Nadia Terranova, Come una storia d’amore

Nadia Terranova, Come una storia d’amore, Giulio Perrone editore, 2020, 100 pag., € 15.

Questo è l’incipit dell’ultimo racconto, quello che dà il titolo alla piccola, e densissima raccolta:

L’unica è raccontarsela come una storia d’amore, e per cominciare devi tornare indietro di quindici anni. Come quando eri appena scesa dal treno e ti sei tirata dietro il trolley, ed eravate immerse, tu e la valigia, nell’odore di fritto americano e pipì di via Giolitti, e andavi a passi solidi e decisi perché non ti importava delle buche, della spazzatura e delle cose che non funzionavano, eri venuta per restare e restando l’avresti capita: capire Roma è l’ultimo dei problemi, dopo che per abbatterli hai sparato a tutti gli altri. Ma siccome ai problemi non hai saputo sparare, allora li avevi lasciati sul treno, pigiati dentro una parola invecchiata: infanzia.

L’ho “regalato” (con la mia dizione sicula sporchissima e la lettura non proprio teatrale) alle amiche fuori sede. Un vocale whatsapp da ascoltare con calma. È come se Nadia Terranova fosse entrata nei nostri ricordi, nelle sensazioni di ragazze piene di futuro che lasciavano in un vagone, o su un traghetto, l’infanzia, quella in cui l’unica vita possibile era a Casa, e non in una città complicata come Roma. Il parallelo, poi, fra una relazione con un compagno, un marito e la città che si sceglie di sposare, lascia tanti punti interrogativi, tante domande, ben oltre la fine del racconto, e della raccolta.

Nadia Terranova riesce ad andare così nel profondo delle persone, dei suoi personaggi, da lasciare in chi la legge immagini indelebili, anche di chi si incontra per il brevissimo passo di un racconto. È palese il fatto che l’anima di una città non siano i monumenti e le Cattedrali celebrate in tutto il mondo, ma la vita che scorre nei piccoli quartieri, nei bar semivuoti, nei piccoli negozi. L’anima sono gli incontri, gli scambi di sguardi, il mettersi in ascolto dell’altro. 

Ho immaginato l’autrice, in disparte, osservare i personaggi splendidi che hanno popolato questo libro, prendere tutte le loro fragilità, le paure, i desideri, e metterli accanto a lei a decantare, per poterli raccontare con delicatezza e rispetto.

Nilima, la Sconosciuta, Paola, al donna che la vigilia di un giorno di festa si attarda con sé stessa al tavolino di un bar sono tutte persone che scrivono la Storia di luoghi che senza di loro sarebbero palcoscenici vuoti, e silenziosi.

È come se i fantasmi che da anni popolano la sua narrativa, il suo immaginario letterario, si fossero in qualche modo concretizzati, avessero occupato uno spazio, e corpi in grado di rappresentare stati d’animo che da personali, diventano in poche righe universali.

Mi ha sorpreso trovare un mondo così pieno di storie, di emozioni, di dettagli, di vita, in un libro di 100 pagine, formato A5 (quasi mi dispiaceva sapere in anticipo che lo avrei finito velocemente). Ma d’altronde, conoscendo (e leggendo abitualmente) l’autrice, sarebbe stato strano il contrario. Questo libro è stato una conferma di quanto Nadia Terranova sia attenta ai dettagli, di come riesca a integrare alla perfezione una bella storia con uno stile ricercato e mai pedante e si metta sempre in ascolto dei personaggi che rappresenta, senza prevaricarli, mai. 

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