DA: ALTRI SONETTI
Che in tutto fra tutte suprema sia
Che in tutto fra tutte suprema sia
la legge del mercato, che a lei deva
subordinarsi restando utopia
per sempre tutto quello che solleva Continua a leggere
DA: ALTRI SONETTI
Che in tutto fra tutte suprema sia
Che in tutto fra tutte suprema sia
la legge del mercato, che a lei deva
subordinarsi restando utopia
per sempre tutto quello che solleva Continua a leggere
Sono quello che eravate, sarò
quello che siete, sussurro a chi spia
i miei passi da un letto di corsia
d’un padiglione di Niguarda o
del vecchio policlinico di via
Sforza, mi sopravvalutate, ho
un rene solo, presto perderò
l’ultima battaglia con la miopia
e il cuore, eh, il cuore… No, perdono, care
anime, perdono! non posso fare
l’unto della Morte qui, non si deve
insegnare a morire a chi già tanto
muore o così poco spera, soltanto
un’altra primavera, un’altra neve.
Tutti dobbiamo fare i conti con la malattia e la morte. E anche con gli altri. Raboni, come sempre, dà da pensare. E da sentire.
Di Giovanna Menegùs. Pubblicato da Avamposto. Rivista di poesia, nella rubrica ‘Odiare la poesia’.

Un po’ per caso mi accorgo che questo 2021 secondo anno dell’era Covid è il decennale della morte, non solo di Zanzotto, ma – il 24 maggio – anche di Giovanni Giudici.
Noto poi questo: i due grandi del secondo Novecento, quasi esattamente coetanei, vengono presentati da critica e manuali di storia della letteratura in sequenza e come una sorta di coppia, coppia però dagli elementi ben distinti, paralleli più che tangenti: Raboni, collocandoli insieme sotto il segno di «Grande stile e ironia», li rappresenta come «due solitudini».
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Cinema di pomeriggio
Quasi sempre, a quest’ora
arriva gente un po’ speciale (però
di buonissimo aspetto). Chi si siede
ma poi continua a cambiar posto,
chi sta in piedi, sul fondo della sala, e fiuta,
fiuta rari passaggi, la bambina
mezzo scema, la dama ch’entra sola,
la ragazza sciancata… Li guardo per sapere
che storia è la loro, chi li caccia. Quando
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Ho amato vivendo
Ho amato vivendo degli animali, non gli animali. Adesso, nel ricordo, non ne amo nessuno, come se a bordo
dell’arca in viaggio verso più ospitali
silenzi ci fosse posto soltanto
per creature fatte a somiglianza
di mio padre e mia madre. La vacanza
da quello che siamo più di quel tanto
non può durare, e uno sente il fiato del buio sul collo non sa che farsene
dello charme dell’innocenza, dei traffici
con il bello e la grazia a buon mercato
dice addio senz’ombra di rimpianto e agli dei senz’ombra che ha avuto accanto.
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Il pavone
Tocca terra con le piume
e sembra, se fa la ruota, più bello
ma in verità mostra implume
il sedere questo uccello.
Le paon
En faisant la roue, cet oiseau,
Dont le pennage traîne à terre,
Apparaît encore plus beau,
Mais se découvre le derrière.
[youtube=https://youtu.be/curkPbh6MMI]
da qui
Giovanni Raboni – Il dolore
da “A tanto caro sangue, 1988”
Lettura di Luigi Maria Corsanico
Ludwig van Beethoven, Piano Sonata No. 8 in C minor, Op. 13, “Pathetique”, II. Adagio cantabile
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Pur ritenendo illuminante, per affrontare il tema, la lettura diretta di alcuni testi poetici non è forse inutile fare una breve premessa.
Inizierei intanto con due definizioni, una di poesia e una di potere, tra quelle che mi paiono più appropriate nell’economia del discorso.
Poesia (dal dizionario Garzanti) è “l’arte e la tecnica di comporre versi o, più generalmente, di esprimere in forme ritmiche (estranee alla prosa) idee, sentimenti e realtà secondo la propria visione del mondo”.
Potere (definizione sociologica da http://www.sapere.it/enciclopedia) “capacità di assumere decisioni che determinino comportamenti di altri, entro una relazione sociale che coinvolge gruppi o singoli individui. Il potere implica, perciò, la possibilità di ricorrere a strumenti in grado di imporre la decisione presa a soggetti che non la condividano. In questa prospettiva, il potere si manifesta come esercizio possibile di mezzi che spaziano dall’influenza personale (compresa la seduzione) al più brutale impiego della violenza fisica.” Continua a leggere
“La città mi ha insegnato infinite paure / una folla una strada mi han fatto tremare / un pensiero talvolta – spiato su un viso”.
Citare Pavese, come facevo un tempo, credo fosse assolutamente improprio, circa la mia esperienza della città, di una città in particolare. Eppure ci fu un tempo in cui credevo che quei versi rispecchiassero gli anni del mio arrivo.
L’avevo immaginata, dall’alto del Bastione del santo anacoreta (la piazza principale del paese dell’infanzia), come lo specchio luminoso dello Stretto, una Cariddi pacificata e quieta, illuminata da una vivacità gaudente e gentile. In effetti la città, la sua gente, tutto appariva confermare quella mia aspettativa; eppure, i versi di Pavese imponevano un lato d’ombra alla luce in cui vivevamo, o ne sorgevano irrimediabilmente; o, ancora, più verosimilmente, con quel “la città mi ha insegnato” ponevano al centro del mio sguardo la città e quanto essa avesse da dirmi. La città aveva tanto da dire a ciascuno di noi, e la sua essenza vera era nel ciuscio che vi circolava, non in una comune brezza, ma in un continuo soffio, da organismo dotato di respiro vitale, dai due mari, dalle due terre, dalle colline e dalle erte, dai valloni e dai dirupi, dalle armacìe e dai sentieri, un soffio che la pervadeva tra le vie squadrate e larghe, figlie del lontano sisma, e che la animava rinfrescando o sferzando i volti secondo la stagione.
L’avevo intravista, la città, superato il capo di Alì, Continua a leggere
da Le case della vetra
Risanamento
Di tutto questo
non c’è più niente (o forse qualcosa
s’indovina, c’è ancora qualche strada
acciottolata a mezzo, un’osteria).
Qui, diceva mio padre, conveniva
venirci col coltello … Eh sì, il Naviglio
e a due passi, la nebbia era più forte
prima che lo coprissero … Ma quello
che hanno fatto, distruggere le case,
distruggere quartieri, qui e altrove,
a cosa serve? Il male non era
lì dentro, nelle scale, nei cortili,
nei ballatoi, lì semmai c’era umido
da prendersi un malanno. Se mio padre
fosse vivo, chiederei anche a lui: ti sembra
che serva? e il modo? A me sembra che il male
non è mai nelle cose, gli direi. Continua a leggere