
Stupidi giacinti e ancor più stupide nuvole
La guerra prende spunto dal fatto
che ho già incontrato marzo e ho fatto finta
di non vederlo. E sì che le cose
sono cambiate: te ne vai in ospedale, c’è meno luce
nella casa, a causa del palazzo nuovo; il cielo
è già molto più alto e lontano;
i giacinti mi interessano
meno di sempre, la mia mente
si fa più concreta, semplice; sono disposta
a credere solo a due cose: a Cristo e all’uomo;
per il resto non lotto più, eppure
come uomo, come essere della Terra, ci sono
eccezioni alla regola, ci sono occhiate, cadute,
stupidi giacinti e ancor più stupide
nuvole.
Come non riconoscersi nello stato d’animo evocato da versi come questi? L’altalena dei sentimenti, l’oscillare tra adesione e cinismo, è esperienza nota a ogni essere umano.
“Ho già incontrato marzo e ho fatto finta / di non vederlo”: se siamo chiusi in noi stessi non ci accorgiamo del mutare delle stagioni, delle persone, delle cose. C’è qualcosa che ci impedisce di sperimentare un contatto reale con l’esterno. Ciò accade, paradossalmente, quando l’interno è debole: mancando la vitalità, l’interesse, la curiosità naturale per ciò che ci circonda, viviamo in un inverno senza fine.
“E sì che le cose / sono cambiate”: il dramma è la lacerazione del rapporto con gli eventi; si perde l’integrità, si interrompe il collegamento fluido con il contesto, favorito da un atteggiamento di abbandono fiducioso.
“C’è meno luce / nella casa, a causa del palazzo nuovo”: tutto concorre allo spegnimento dello spirito. L’accavallarsi delle negatività sembra spingere verso comportamenti depressivi, come se ogni cosa fosse avvolta dall’ombra.
“La mia mente / si fa più concreta, semplice”: ma ecco la via d’uscita. Quando la crisi è di crescita, ci si rivolge all’essenziale. È una svolta che mette in contatto con la profondità della vita.
“Sono disposta / a credere solo a due cose: a Cristo e all’uomo”: a un certo punto del suo percorso, Carl Gustav Jung ha identificato l’archetipo del Sé con il Cristo. È il centro esatto fra interno e esterno, l’unione degli opposti, che ci permette di vederci nella totalità, nella coesistenza difficile tra luce e ombra.
Il finale è la sintesi di questo traguardo: evanescenza e consistenza, spessore e leggerezza, intelligenza e ottusità, tentazioni e cadute, sono il portato di una umanità capace di guardarsi in faccia, confessando la propria debolezza di fronte alle due cose in cui è lecito e doveroso credere: Cristo e l’uomo.
