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Intervista a Giuseppe Raudino su “Il fabbro di Ortigia”

di Marino Magliani

Nel tuo nuovo romanzo, Il fabbro di Ortigia (Bibliotheka Edizioni, 2024), la figura del fabbro sembra richiamare un artigiano capace di forgiare il mondo attorno a sé. Se è una metafora dell’autore stesso, quali sono le “materie prime” con cui hai plasmato questa storia? Come definiresti la figura del fabbro e quali “materiali” hai usato per costruirla?

Il fabbro è un “Faber” nel vero senso del termine, adattandosi al mondo con abilità e ingegno, piuttosto che costruendone uno nuovo. È un uomo astuto, capace di modellare la realtà per sopravvivere.

Ortigia è una delle protagoniste del romanzo. Che ruolo ha nella storia?

Ci tengo a precisare che Ortigia è il centro storico di Siracusa, non una città a sé. È uno spazio simbolico, presente soprattutto nei primi capitoli, che incarna la giovinezza del protagonista Currò. Questa ambientazione, con la sua storia e le sue strette vie affacciate sul mare, diventa un personaggio stesso, intriso di magia e malinconia.

Anche ne Il fabbro di Ortigia, come nei tuoi precedenti romanzi, il tema del viaggio è centrale. Come si intreccia con le altre tematiche del libro?

Il viaggio e la nostalgia sono temi portanti. Stavolta, però, emerge la guerra, una violenza necessaria per sopravvivere. Questo conflitto interiore si intreccia con il budo, la via marziale che Currò apprende, rappresentazione di una dialettica tra armonia e pericolo. Continua a leggere

Poesie di Giuseppe Raudino

 

 

 

 

Il vostro seme viene da lontano,
da una terra in cui gli aranci
profumano le notti azzurre
e sono afflato e tregua breve
dopo il torrido del giorno.
I vostri occhi, prima di fiorire,
videro cieli
tanto blu e abbacinanti
che lo sguardo a stento
riesce a sostenere,
e per mille volte
il turchese della riva
è sfumato innanzi a voi
fino all’orizzonte d’oltremare.
Le vostre bocche
ancor prima che nasceste
ebbero assaporato
la mandorla verde e nuova
e il fico dolce e bruno
senza toglierne la buccia.
L’isola da cui venite
può essere mangiata e bevuta
così
prendendo i doni benedetti
senza parsimonia,
ché il suo sortilegio è tale
da offrire frutti e abbondanza
là dove si ricambia
con astio e dannazione.

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