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Che la lettura sia contagiosa!

Fra le righe degli altri: Carlo Miccio

Ho conosciuto Carlo Miccio sulla carta, poco più di quindici anni fa. Avevo letto un suo racconto, in uscita per la rivista Toilet e lo avevo trovato molto profondo e interessante, nello stile e nei temi. Carlo ha continuato a scrivere, ha pubblicato tre romanzi e tanti racconti. Creativo digitale, ha all’attivo mostre e opere d’arte, uno spettacolo teatrale nel cassetto e una performance ispirata al suo penultimo libro (che vi consiglio di leggere, La trappola del fuorigioco) che vorrebbe portare in giro per l’Italia.
Come tutti i bravi scrittori, è un grande lettore, e lo racconta in questa intervista.

Ricordi il primo libro che hai incontrato?
Robinson Crusoe. Ma quello che forse ha avuto l’impatto maggiore è stato il secondo, Zanna Bianca. Fu un regalo di Natale, durante il quale arrivò in casa nostra anche un cucciolo di pastore tedesco dal pelo nerissimo, che venne chiamato Jolly. I primi capitoli ce li lesse (a me e mio fratello) a voce alta mio padre, mentre questo cucciolo di cane-lupo girava tra le poltrone e noi ascoltavamo il racconto di Jack London osservando lui che annusava tutto il salotto. Poi, siccome mio padre non trovava mai tempo per leggerci il resto, me lo sono divorato da solo, sempre accompagnando ogni passaggio “etologico” del libro con l’osservazione del cucciolo di lupo che si aggirava per casa nostra. In ogni caso, credo che Kika, la madre di Zanna Bianca, sia il primo personaggio letterario che ho visceralmente amato e verso cui ho provato quel senso d’identificazione che i lettori spesso costruiscono con gli attori delle storie che leggono.

Che lettore eri da bambino, ragazzo?
Curioso. Nel senso che leggere mi piaceva, anche perché mi garantiva dei momenti di assoluta solitudine in cui sentivo già da allora il potenziale di una crescita interna, di una migliore comprensione di me stesso e del mondo intorno – a cominciare dai cani. Per cui leggevo di tutto, grazie anche al fatto che mia madre incoraggiava quest’abitudine comprandomi un sacco di libri. Salgari penso di averlo letto tutto, in primis la saga di Sandokan, mentre non mi sono mai entusiasmato con Verne – e non so dire perché, credo sia per una questione di stile narrativo. Leggevo anche fumetti a mucchi: Topolino, ma anche altre cose tipo Geppo il diavolo, Tiramolla e Nonna Abelarda. E poi tantissima stampa calcistica: ogni lunedì compravo la Gazzetta dello Sport e me la leggevo dalla prima all’ultima riga, fino alla cronaca delle partite di Serie D (ricordo le dita tutte sporche d’inchiostro alla fine) e poi il Guerin Sportivo settimanale, cioè la Bibbia. Continua a leggere

Fra le righe degli altri: Ippolita Luzzo

Ippolita Luzzo, autrice del Regno della Litweb, il blog che dal 2012 cura e aggiorna personalmente con recensioni, riflessioni e notizie legate al mondo dei libri. Nel 2016 vince il concorso Blog e Circoli letterari nell’ambito della fiera Più libri più liberi e dal 2022 è in giuria nel premio Malerba.
Inarrestabile autrice per riviste e giornali, opinionista libraria, lettrice indefessa. Le abbiamo chiesto di raccontarci la sua esperienza con le storie e ci ha parlato di amicizie legate al filo di un libro, Tondelli e il suo (non)rapporto con la letteratura contemporanea.

Ricordi il primo libro che hai incontrato?
Avevo undici anni. Ricordo perfettamente che all’indomani di un mio intervento chirurgico per l’appendicite mia madre mi portò il libro di racconti Calabresi testa dura. Ricordo la copertina ma non so più nulla di quel libro mentre ho memorizzato Fabiola, altro romanzo letto da piccola sulle persecuzioni dei cristiani durante l’Impero Romano! Altri tempi altre letture.

Che lettrice eri da bambina, ragazza?
Credo che la lettura sia riservata quasi esclusivamente a bimbi pigri e curiosi. Pigrissimi direi ora, come io ero. Pigri e timidissimi. Leggevo per creare il mondo che non vivevo nella realtà, leggevo immaginando il vivere che avrei voluto e piangevo con I ragazzi della via Paal, con Incompreso, con Il viale dei tigli altro libro tristissimo, Senza Famiglia, tutto un lacrimare.

