di Prisco De Vivo
Corpo di fondo di Lucianna Argentino
Poesia della trascendenza dei giorni azzurri che rimangono da vivere
Chi conosce già la poesia di Lucianna Argentino sa bene che il suo registro poetico si articola su “un desiderio di trascendenza”, una trascendenza dettata sull’esperienza umana, talvolta più profonda di un desiderio sradicato dalla passione; si può parlare di autobiografismo di una realtà spirituale che investe non solo tutti i sensi, ma che adotta con benevolenza una forma delicata e lirica che si modella sulla scrittura stessa, come una “conca” irta sull’acqua salata del mare, che dopo lunghi anni ritorna a riva e si lascia modellare ancora dall’acqua.
Non ho letto tanti libri della poetessa Argentino, me ne sono bastati un paio negli anni scorsi per capire che in lei c’è un respiro misurato che esplora la sua sopravvivenza attraverso la quotidianità che si fa memoria.
Quando mi arrivò l’ultimo libro di poesia di Lucianna dal titolo: “Corpo di fondo” (PeQuod Edizioni, 2024) osservai attentamente la copertina prima di infondere il contenuto delle pagine, rimasi del tutto ammaliato da quel colore blu ciano di derivazione cobalto, fui davvero rapito da quel libretto rettangolare a me tanto familiare; quanti fondi fuoriescono di quel colore dalle mie ultime opere pittoriche, sono davvero innumerevoli e quanta poesia inscindibilmente evoca questo colore; una struggente poesia di Anna Achmatova recitava: “Si è offuscato nel cielo blu! E più udibile il canto dell’ocarina” e della poesia stessa diceva pure: “È il nostro sacro mestiere che esiste da millenni”. Ma il legame che mi scompone in modo trepidante e mi immette nell’immediato a “Corpo di fondo” è sicuramente il cielo e il mare che si uniscono, che si mescolano, come il colore della vita che si mescola e si anima e si confonde alla terra stessa. E poi chissà in fondo se il colore della vita non potrebbe essere proprio il blu. Come amava ripetere il pittore Ives Klein: “All’inizio non c’è nulla, poi c’è un profondo nulla, e dopo questo c’è una profondità blu”.
In esergo, in apertura di questo volumetto c’è una citazione del (salmo 90): “Insegnaci a contare i nostri giorni per ottenere un cuore saggio”. Ed io domando ai sensibili: Quanti giorni azzurri ci rimangono da vivere? I giorni gaudi che danno un forte risveglio al nostro essere che ci sfibra all’esistente? La vita fluisce in un fiume inarrestabile a questo ci prepara la poesia di Lucianna Argentino. Un fiume generato sempre dalla stessa fonte, quella del Salvatore; quello che poi ci insegna che dovremmo avere sempre quell’accortezza di rammendare come dei solerti riparatori: “Quando si lacera il tempo lo rammenda col tessuto connettivo del silenzio cui segue il furore della penna”.
Parlando pur sempre d’amore superando la carne e lo spirito come fa un poeta che scrive ad occhi chiusi. “La vita poi (ovvero del passaggio dal passato al presente irrregolare”. che è il titolo della seconda parte di “Corpo di fondo” dove l’autobiografia, pur non estinguendosi, cede il passo alla vita nei suoi molteplici e irregolari volti.
Come irregolare rimane la costruzione anche sofistica del dolore che nessuno di noi può nascondere dall’infanzia alla senilità e si fa motivo perpetuo d’amore strigliato, portato a lucido dalla nostra coscienza. “Ancora la sente la pressione delle mani di suo padre sulle sue piccole spalle, mentre in un orecchio le sussurra dai un bacetto a nonno che nonna è morta e poi il gelo dentro e il pianto – da un fondo che non sapeva – la battezzò al dolore”.
