Cosa sceglie un bravo drago?

di Antonio Sparzani

Quand’ero giovane giovane, dire che uno era “un drago” era sinonimo di uno “forte”, bravo molto, più o meno in tante cose, uno da ammirare e magari invidiare e cercar di imitare. Adesso mi sembra che si usino metafore diverse per la stessa cosa. Ma quello che voglio dire io è che, anche se uno è un drago, in quel senso, può trovarsi in situazioni non invidiabili e che certo almeno io mi guarderei bene dall’invidiare, perché mi troverei davanti a problemi così grossi da doverci pensare su tutta la notte e magari senza trovare una soluzione soddisfacente.
Facciamo il non casuale esempio di uno che debba mettersi a reggere le sorti di un paese di sessanta milioni di abitanti in preda da un anno a una maledetta pandemia

che non accenna ad andarsene, anzi si presenta con delle cosiddette ondate, peraltro assecondate dall’incoscienza di chi ogni tanto (estate scorsa) proclama un bel “liberi tutti” quando invece era proprio il momento di resistere finché il malanno non fosse completamente passato, sottolineo completamente, e non soltanto “quasi”, come appunto avvenne nel giugno 2020. Si veda quanto invece straordinariamente fatto, e con grande successo, da una premier, guarda caso donna, in Nuova Zelanda
Ma qui nasce il problema di cui vorrei un po’ parlare, perché mi pare “il” problema, non facile da nessun punto di vista. E il problema è quello della scelta tra salvare la vita di tante persone, molte migliaia, o decine di migliaia, da una parte, e salvare invece l’economia o addirittura la sopravvivenza economica di un intero paese. La prima cosa che uno direbbe sarebbe che salvare le vite è una priorità assoluta, e non si può che consentire, ma proviamo ad andare avanti nel ragionamento, cosa che faccio tremando, perché so di avventurarmi in un terreno infido e incerto, cui magari, anzi certamente, non ho pensato abbastanza.
Cosa c’è dentro il crollo dell’economia? Tante cose, che non sono sempre presenti né al cittadino medio, e neppure forse a chi deve decidere per tutti: la prima, ovviamente l’impoverimento di migliaia di persone il cui reddito dipende dalla possibilità di tenere aperta la loro attività e quindi un netto peggioramento delle condizioni di vita e dunque, per forza, un accorciamento di tale vita. La seconda, l’impatto psicologico spesso devastante che il diffondersi e il permanere per così lungo tempo del virus sta avendo su tutti, cittadini e cittadine, e sui giovani anche, vedi l’aumento dei suicidi tra questi. La terza, l’aumento degli assassinii casalinghi, tipicamente nei confronti delle donne e non, come si sarebbe un po’ maliziosamente congetturato, un aumento delle nascite, anzi, tutt’altro.
Credo si potrebbe proseguire, con la diminuzione ben marcata dei contatti sociali, amicali, che io ad esempio risento molto: telefonarsi non supplisce per nulla il vedersi, stringersi la mano, abbracciarsi, guardarsi negli occhi, sorridere e soprattutto vedere se uno ti sorride, cosa importantissima! La tanto protettiva mascherina ti impedisce di vedere disegnarsi sul viso dell’altro la reazione che le tue parole suscitano.
Per non dire poi delle cosiddette categorie deboli, i poveri, vecchi e nuovi, fino ai senza tetto, ovvero quelli che vivono in strada con una coperta e magari anche un cane che dà loro un po’ di compagnia e forse anche di calore, sempreché non venga loro strappato, come purtroppo accade, anche quel poco che hanno da personaggi che è difficile definire homo sapiens.
Io sono in grande difficoltà nel riassumere questa scelta in poche parole: non si tratta semplicemente di scegliere tra vita e soldi, no, è molto più complicato.
Cosa dovrebbe fare allora un bravo drago? Sembra che dovrebbe insistere soprattutto sull’impulso all’acquisto e alla distribuzione del “vaccino migliore”, senza manovre sotto traccia di preferenze e di accaparramenti, come naturalmente già avviene, ma tenendo conto soltanto di una qualche forma di giustizia internazionale (in Uganda una dose costa il triplo che nella UE, tanto per dire) e di abolizione dei brevetti, s’intende pagando al giusto la ricerca, diffondendola nei territori, sempre salvaguardando competenze e prestazioni d’eccellenza.
Un bravo drago dovrebbe capire tutto questo e probabilmente molto altro che al sottoscritto non viene neanche in mente. Ma ci si aspetta che un bravo drago si circondi di altri draghetti che abbiano il pregio raro di essere contemporaneamente competenti ed onesti. Stiamo a vedere.

5 pensieri su “Cosa sceglie un bravo drago?

  1. giuseppe schembri bonaci

    Caro Antonello, Grazie immensamente per questi pensieri. Oltre sono domandi che anche Dostoevski ha parlato molto, questo articolo mi ha improvissamente ricordato che dobbiamo relegere Marx, e anche urgentamente.

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  2. Andrea

    Obbligatori…che Volete che dica…Una sola cosa ,non oserei neanche definirla obbligatoria,che è una pessima parola…preferirei usare l aggettivo “implicito”…

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