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Fra le righe degli altri: Sara Maria Serafini

Sara Maria Serafini, immersa nelle parole e nelle storie fin da bambina, insegnante in una scuola secondaria, emigrata al contrario da Milano alla Calabria, ha scritto quattro romanzi editi da Morellini (più uno che scoprirete in questa intervista) e tantissimi racconti.
È la coraggiosa fondatrice della rivista Risme e sui social racconta storie di scuola, di vita e di libri che è un piacere leggere.
Conosciamo qui Sara Maria lettrice, prima che scrittrice.

Ricordi il primo libro che hai incontrato?
La prima lettura in assoluto sono i fumetti di Paperino, ho ancora tutta la collezione dei Paperino Mese sulla mensola della mia cameretta di bambina. Ogni tanto scorro i dorsi delle copertine colorate e metallizzate, bellissime. Paperino è nato nel mio giorno, il 9 giugno, ma l’ho scoperto anni dopo. Mi sembra una coincidenza bellissima che sia stato il protagonista delle prime storie che ho letto.
Il primo vero romanzo, invece, è stato Il giornalino di Gian Burrasca di Vamba, me l’ha regalato mia madre in una mattina assolata in cui passeggiavamo insieme.

Che lettrice eri da bambina, ragazza?
Una lettrice appassionata. Spesso rimanevo sveglia di notte perché i personaggi mi avevano rapita, volevo sapere come andava a finire la vicenda. A pensarci, mi accade ancora adesso. Chiaramente non con tutti i libri che mi capita di leggere… con i più belli!

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Fra le righe degli altri: intervista a Francesca G. Marone

Francesca G. Marone è sociologa, counselor, mediatrice familiare e vive a Napoli, dove lavora anche come editor, coach letterario e operatrice culturale. Dove ci sono libri, la trovate sempre. Ha iniziato a scrivere per passione e da una segnalazione al Premio Calvino, ha pubblicato nel 2017 il suo primo romanzo. Nel 2023, una storia ambientata a Napoli fra il XVIII secolo e oggi e incentrata su figure di donne complesse e affascinanti, diventa Le pentite, romanzo edito da Les Flâneurs.

Anche a Francesca abbiamo chiesto che lettrice è ed è stata e come è arrivata la scrittura nella sua vita.

Ricordi il primo libro che hai incontrato?
Non so se fosse proprio il primo ma è certamente uno dei libri più significativi
per me: Fiabe italiane, un doppio volume di circa duecento fiabe della
tradizione popolare, raccolte e trascritte da Italo Calvino nel ’56, un’edizione
Einaudi tutta sdrucita che io leggevo ogni sera nel letto, litigando con mia
sorella perché dovevo spegnere la luce sul comodino. Le ricordo quasi tutte
benissimo, ce ne erano di spaventose, ma anche di romantiche dal sapore
gotico, fra le mie preferite: Il principe che sposò una rana, e Bene come il sale.
Quelle letture serali hanno segnato profondamente il mio immaginario,
contenevano veramente tutto il bene e tutto il male della vita. Il primo romanzo
vero che ho letto fu Forte come la morte di Guy de Maupassant, lo presi dalla
libreria di mia madre, era un piccolo Bur, con le pagine che si staccavano, fu
una folgorazione per me, mi appassionai moltissimo e quando ci ripenso mi
commuove sapere che era un libro su cui si era emozionata prima di me mia
madre. Forse questa è un’altra delle magie della lettura: legare le persone fra
loro.

Francesca G. MaroneChe lettrice eri da bambina, ragazza?
Ero piuttosto curiosa ma doveva scattare in me una scintilla prima di mettermi a leggere. Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia di lettrici appassionate, specifico lettrici al femminile, perché da mia nonna, a mia madre e alle mie sorelle i libri sono stati una presenza costante nella nostra vita. Pensa che quando è morta mia nonna, lettrice coltissima, mia madre invitò noi e tutti gli altri nipoti a scegliere qualche libro dalla sua libreria. Mi sono appassionata, da piccola, prima alla poesia poi alla narrativa, questo perché mia sorella maggiore fece un rateizzo con Einaudi per farsi inviare tutta la collana bianca di poesia e arrivarono in casa davvero “pacchi di poesia”. Cominciai così a leggerne tanta e a trascriverne su foglietti che poi appallottolavo dedicandoli ad amici, amiche, o amori immaginari. Avevo creato un rituale attorno alla magia della poesia.

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Fra le righe degli altri: intervista a Demetrio Paolin

Iniziamo questo nuovo ciclo di interviste con uno scrittore che seguo da anni, Demetrio Paolin. Insegnante, collabora con il Corriere della sera e altre riviste. Ha scritto romanzi, con Conforme alla gloria (Voland) è stato tra i finalisti del Premio Strega 2016; se non lo avete letto, fatelo, è un romanzo che non si dimentica.
Dopo questa intervista, ho pensato (ancora una volta) che chi incontra Paolin scrittore è fortunato, e sono fortunati anche i suoi alunni/allievi.

