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Lirico terapia. Clemente Rebora

Dall’imagine tesa

Dall’imagine tesa
vigilo l’istante
con imminenza di attesa –
e non aspetto nessuno:
nell’ombra accesa
spio il campanello
che impercettibile spande
un polline di suono
e non aspetto nessuno: fra quattro mura
stupefatte di spazio
più che un deserto
non aspetto nessuno:
ma deve venire,
verrà, se resisto,
a sbocciare non visto,
verrà d’improvviso,
quando meno l’avverto:
verrà quasi perdono
di quanto fa morire,
verrà a farmi certo
del suo e mio tesoro,
verrà come ristoro
delle mie e sue pene,
verrà, forse già viene
il suo bisbiglio.

1920

Lirico terapia. Antonio Maria Pinto

da Le carabattole dei carabi

Le assemblee degli insetti

Nel conclave delle mosche
gli armadilli ammogliati
divorziano dalle zanzare,
lo scarafaggio rompicollo
aggredisce le fragole ercoline.
Nell’assise delle farfalle
lo scarabeo ammosciato
dagli scartafacci dei poeti
rosicchia paroline metricate
e rigurgita acrostici aromatici.

Lirico Terapia. Nicola Gardini

Rosa

nvento una rosa.
Per questo basta la sera.
Dov’è sennò il colore?
Dirai: “La scala, oppure

il giardino al buio”.
E io ci metto la rete,
il marmo, il freddo.
Ed era, comunque, il rosa

là dove si ferma
solamente un altro
al mio posto, come
un altro stasera.

La verità è che il vero
si distingue dal senso,
in quel chiarore, per
esempio, vedevo che

non penso tutto
con la mente, che
forse tornavo. Infatti,
quel rosa, che non era,

oh, come splendeva,
non era in cielo né in me,
non era proprio niente,
vedevo il pensiero.

Lirico terapia. Ferruccio Benzoni

La  cerimonia

Sento un canto lontano che muore e rimuore.
Scostati da me madre mia.
E tu, sorella, porta via ogni residuo d’inchiostro.
Non la bianca pagina dolente, dolcissima. Implume.
Per una volta genuflessa; mai caritatevole.
Eccomi. Giacendo nel sonno ascolterò la neve.

da Numi di un lessico figliale

Lirico terapia. Fabio Pusterla

Sabato a Sintra

L’ultimo piccione,
quello che insiste quando il resto dello stormo
è già disperso sui tetti,
rintanato fra i muri,
il solitario che vola sulle piazze in discesa
accecato dal sole,
forse solo più stupido degli altri, refrattario
a quel chiocciare sordo, orizzontale
– e intanto perde, goffo,
chicco su chicco il cibo che gli è offerto -,
che si lancia nel vuoto
di un’impresa immaginaria, una minaccia,
la paura di un fischio,
e ne ricava volo, muta il rischio
in un gioco di looping e planate,
la fuga in gara assurda contro l’ombra rapida del gabbiano,
ombra che vola davvero e che scompare;
l’uccello che cerca il vento delle strade
e dei camini, che si schianta
nel traffico e rimane
mucchio di piume grigie, ripugnanti,
sul bordo dei tombini,
non guardarlo.

[da Le cose senza storia]

Lirico terapia. Fabio Pusterla

Al castello

Dentro le cose, al nocciolo dei giorni,
tira un vento impetuoso. Sulle pietre
lise della cucina scorre l’acqua, nella casa
scricchiola il legno, l’ora;
fuori, la notte, un uomo che non vedi
strascina il proprio sacco di fatica:
foglie secche. Ci osservano
le cose, il loro immobile
resistere a quel vento. Alari, mensole.
Una scintilla pazza
imbocca la sua gola di camino
e poi scompare.

da Le cose senza storia

Lirico terapia. Giovanni Giudici

Da Fortezza

Andare a Roma

Però se gli dicessi
Brevi ordinate parole – lasciami
Andare a Roma ti giuro che torno
E a nuovi pesi
Non dubitare non temere chinerò
Il capo entrando al barile di chiodi
Io pure e rotolando e le palpebre
Al sole a punture di vespe cosparso di miele
Offrendo e nei supplizi
Cantando prigioniero tuo e usignolo:
Pur che mi lasci ma ti giuro che torno
Cosa mai vuoi che sia appena un giorno

Liricoterapia. Dario Villa (1953-1996)


rimuoverò le schegge
dei mille specchi gettati
ovunque nella sala ad alterare
senso e contorni

camminerò nell’aria
pulita luminosa illuso forse
di poter sciogliere un ben noto nodo,
un fato fatuo, fuochi come enigmi

non potrò più distinguere,
celesti, volta e intonaco, o dall’intimo
l’esterno, antichi da mai visti luoghi
andati con il tempo

cancellerò i cancelli
mi muoverò tra minuti cristalli nell’agonia della luce nel prisma
dell’io disperso in quei frantumi

*
[da Architettura, pittura, fotografia]

Lirico terapia. David Maria Turoldo

E dunque

Anche se il Nulla ti circonda come un oceano,

anche se mai la Nube si scioglierà

e nessuno mai a occhio nudo

ti potrà vedere,

ti raggiunga il canto del cuore,

il canto colmerà l’abisso.

