuola elementare, con il loro colore scuro e le loro pagine a quadretti, che aspettavano tratti di matita e macchie di pastelli. Matite e tratti che, ora, trasformano le pagine bianche con macchie scure. Metamorfosi del bianco in scuro e delle sfumature di scuro verso il bianco, trasformazioni della materia e degli sguardi. Del resto, nella ruota delle metamorfosi, di ogni metamorfosi, “siede l’uomo nella parte eminente, giace una bestia al fondo, un mezzo uomo e mezzo bestia descende dalla sinistra, ed un mezzo bestia e mezzo uomo ascende de la destra”, come negli sguardi onirici di fra’ Giordano Bruno Nolano. E la mente, di fronte a questo libro regalatoci da De Vivo e da Piazza, non può che andare da Omero a Rowling, passando per il nord-africano Apuleio (II secolo d.C.), fino a Dante, Bruno, Pasolini e, soprattutto, come ora accade in questo volume, che rileggiamo, per Kafka. 

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Quella rigenerante scalata verso l’amore e l’umiltà per adorare e contemplare Gesù Cristo. 

di Prisco De Vivo

In diverse occasioni ho pensato alla “conversione” come ad una vera e propria montagna da scalare e così mi è venuto anche di pensare che all’apice di questa montagna ripida ci aspetta con pazienza infinita Nostro Signore Gesù Cristo. 

A condurci fin su la vetta è la Vergine Maria, che ci accompagna con amore e grazia, e un’inesauribile schiera di serafini. Ella rimane sempre al nostro fianco nella fatica e nello sconforto.  Continua a leggere

Sui poeti caduti, di Prisco De Vivo


 

Fin dall’adolescenza, mi appassionai ai poeti e agli scrittori caduti in Disgrazia di Dio, che mi erano vicini come fantasmi di anime in pena. Li ho tradotti in immagini e rappresentati con un’inspiegabile trasporto. Ma ho anche scritto e tanto scritto di poesia.
Negli anni ho cercato, anche, di spiegarmi la mia particolare vicinanza ad alcune sensibilità atee ed eretiche, a queste figure oscure e maledette del pensiero e dell’arte.
Questa mia volontà forse nasceva da un desiderio di redenzione, era come vano tentativo di salvare questi personalità dalla caduta e dal quel precipizio che costava loro l’eternità felice. Così cercavo di bloccare quei figli perduti della memoria per riportarli a Dio.

Prisco De Vivo, 3 Sentieri sul lago
(Omaggio ad Ingeborg Bachmann) 2008

La parola ai poeti. Prisco De Vivo

[foto di Irene Petrella]

Dare la parola ai poeti

Poeti animali parlanti
sciagurano in bellezza versi
profumati – nessuno li legge,
nessuno li ascolta. Gridano
nel deserto la loro legge di gravità.
Dario Bellezza

«Dare la parola ai poeti è come darla ai vagabondi, ai santi, ai profeti, ai pazzi, ai fragili, ai dissidenti, ai santi». Me lo disse un anziano poeta del Nord Italia, di cui adesso non ricordo più il nome, tempo fa, in una stazione ferroviaria desolata, fuori una nebbia fitta. 
Più recentemente, mi è capitato di scrivere un testo, Dello scrivere di me stesso e dei poeti:

I poeti feriscono e sono feriti, quindi sono in pericolo. Essi sono chiamati
alla salvezza solo quando fanno poesia. La poesia in fondo non esiste,
esistono solo i poeti: quindi salviamo i poeti. Ma da chi e da che cosa?

Ancora non so da chi… o da che cosa. Ma a ragione, William Blake diceva che «eterno corpo dell’uomo è l’immaginazione», e poeta è chi si eterna attraverso la propria immaginazione. Anche a me, sin da bambino, compagna e sorella, di cui ne ho amorosamente coltivato la radice. Perché radice delle cose è l’immaginazione. Continua a leggere

Prisco De Vivo, Qualche riflessione sulla Mater Dolorosa

Mater Dolorosa oppure Vergine Addolorata, così viene definita la Madonna dei sette dolori e delle sette spade.

Quale madre alla morte del proprio figlio non si è identificata nel pianto e nel dolore della Vergine Madre?

«Simeone li benedisse e parlò a Maria sua madre, egli è qui per la rovina e la resurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori ed anche a te una spada ti trafiggerà l’anima» (Lc 2, 34). Continua a leggere

Quella rinascita che alberga nella volontà di rinnovarsi, di Prisco De Vivo

Da diversi anni la mia più grande aspirazione è quella di rinnovarmi. Una rinascita lenta che cerca di guardare il mondo e la vita con occhi diversi, con occhi di luce. 

Questo rinnovo lo anelo anche nell’amare ciò che viene tenuto nascosto, abbracciando per esempio lo “scandalo della povertà”, “l’emarginazione (…) dei reietti e degli abietti”.

Lo sforzo più grande che ciascuno di noi dovrebbe fare rimane sicuramente quello di abbandonare il superfluo. 

Quando indico il superfluo non mi riferisco solo a quello materiale, ma intendo quello che maggiormente attanaglia la mente, i preconcetti e i pregiudizi che intorbidiscono qualsiasi visione del mondo.

Ma, dopotutto, va anche abbandonato il proprio vecchio corpo e bisogna prepararsi ad accoglierne uno nuovo. 

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Prisco De Vivo, L’inutilità dello specchio

Riflessioni su un percorso spirituale e misericordioso nel tempo della pandemia

Nel nostro tempo difficilmente aumenterà la nostra capacità di elevazione al sublime. Nella maggior parte di noi c’è una continua interazione all’ovvio, alle dinamiche più sconcertanti della banalità (modello imprescindibile del nostro tempo); così, drammaticamente, ognuno di noi all’ombra delle proprie pene è consapevole di questa triste realtà.

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Bartolomeo Theo Di Giovanni su “Il lume della follia” di Prisco De Vivo

Il Lume della follia: versi come colpi di martello su un rovente vissuto

Cosa sia la follia per De Vivo?  L’autore introduce l’argomento trattato con i versi “fammi abbracciare dalla tua santa follia”, prolegomeno che descrive l’atto di un momento da cui si viene salvati e che diverrà celebrazione eu-caristica.

Ogni verso di Prisco De Vivo è un colpo di martello sul rovente vissuto dell’artista-poeta, dove l’incudine-carne nel suo essere memoria di sofferenza lascia traccia della forgiatura del martello-carnefice. La presenza di vocaboli fortemente espressivi, quali sputo, piscio, cisti, verruche, ulcerata, che potrebbe deturpare la finzione pudica del mondo, è in realtà lo scalino primo della scala della trascendenza verso il divino. Sono squarci del quotidiano e prosaico vivere, e qualcuno potrebbe chiedersi a riguardo cosa ci sia di metapsichico in quest’operazione di scrittura., All’ipotetico quesito possiamo rispondere che la natura dell’essere umano nasce da un’emissione materica, ed è appunto lì che si imprime l’anima di ciò che nel suo divenire è compimento di un’escatologia materico-trascendente.

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Prisco De Vivo

Teresa

A S. Teresa d’Avila

“Teresa,

il tuo sguardo

è una lunga piega

che scompagina

il manto dell’esistenza”.

Silenzioso,

con talloni squamati,

resterò

nell’auto della genesi;

accoccolato

a lunghe sensazioni inanimate.

Il mio parlare

affetta come lama,

il tuo pensare, 

tutto si avvicenda

a quello che l’occhio sorpassa veloce.

“Divenire o viaggiare” ?

L’autostrada

a noi

rimane infinita ed eterna.

[12 Febbraio 2004]

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