Demetrio, ricordi il primo libro che hai incontrato?
Il ricordo del mio primo libro è legato all’invidia. Non ho idea, quindi, se il resto della mia esistenza, quella di lettore almeno, sia “viziata” da questa emozione, ma andiamo avanti. Mi ricordo che ero all’asilo, l’anno prima delle elementari, di pomeriggio, quando le maestre ti obbligavano, ma poi perché?, a fare una sorta di riposino. Ecco in quella situazione di penombra ho visto una mia compagna, che invece di dormire leggeva un libro: un albo di Topolino. L’invidia è stata duplice: leggere mi è parsa subito una cosa da grandi e io in qualche modo ne ero escluso e il libro mi è parso un oggetto che permetteva di rompere la noia dell’esistere quotidiano.
Il primo libro letto da piccolo, l’ho già raccontato altre volte, e con volontà di leggerlo è stata la Bibbia, In casa avevamo quello e quello ho letto. C’è chi ha letto le storie dei pirati e chi quelle di Noè, entrambe debbo dire divertenti.

Che lettore eri da bambino, ragazzo?
Disordinato, ho letto molto senza un costrutto e una ragione, la mia era una casa con pochi libri, i miei genitori non avevano continuato gli studi, erano andati a lavorare e venivano da famiglie di grandi lavoratori, che non appartenevano a quel ceto medio-borghese colto del dopoguerra, non c’è mai stata nelle mie memorie di fanciullo l’immagine della visita nella biblioteca del genitore o del nonno come una sorta di entrata nell’Eden. Quindi ho letto sempre voracemente e senza un vero criterio, un amico più grande che si lamentava perché a scuola l’avevano obbligato a leggere Uomini e topi, ok l’avrei letto, o L’almanacco del giorno dopo parlava di Baudelaire e de I fiori del male, mi facevo portare da mio padre in libreria in città, nel paese dove vivevo non c’era una libreria, anzi non c’è tuttora, e compravo il libro e lo leggevo. Dopo anni ho qualche migliaio di libri, tra casa dei miei e casa dove vivo, non riesco a liberarmene, e ne compro di nuovi sempre, perché sono rimasto curioso e disordinato come il bambino che sono stato.

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Cose che non si raccontano. Raccontate benissimo da Antonella Lattanzi

Autrice: Antonella Lattanzi
Titolo: Cose che non si raccontano
Editore: Einaudi 2023
Pagine: 216
Prezzo: 19 euro

La vita è quello che succede mentre combatti contro la paura? Oppure sono tutti gli attimi di gioia e inconsapevolezza che riesci a ricavarti per non farti prendere dalla paura?

Cose che non si raccontano è la storia di una donna che sceglie, con il compagno, di intraprendere il percorso tortuoso della PMA, Procreazione Medicalmente Assistita. Si apre una finestra su un mondo di personaggi (persone), avvenimenti, dinamiche che chi non ne è stato mai toccato non riesce nemmeno a immaginare.

Ogni volta che leggo un libro di Antonella Lattanzi penso che vorrei scriverle per dirle quanto mi abbia spaccato il cuore, quanto si sia infilato nella mia testa. Il suo ultimo romanzo è il racconto di un dolore, forte, fortissimo, che spiazza, lascia senza fiato, uccide perfino la speranza di riuscire a venirne fuori, prima o poi. Non ci si immedesima nella vicenda (troppo rispetto per lei per dire “ti capisco”), ma si riconoscono tratti comuni nel provare dolore, e ci si mette in ascolto. Lei, che non ha raccontato mai se non a pochi (prima di scrivere questo libro) la sua esperienza, chiede di essere letta, ascoltata.
Forse non lo chiede nemmeno, ma non si può non stare in silenzio e leggere, leggere, dimenticando ogni altro impegno.

Il romanzo racconta anche il processo creativo, la genesi della storia, delle storie, il lavoro della scrittrice mentre avviene:

La puntura fermerà il cuore di (scrivo, cancello, riscrivo).

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Letture per e con i ragazzi: Cronache dell’Ade di Mattia Corrente

Ho letto Cronache dell’Ade (Salani, 2024, 304 pagine, euro 15,90), il secondo libro di Mattia Corrente, con illustrazioni di Chiara di Vivona; lo scrittore siciliano ha esordito nel 2022 con lo splendido La fuga di Anna (Sellerio editore) e ha sperimentato, con grande successo, la letteratura per ragazzi.

Leggo. Rido tantissimo, perdo la cognizione del tempo e dello spazio, e ogni tanto mi commuovo.
Mia figlia tredicenne: Ma’, certo che sei strana, ma che c’è in questo libro oh?
Tutto Nico, c’è tutto. Una trama avvincente, dialoghi divertenti, riflessioni profonde ed è scritto benissimo. E poi ci sono degli elementi riconoscibili, che aiutano nella lettura e ti immettono sul sentiero che percorrerai insieme con l’autore.