***

La cosa che vale è che Tu ci conosci

come noi non ci conosciamo:

Tu, luce della nostra coscienza.

Anche di amarti a noi è negato

se Tu non semini in noi l’amore,

sola fine della tua e nostra solitudine.

 

***
L’illusione dell’autosufficienza svanisce con naturalezza nei “Canti ultimi” di Turoldo: la saggezza monastica del memento mori diventa respiro quotidiano.

Lirico terapia. Calogero Bonavia


I servi

Una notte – avevo lasciato la finestra aperta –

un lampo entrò nella mia stanza.

Dio mi chiama – dissi – poiché sapevo che i

lampi sono parole di Dio.

E mi levai prestamente.

 

Un’altra bianca fiammata venne ad abbagliarmi

gli occhi.

Dissi: – Forse gli angeli passano giù per la via.

E m’affacciai.

 

Lungi, nella campagna nera, splendeva una catena

di lampade.

Erano figli d’uomini, erano i servi dell’uomo,

quelli che conoscono l’alba,

erano quelli che non comprano il pane, ma lo

scavano sotterra con affanno, tra i macigni

di gesso e di zolfo.

I servi camminano nella notte – pensai – perché 

innanzi a loro sta il Pane.

I servi camminano soli nelle tenebre

perché innanzi

a loro sia l’Alba.

 

Da allora non temo le tenebre, e cammino solo

nella notte, sicuro che tu mi sia innanzi, o Signore

– come a tutti i servi – col Pane – e col Calice.

***

Un’immagine potente, che fa emergere gli ultimi: quelli che, a detta del Vangelo, saranno i primi.

Lirico terapia. Zoì Karelli


Favole del giardino

Il roseto rampicante

veste di bianco, sempre di bianco, e bianco è il suo vestito.

Si stende, si distende al sole,

dal quale aspetta baci

per le piccole rose, ubriacature

d’oro e di fuoco dolce,

finché quelle rosseggino

del suo amore immenso.

***

Aspettarsi baci dal sole: con un’immagine sola, Zoì Karelli ha detto tutto.

Lirico terapia. Giorgio Caproni


Il Pastore

“Proteggete il nostro

Protettore. Salvate

il Salvatore morente”.

Così predicava il Pastore

nel gelo della chiesa vuota, al lucore

dell’ultima bugia rimasta

accesa sull’Altar Maggiore.

***

Giorgio Caproni ci mette davanti a contraddizioni e aporie che richiedono una nostra decifrazione sempre ardua.

 

 

Lirico terapia. Melissanthi (Eva Chougia)


La terra del silenzio

La terra del silenzio è di cristallo,

cristallo azzurro, quasi di ghiaccio.

Lí tutto danza senza far rumore

e ogni immagine si rifrange all’infinito.

Le lacrime e i lamenti dei bambini

lasciano il suono dolce della cetra.

Delle creature tacite i sorrisi

levano ai cieli un riflesso rosato

e gli sguardi profondi dell’amore

azzurre fiamme d’un incendio attizzano.

In questa terra del silenzio il vero

risuona come una campana a festa

che apre volte chiassose in mezzo al cielo.

Nella terra del silenzio spesso ho sentito

gli scampanii d’argento

che leva uno stormo di gru.

A nozze mistiche, a processioni,

a cerimonie celesti ho presenziato,

nella terra del silenzio che è di cristallo,

cristallo azzurro, quasi di ghiaccio.

***

La poesia greca ha la capacità unica di rendere un’atmosfera di mistero suggestiva e inquietante nello stesso tempo. Questi versi di Melissanthi ne forniscono una prova eloquente.

Lirico terapia. Pietro Mignosi

 

Le scarpe

 

E poiché la Morte verrà all’insaputa come i ladri,

tu temi possa trovarmi con queste scarpe logore

– scarpe ostinate e seguaci – e raggranelli il tuo gruzzolo

perché i miei piedi non sfigurino sul mio ultimo letto.

