
Ho amato vivendo
Ho amato vivendo degli animali, non gli animali. Adesso, nel ricordo, non ne amo nessuno, come se a bordo
dell’arca in viaggio verso più ospitali
silenzi ci fosse posto soltanto
per creature fatte a somiglianza
di mio padre e mia madre. La vacanza
da quello che siamo più di quel tanto
non può durare, e uno sente il fiato del buio sul collo non sa che farsene
dello charme dell’innocenza, dei traffici
con il bello e la grazia a buon mercato
dice addio senz’ombra di rimpianto e agli dei senz’ombra che ha avuto accanto.
Una poesia che penetra come una lama nel ventre molle dei luoghi comuni, questa di Raboni. In pochi versi, ben calibrati dalla sua arte finissima, smantella il castello di carte degli snobismi di turno, delle sensibilità morbose che perdono di vista l’essenziale. E qui di essenziale si tratta: la farsa “non può durare”, nell’arca della coscienza solo l’autenticità umana si salva dal diluvio del non senso.
E una lama di rasoio è anche la “vacanza da quello che siamo”, come ci fosse un turismo che invece di evadere dalla città evade dalla vita.
Quando sentiamo “il fiato del buio sul collo” non possiamo più permetterci di gigioneggiare nel paese dei balocchi, trastullandoci con la bellezza a buon mercato, la realtà a una dimensione degli “dei senz’ombra” che troppo spesso ci sono “accanto”: quando ci si dirige “verso più ospitali silenzi” il catalogo del kitsch risulta tristemente inservibile e scaduto.

L’amarezza della disillusione e la forza della verità si intrecciano in questi versi.
Grazie per il commento, che aiuta a scandagliare il senso più profondo del messaggio poetico.
Tutti vorrebbero permettersi un viaggio verso più ospitali silenzi, ma il mondo e’ inospitale e siamo comunque chiamati ad amare.