Sulla carta graffia all’orecchio del lettore, ancora un lirico autobiografico che continua a scorrere nel suo defluire in versi, sempre silenzioso, ripiani di pensieri vissuti, e poi mutati in prosa, un dettato lirico pregno di verità pronto a sfibrarsi e a sfaldarsi all’immaginazione del lettore. Una poesia che sicuramente cerca di catturare il senso e la bellezza del reperto. Dato che la poetessa come una vera stratega il frammento lo nasconde, lo occulta in quanto elevazione terrena, ma che il potere della poesia riesce a secretare e a catturare quello che sarà per sempre disvelato. Le sue poesie crittograficamente vanno lette con la consapevolezza del suo vissuto che non lascia traccia, anzi le auto cancella come un display novecentesco. E per il suo stile desidero ancora parlare di reperti, quelli vistosi che affondano in una memoria genuinamente infantile del sacro. Quel sacro che ho imparato a conoscere proprio da quelle sue precedenti raccolte come: “L’ospite indocile” e in “Canto a te” dove imperava un’idea profonda dello scavo che riduce i propri sentimenti all’estasi. “Una pioggia senza nuvole scende nella conca delle sue mani, e ne disseta perché irrighi l’audace attesa di ciò che in lei, dall’ombra rinasce luce, quando dallo scrittoio l’aperto dei quella clausura si fa strada, radura”. Ecco che riaffiora in questi versi ultimi l’ascolto che si srotola in un lungo dettato dell’anima, dove i moti interiori e spirituali si intrecciano. Dove lo stesso poeta romano Dario Bellezza, ricordava nella prefazione a Biografia a margine (Fermenti Editrice, 1994), “una poesia sinuosa e dell’anima”, distaccata da speculazioni intellettualistiche riconoscendone quel tormento intimo che per la poesia di Luciannna Argentino diventa “vessillo”, timbro lucido e maturo che tuttora continua ad intercedere ed a emozionare.
Prisco De Vivo
La bambina guardava il padre che, con un righello e una matita, tracciava righe sui fogli bianchi del diario con la copertina di pannolenci rosso e un piccolo lucchetto dorato, così che la punta della penna vi si poggiasse e le sue parole non sbandassero, abbagliate, su quel bianco che, allora, le era terra straniera, ma proseguissero sicure il loro viaggio. Cominciava così ad imparare che la realtà si può riscrivere, che sul bianco della pagina poteva progettare se stessa e nuovi mondi. Offrire un rifugio al tempo.
Fu in un’alba eccitata sull’isola d’Elba, con le barche che ondeggiavano quiete nel piccolo porto e lei, da una grande finestra, guardava il sole seminare luce sulla lastra d’acciaio del mare, che di stupore sentì la poesia colarle giù dalla nuca, lungo le spalle e le braccia. La sentì fermarsi nei polsi e stare nel suo corpo come un mare nascosto che non si nega ai venti, alle correnti e delle dita fa suoi affluenti e del cuore un estuario a raccolta e dissipazione.
A sedici anni sognava l’Africa o Calcutta. Voleva mettere le mani nel dolore, dividere il raccolto dalla gramigna – qui dove il di più viene dal maligno. Da tempo ha nelle mani la poesia e con le parole separa il bene dal male, esplora l’ordine matematico dello spirito, ma a volte bene e male le si confondono negli occhi, tra le mani, allora le mani fanno a meno degli occhi così come fa la poesia.
Aveva creduto fosse facile vivere quando accordava i passi alla proprietà geometrica del tempo, ma il modello matematico fallì le previsioni e ci vollero i cani molecolari per seguire le tracce dell’amore – particella a massa nulla. Ora misura la frequenza del silenzio mentre si fa carne perché la parola sia credibile dentro ciò che nasce in spirito ma spirito non rimane. E’ questo che accade a noi esseri umani non sottraibili dalle variabili coniugate di corpo e di anima.
In ciò che del giorno si consuma cerca il senso di quanto indisciolto permane. Il corpo di fondo della memoria – materia dei ricordi. Limatura del corpo e del pensiero. L’attimo che non scorre, ma va nel profondo. Un punto spazialmente e temporalmente inesteso dove tutto accade nel farsi parola di quanto ci attraversa. La perpendicolare della bellezza.
Sta dalla parte di quelli che usano le parole per cercarsi nel buio che rosicchia la luce e ai quali accade, a volte, un di più di vita o una sottrazione perché essi vivono nello squilibrio – scomposti senza baricentro – obliqui equilibristi dell’invisibile. Senza consenso.