 

Ma io penso che le scale del paradiso sono di vetro

– vetro limpido e sottile che non lo scorgi neppure –

e le scarpe che compreresti, rigide, pese e loquaci,

picchierebbero troppo sull’esile scala del cielo.

 

Lasciami ai piedi queste mie logore scarpe

queste mie povere scarpe soffici e silenziose

sì che arrivando nel cielo, la figlia nostra – se dorme –

non interrompa il suo sonno

e si risvegli serena come soleva quaggiù.

 

Delicatissimo pensiero di padre, questo di Mignosi. Se il mondo progredisce, è per dettagli come questi, degni del cielo.

Lirico terapia. Umberto Fiori

Piazzata

Se di colpo giù in piazza

in mezzo al chiasso

qualcuno alza la voce

e un’altra voce, più forte,

gliele ricanta, e si mettono a urlare

insulti e minacce, è come

se mi chiamassero per nome.

 

Si capisce ben poco, quasi niente

con gli alberi di mezzo, dal quinto piano,

ma io non chiedo al mio vicino

– anche lui sul balcone – perché lì sotto

si mangiano la faccia. Lo so bene

cosa li fa gridare. Lo riconosco

adesso, mentre mi prende

– anche me – per la gola, e mi tiene

qua sopra, senza fiato:

è grande, e non ha una ragione.

 

È che ognuno al mondo sta lì

con il suo ingombro osceno. Mento, guance,

e gli occhi in fuori, e in mezzo a quel testone

il naso a becco, dicono: così

e in nessun’altra maniera.

Ogni momento uno ti si para

davanti, ti fa vedere come,

ti fa vedere chi 

bisogna essere.

 

Così ce ne andiamo in giro

nei bar, sui tram: ognuno un santo mistero

messo in piazza, un esempio

che nessuno può seguire.

 

È questo lo spettacolo sfacciato,

la scenata che sale fin quassù.

*

Viene il respiro degli ippocastani,

col buio. L’onda ci lascia.

 

Da una finestra illuminata

anch’io lancio il mio urlo

e mi ritiro.

***

Difficile non ritrovare l’umanità quotidiana, in questi versi, la dose di violenza, la tassa da pagare a qualche forza oscura che si annida nella storia. Il “santo mistero”, tuttavia, nasconde sempre un germoglio di speranza, per chi non si arrende al proprio assurdo.

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Lirico terapia. Renzo Paris

Tommaso

Poesia che sei rinata per il compleanno

D’un poeta, stattene un momento accucciata

Sotto la scrivania, gioca col gatto, intrattienilo,

Non aver fretta, dai,

Almeno per questa volta!

Vedi, un pizzico di distrazione è bastato

Perché quel bastardo mi graffiasse le dita.

La poesia entra anche nel quotidiano, non teme la banalità. Renzo Paris lo dimostra efficacemente in questi versi che odorano di casa, ma hanno un chiaro valore simbolico.

Lirico terapia. Primo Levi


Il canto del corvo (II)

«Quanti sono i tuoi giorni? Li ho contati:

Pochi e brevi, ognuno grave di affanni;

Dell’ansia della notte inevitabile,

Quando fra te e te nulla pone riparo;

Del timore dell’aurora seguente,

Dell’attesa di me che ti attendo

Di me che

                   (vano, vano fuggire!)

Ti seguirò ai confini del mondo,

Cavalcando sul tuo cavallo,

Macchiando il ponte della tua nave

Con la mia piccola ombra nera,

Sedendo a mensa dove tu siedi,

Ospite certo di ogni tuo rifugio,

Compagno certo di ogni tuo riposo.

 

Fin che si compia ciò che fu detto,

Fino a che la tua forza si sciolga,

Fino a che tu pure finisca

Non con un urto, ma con un silenzio,

Come a novembre gli alberi si spogliano,

Come si trova fermo un orologio».

Primo Levi non ha mai smesso d’indagare il mistero del male: qui l’ombra che insegue l’aguzzino fino alla fine dei giorni.

Lirico terapia. Leonardo Sinisgalli


La casa di Nievo

La lapide è sul muro

sopra le scuderie.

Il giovane non ebbe tempo

di girare tra gli alberi e le aiuole.

Rapito dalla guerra

radunò le sue carte.

Le trovarono in un tiretto

quando si mise in mare

e annegò. Ai poeti la sorte

vieta di tornare

nelle loro camerette.

Per il poeta tutto diventa simbolo. Sta a noi interpretare: non tanto l’intenzione di Sinisgalli, quanto l’eco che risuona in noi.