Recensione di Marino Magliani
Bruno Morchio, Voci nel silenzio, Garzanti, 2020
Strani tempi, e allora si fa atipico anche il lavoro, nel caso, il lavoro di Bacci Pagano, il leggendario detective che ci appassiona da anni e ci porta in giro per Genova (anche in Sardegna una volta) sul sellino della sua Vespa, per i carruggi incastrati tra i palazzi, d’estate, davanti alle spiagge incantevoli, nelle ville a mezza costa, o nel grigiore piovoso delle vallate del Polcevera, dove sono rimasti i relitti di fabbriche dismesse e di ponti. Stavolta niente di tutto questo, Bacci come i milioni di italiani deve restare a casa, riceve una telefonata (sarà collegata a una lettera che lo porterà a morsi nel passato) e decide, anzi, in qualche modo ci si sente costretto, a lavorare comunque, a indagare da casa. Eppure, anche tra le mura, sebbene manchi il regattare della vespa tra i carruggi, e manchino i colori del mondo, la tensione resta altissima, l’indagine ci cattura. Forse perché alimentata da quella fonte che è l’ossessione baccipaganiana che è lo scasso delle matrioske che contengono il passato del giovane uomo prima che diventasse detective, prima che pagasse con la galera una colpa che è solo dettata dall’innocente ingenuità. La nuova indagine sta in un libro dalla copertina cupa al cui centro c’è una missiva, sono Voci nel silenzio (naturalmente 2020, Garzanti).
Eppure si diceva. L’incipit è lo stesso pieno di colori, di un cielo sfavillante (sembra il cielo di Lisbona che vede Pereira, malinconico non per quel cielo, la prima mattina del romanzo, ma perché pensava alla morte), come se, sì a quel dover star chiuso ci fosse costretto, ma fuori, là fuori il cielo invita, sì ha ricevuto una telefonata strana, che riporta nelle ombre di un secolo passato e ancora doloroso, e allora ce n’è basta per sentire anche lui, un Bacci Pagano che potrebbe aver vissuto sempre a Lisbona, il suo fado.
La prima considerazione, ma non lo faccio ora, è da un po’ che lo penso, anche perché sono amico dell’autore, e lo sento e sento cosa mi dice la gente che sa che sono amico di Bruno Morchio, è sulla presa che ha Bacci Pagano dalle mie parti, nel Ponente ligure. Probabilmente succede anche altrove e Bacci lo conoscono da tempo e di certo lo amano un po’ dappertutto in Italia, a parte Genova dove Bacci è addirittura un oggetto di culto e credo, leggo, resta settimane nelle classifiche dei libri più venduti. Ma per tornare alla presa nel Ponente ligure: una sera a cena sui colli di Poggi, un signore mi si rivolse con un linguaggio che assomigliava fin troppo spudoratamente a quello di certi dialoghi Baccipaganiani. Glielo feci notare. Mi confessò: “In effetti, sì, non me ne accorgo, ma è diventato un canone, e mi piace sia così…”. Lo disse esagerando, certo, ma neanche troppo. Io credo davvero che la serialità significhi anche questo, contribuire alla creazione in qualche modo di un canone. E Bacci? Mi chiedo: ci gioca con questo? No, non è qualcosa che è dipeso da lui. Al contrario, anche Bacci ha assorbito… Macerarsi, guardare la vita e il passato, il futuro, o per lo meno un presente futuribile, attraverso una serie di ossessioni come dei tasselli, degli specchietti che riflettono la stessa luce, ma che non necessariamente sono gli stessi, o tentano di esserlo attraverso sporgenze diverse, concavità e convessità diverse. Bacci è piuttosto questo, è quel guardarsi attorno e assorbire. Alla fine diventi il punto di vista del lettore (il signore elegante incontrato ai Poggi davanti al mare di Port Maurice che usava nel dialogo la parola congettura), è stato Bacci a determinarne la forma? Il concavo e il convesso creato dall’esercizio dell’occhio. Il concavo e il convesso creato dalla ginnastica del carruggio? E poi restano le ossessioni, l’altra considerazione, le ossessioni di Bacci Pagano, e queste sono ben chiare. Un passato in carcere da innocente (non può non tornare a galla ciclicamente) che si sente quando una superficie viene a contatto con la vecchia cicatrice: una telefonata ricevuta durante il momento attuale che si può dire periodo di sequestro. Il tempo dei sequestri privati e quello del sequestro pubblico. Ma le pagine scavano sempre in rovine che non si fermano a un accumulo di conseguenze del passato e di cause del presente, no, non è solo un Bacci che ci guazza volentieri, non è solo un respiro di vecchie cattività, stavolta, più che altrove, nel magma baccipaganiano, durante questi tempi di prigionia, ci sono anche più contenuti politici? Ci sono risvolti. Ci sono dire delle cose tra i denti. E allora l’indagine fa il suo corso ma il lettore segue anche altri binari, è quando l’indagine, un noir, un giallo, diventa il racconto di un presente, un reportage.
C’è una specie di leggittima difesa. E stavolta il romanzo nasce così, e sarà allora un’indagine quasi da sottovuoto, forse la più bella, la più strana, le carte e la luce che entra in casa o sparisce, e le voci. Il terrorismo, la scelta di stare da una parte, e dall’altra la parte umana della rivoluzione senza violenza. La disumanità di una fauna che ha sparato. Il conto. Il senso di fine. L’eredità dei sentimenti, non quella genetica. La cornice. La cornice? A volte ci sono cornici più belle dei quadri e non è questo il caso. Qui la cornice fa ancora più intensi i colori, quel cielo sfavillante iniziale oltre la finestra, quella luce al centro del buio, la sottrazione dei volumi, nella bellezza il quadro. E stavolta la cornice fa di un giallo l’interno di una casa e ciò che circonda il visibile è l’epistola. La lettera di Bortoli, il terrorista alla fine, che sembra tornare dall’altro mondo, e che senza accorgersene sembra diventare la coscienza di Bacci Pagano, una vicinanza alla scottatura, forse senza saperlo che il sapore di una vendetta è ben difficile da gustare.

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Voci nel silenzio. Dalla quarantena, Bacci Pagano e gli spettri del passato