di Marino Magliani
Nel tuo nuovo romanzo, Il fabbro di Ortigia (Bibliotheka Edizioni, 2024), la figura del fabbro sembra richiamare un artigiano capace di forgiare il mondo attorno a sé. Se è una metafora dell’autore stesso, quali sono le “materie prime” con cui hai plasmato questa storia? Come definiresti la figura del fabbro e quali “materiali” hai usato per costruirla?
Il fabbro è un “Faber” nel vero senso del termine, adattandosi al mondo con abilità e ingegno, piuttosto che costruendone uno nuovo. È un uomo astuto, capace di modellare la realtà per sopravvivere.
Ortigia è una delle protagoniste del romanzo. Che ruolo ha nella storia?
Ci tengo a precisare che Ortigia è il centro storico di Siracusa, non una città a sé. È uno spazio simbolico, presente soprattutto nei primi capitoli, che incarna la giovinezza del protagonista Currò. Questa ambientazione, con la sua storia e le sue strette vie affacciate sul mare, diventa un personaggio stesso, intriso di magia e malinconia.
Anche ne Il fabbro di Ortigia, come nei tuoi precedenti romanzi, il tema del viaggio è centrale. Come si intreccia con le altre tematiche del libro?
Il viaggio e la nostalgia sono temi portanti. Stavolta, però, emerge la guerra, una violenza necessaria per sopravvivere. Questo conflitto interiore si intreccia con il budo, la via marziale che Currò apprende, rappresentazione di una dialettica tra armonia e pericolo.
Quanto ha influito la tua attività accademica sulla scrittura del romanzo?
Il mio lavoro universitario ha affinato la mia capacità di narrare, mantenendomi allenato nell’uso delle parole. Lo studio dei media mi ha insegnato a strutturare le storie con cura, approccio che applico anche nella scrittura narrativa.
Vivi nei Paesi Bassi, lontano dalla tua terra d’origine. Ortigia può rappresentare il legame con l’Italia?
Certamente. In questa condizione di scrittore in fuga, la distanza conferisce peso ai luoghi della mia infanzia, che riaffiorano nei sogni e trovano spazio nei miei scritti.
Come hai lavorato sulla voce narrativa e quale sperimentazione stilistica emerge nel romanzo?
La voce narrativa è quella di Currò, un uomo anziano che ripercorre le sue esperienze con la saggezza della memoria. Lo stile si adatta alla narrazione di un veterano che ricorda la guerra e la giovinezza, con un tono intimo e sincero, ma non eroico.
C’è un “ritmo” che guida la tua prosa in questo romanzo?
Il ritmo è essenziale: il romanzo è suddiviso in otto sezioni di otto capitoli, quasi musicali. Sono brevi, poiché preferisco un romanzo snello, con passaggi lirici come quello in cui Currò sospira di nostalgia mentre sfiora la costa siciliana.
Il fabbro di Ortigia sembra evocare una manualità che si oppone alla tecnologia moderna. È un richiamo alla concretezza?
La manualità è certamente una cifra importante della concretezza che però non esclude la tecnologia: Currò ammira i progressi del suo tempo, dal radar alle radio, simbolo di un’epoca in cui l’ingegno umano e tecnologico si incontrano.
Cosa rappresentano le relazioni umane per Currò?
Currò ha rapporti complessi con la famiglia, gli amici e alcune figure femminili importantissime, che lo accompagnano dall’infanzia alla maturità, insegnandogli qualcosa e amandolo, ciascuna a modo proprio e unico. Da un lato c’è la famiglia, con un padre severo e una madre preoccupata, e dall’altro compagni come Saverio e Shirai, che gli insegna il karate, una disciplina che simboleggia la “mano vuota” e libera.
C’è un messaggio principale che desideri trasmettere ai lettori?
Il romanzo celebra la scaltrezza e la sopravvivenza. È un’esortazione a sviluppare astuzia e prudenza per affrontare le difficoltà.
Visto che la Sicilia è una terra del mito, la figura del fabbro potrebbe forse evocare Efesto, abile artigiano radicato nelle viscere dell’Etna?
Ci sono tratti di Efesto, quali il temperamento burbero e solitario, che lo accomunano al mio protagonista, ma a mio avviso Currò ricorda più Ulisse: è astuto, va in guerra malvolentieri, sfugge ai pericoli e sente un costante desiderio di tornare alla sua “Itaca”, Ortigia.
Cosa significa per te l’eredità della letteratura siciliana?
Il grande mistero della letteratura siciliana è questo: ogni scrittore racconta una Sicilia diversa eppure sempre autentica! Non esiste una Sicilia, esistono numerose Sicilie, tutte vere e tutte in contraddizione tra loro. Autori come Sciascia, Bufalino, Camilleri e Quasimodo hanno offerto visioni uniche della Sicilia. Tuttavia, l’influenza maggiore per Il fabbro di Ortigia è stata Vittorini, in particolare Il garofano rosso, ambientato a Siracusa nel periodo fascista, in cui affiorano temi simili.
Volendo concludere, quale esperienza speri di offrire ai lettori?
Spero che i lettori apprezzino Currò, anche nei suoi limiti, e Ortigia. Vorrei che vedessero Ortigia non come una “vetrina” turistica, ma come un luogo che un tempo vibrava di vita autentica.

