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Lirico terapia. Giovanni Giudici

Da Fortezza

Andare a Roma

Però se gli dicessi
Brevi ordinate parole – lasciami
Andare a Roma ti giuro che torno
E a nuovi pesi
Non dubitare non temere chinerò
Il capo entrando al barile di chiodi
Io pure e rotolando e le palpebre
Al sole a punture di vespe cosparso di miele
Offrendo e nei supplizi
Cantando prigioniero tuo e usignolo:
Pur che mi lasci ma ti giuro che torno
Cosa mai vuoi che sia appena un giorno

Lirico terapia. Giovanni Giudici


Con tutta semplicità

Con tutta semplicità devo dire

che un tempo sembrava lontano

il tempo in cui morire.

 

Ora non è piú un pensiero strano.

Ora è sempre lontano (almeno spero) ma

posso già prefigurarmelo. Ho l’età

 

in cui dovrei fare ciò che volevo

fare da grande e ancora non l’ho deciso.

Faccio quello che faccio, altra scelta non ci sarà:


leggo di miei coetanei che muoiono all’improvviso.

Il tema è scottante, ma la poesia lo trasfigura: Giovanni Giudici è un maestro nel procedere su un crinale da cui ognuno può osservare il suo paesaggio.

Lirico terapia. Giovanni Giudici, Preliminare di accordo.

Preliminare di accordo

giugno 1968

 

Tuttavia un minimo d’impostura è necessario mi disse.

La verità non coincide con la saggezza.

Stanno contro il disordine alcune regole del gioco.

Sii grato al rituale. La verità ti divora.

 

Hai ragione si aspettava che rispondessi.

Recitiamola pure la farsa del ragionevole.

Anch’io ripeterò che tutto non si può avere

pronto a morire purché non crolli il letto dove muoio.

 

Ma anche per me era l’ultima occasione che restava.

E prima di sottoscrivere solo chiedevo se in cambio

dell’accettare quel molto di finzione che diceva

un minimo di verità sarebbe stato compatibile.

Giovanni Giudici tocca leve sensibili e, diremmo oggi, politicamente scorrette. Qui il tema è quello di una verità negata, al punto che è possibile sperare solo in un minimo residuo, un livello di semplice sopravvivenza. Al lettore cogliere lo spessore del dramma, che diventa universale.

Giudici poeta dell’eros. Nel decennale

Di Giovanna Menegùs. Pubblicato da Avamposto. Rivista di poesia, nella rubrica ‘Odiare la poesia’.

Un po’ per caso mi accorgo che questo 2021 secondo anno dell’era Covid è il decennale della morte, non solo di Zanzotto, ma ­– il 24 maggio – anche di Giovanni Giudici.
Noto poi questo: i due grandi del secondo Novecento, quasi esattamente coetanei, vengono presentati da critica e manuali di storia della letteratura in sequenza e come una sorta di coppia, coppia però dagli elementi ben distinti, paralleli più che tangenti: Raboni, collocandoli insieme sotto il segno di «Grande stile e ironia», li rappresenta come «due solitudini».
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Lirico terapia. Giovanni Giudici, Questo caro sgomento.

Questo caro sgomento

L’infanzia dalle lunghe calze nere

Logorate ai ginocchi sugli spigoli

Dei banchi, l’infanzia delle preghiere 

Assonnate ogni sera, delle nere

Albe dei morti, della litania

Di zoccoli cristiani sul selciato,

L’infanzia che m’ha dato 

Questo caro sgomento mio d’esistere…

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Lirico terapia. Giovanni Giudici, Cambiare ditta

Cambiare ditta

Non puoi cambiarti, ma almeno cambia ditta, 

Il posto di lavoro è piú che una metà 

(Inutilmente resisti) della tua anima:

E quante cose per te cambieranno!

Avranno altri volti e strade le tue mattine, 

T’illuderai quasi di aver cambiato città, 

Di avere davanti una vita. Un nuovo gergo 

Imparerai nelle file dei nuovi conservi:

Ti ci vorranno due mesi per scoprirlo banale. 

E poi nuovi padroni, nuove regioni dei tuoi nervi 

In evidenza agli uffici del personale,

Nuovi prodotti e una nuova misura

Di quel che è bene e male – ed infine te stesso 

Di cui tutti diranno che sei nuovo.

Annuncerai ai lontani la tua novità:

“Questa mia è per dirti che adesso mi trovo…”

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Lirico terapia. Giovanni Giudici, Dal cuore del miracolo

Parlo di me, dal cuore del miracolo:

la mia colpa sociale è di non ridere,

di non commuovermi al momento giusto.

E intanto muoio, per aspettare a vivere.

Il rancore è di chi non ha speranza:

dunque è pietà di me che mi fa credere

essere altrove una vita più vera?

Già piegato, presumo di non cedere.

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Lirico terapia. Giovanni Giudici, La vita in versi

Metti in versi la vita, trascrivi

fedelmente, senza tacere

particolare alcuno, l’evidenza dei vivi.

Ma non dimenticare che vedere non è

sapere, né potere, bensì ridicolo

un altro voler essere che te.

Nel sotto e nel soprammondo s’allacciano

complicità di visceri, saettano occhiate

d’accordi. E gli astanti s’affacciano

al limbo delle intermedie balaustre:

applaudono, compiangono

entrambi i sensi 

del sublime – l’infame, l’illustre.

Inoltre metti in versi che morire

è possibile a tutti più che nascere

e in ogni caso l’essere è più del dire.”

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Ornithology 38. Frost

FROST Robert

Un uccelletto

Proprio ho sperato che volasse via,
e non cantasse sempre davanti a casa mia;

gli ho battuto le mani dal limitare
quando non l’ho potuto più sopportare.

Mio in parte il torto dev’essere stato.
L’uccelletto non era stonato.

E qualcosa non va, qualcosa manca
in chi vuol far tacere uno che canta.

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Giovanni Giudici

da La vita in versi

La vita in versi

Metti in versi la vita, trascrivi
fedelmente, senza tacere
particolare alcuno, l’evidenza dei vivi.

Ma non dimenticare che vedere non è
sapere, né potere, bensì ridicolo
un altro voler essere che te.

Nel sotto e nel soprammondo s’allacciano
complicità di visceri, saettando occhiate
d’accordi. E gli astanti s’affacciano

al limbo delle intermedie balaustre:
applaudono, compiangono entrambi i sensi
del sublime – l’infame, l’illustre.

Inoltre metti in versi che morire
è possibile più che nascere
e in ogni caso l’essere è più del dire.

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