L’ultimo piccione,
quello che insiste quando il resto dello stormo
è già disperso sui tetti,
rintanato fra i muri,
il solitario che vola sulle piazze in discesa
accecato dal sole,
forse solo più stupido degli altri, refrattario
a quel chiocciare sordo, orizzontale
– e intanto perde, goffo,
chicco su chicco il cibo che gli è offerto -,
che si lancia nel vuoto
di un’impresa immaginaria, una minaccia,
la paura di un fischio,
e ne ricava volo, muta il rischio
in un gioco di looping e planate,
la fuga in gara assurda contro l’ombra rapida del gabbiano,
ombra che vola davvero e che scompare;
l’uccello che cerca il vento delle strade
e dei camini, che si schianta
nel traffico e rimane
mucchio di piume grigie, ripugnanti,
sul bordo dei tombini,
non guardarlo.
[da Le cose senza storia]



molto bella. Come l’ultima bambina di Gaza che muore schiacciata dal mondo. Grazie Fabio
Grazie Sparz.