
Piazzata
Se di colpo giù in piazza
in mezzo al chiasso
qualcuno alza la voce
e un’altra voce, più forte,
gliele ricanta, e si mettono a urlare
insulti e minacce, è come
se mi chiamassero per nome.
Si capisce ben poco, quasi niente
con gli alberi di mezzo, dal quinto piano,
ma io non chiedo al mio vicino
– anche lui sul balcone – perché lì sotto
si mangiano la faccia. Lo so bene
cosa li fa gridare. Lo riconosco
adesso, mentre mi prende
– anche me – per la gola, e mi tiene
qua sopra, senza fiato:
è grande, e non ha una ragione.
È che ognuno al mondo sta lì
con il suo ingombro osceno. Mento, guance,
e gli occhi in fuori, e in mezzo a quel testone
il naso a becco, dicono: così
e in nessun’altra maniera.
Ogni momento uno ti si para
davanti, ti fa vedere come,
ti fa vedere chi
bisogna essere.
Così ce ne andiamo in giro
nei bar, sui tram: ognuno un santo mistero
messo in piazza, un esempio
che nessuno può seguire.
È questo lo spettacolo sfacciato,
la scenata che sale fin quassù.
*
Viene il respiro degli ippocastani,
col buio. L’onda ci lascia.
Da una finestra illuminata
anch’io lancio il mio urlo
e mi ritiro.
***
Difficile non ritrovare l’umanità quotidiana, in questi versi, la dose di violenza, la tassa da pagare a qualche forza oscura che si annida nella storia. Il “santo mistero”, tuttavia, nasconde sempre un germoglio di speranza, per chi non si arrende al proprio assurdo.