Cioè?
Hai presente Pollon? (Sì, l’ho fatto vedere anche a Nicoletta e Riccardo). Ecco, ci sono tantissimi personaggi che abbiamo studiato a scuola, letto, incontrato, rivisti in chiave fantastica.

Ossia bella?
No. Cioè sì, Mattia Corrente ha creato personaggi stupendi, con una profondità unica, verosimili, solidi. Fantastici nel senso di fantasy, miti, scenari sovrannaturali (stanno nell’Ade, gli Inferi, l’Inferno). Continua a leggere

Alla ricerca del “buon lavoro”: il saggio di Manuela Perrone e Stefano Cuzzilla

Il lavoro, anzi, il “buon lavoro”, è un argomento che mi sta particolarmente a cuore. Quando in passato ho sentito l’esigenza di cambiare, ho inviato il curriculum a tante case editrici, mirato dove avrei voluto. Mi hanno chiamato dopo 4 anni perché si era liberata una posizione, sono stata in prova per 2 anni e adesso posso dire di fare un “buon lavoro”, che è quello che mi piace, per il quale ho studiato e lasciato casa venticinque anni fa.
“Che cos’è, però, oggettivamente, un ‘buon lavoro’?” Una domanda alla quale questo libro risponde con casi di studio, statistiche, dati, interviste ai più importanti imprenditori, manager, responsabili del settore Risorse umane del nostro Paese. Fa il punto su come lo stesso concetto di lavoro sia cambiato dopo il Covid, di quanto la pandemia sia stata uno spartiacque potente sia per l’organizzazione pratica del lavoro che per le aspettative che ognuno ha, pensando all’impiego ideale.

Il buon lavoro. Benessere e cura delle persone nelle imprese italiane è un saggio che convoglia in un canale altamente affidabile tutto il rumore e i luoghi comuni che ruotano attorno alla questione e ne restituisce la molteplicità di voci e aspetti, attraverso il racconto di esperienze e pratiche reali. Il giovane choosy, gli anziani che non vogliono lasciare il posto di lavoro, l’intelligenza artificiale che incombe, tutto viene rivisto in chiave reale, lontana dalla narrazione non sempre corretta degli ultimi anni, e secondo una nuova filosofia del lavoro che presenta tesi molto interessanti.
I due autori – Stefano Cuzzilla, Presidente di Federmanager, CIDA e Trenitalia e Manuela Perrone, giornalista de Il Sole 24 Ore e viceresponsabile di Alley Oop – L’altra metà del Sole ? partono da due parole chiave che possono essere considerate i punti cardine del loro percorso di ricerca: benessere e persone. Continua a leggere

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Il mondo visto dalla parte degli ultimi: Copula mundi di Carlo Miccio

Carlo Miccio, Copula mundi, Alpha Beta Verlag 2022, 16 euro

Ho letto il primo racconto di Carlo Miccio quindici anni fa, quando collaboravo con la redazione della rivista Toilet; mi aveva colpito il suo punto di vista senza filtri, il suo raccontare la realtà più cruda senza ricorrere a espedienti che la rendessero più “accettabile”. Il suo romanzo La trappola del fuorigioco (pubblicato nel 2017 da Alpha Beta Verlag) è uno dei miei preferiti. Malattia mentale, dipendenza, rapporti fra genitori problematici e figli adolescenti messi lì, davanti al lettore, nei loro aspetti più reali
E la realtà, anzi, il realismo è alla base di questo nuovo romanzo, Copula mundi, edito da Alpha Beta Verlag, come il primo. Ambientato all’interno di una cooperativa sociale, racconta da vari punti di vista la questione dei migranti che arrivano in Italia a cercare asilo e delle persone che a vario titolo partecipano al processo di accoglienza.  Continua a leggere

Infinito Moonlit, la magia della scrittura

Per fare spazio a quanto di bello abbiamo nella vita, a volte dobbiamo eliminare tutto, ridurre all’osso le nostre giornate, i nostri contatti e assaporare il vuoto(pieno) attorno a noi.

Teresa e Maria, madre (figlia di una madre complicata e fredda) e figlia (amatissima, di Teresa e Moussa), lasciano tutto e si trasferiscono in una casa nel bosco. Passeggiano, accendono fuochi di notte, raccolgono erbe, parlano e pensano. E iniziano a stabilire connessioni, fra loro e con i mondi sottili, che possono essere la pura energia che ci avvolge, gli spiriti guida, ciò che eravamo e non ricordiamo, sicuramente presenze amorevoli di cui non ci accorgiamo e che invece si accorgono di noi.

Solo dopo aver fatto spazio ed essere arrivati all’essenziale, si può tornare alla vita di tutti i giorni, e affrontare le delusioni (un matrimonio finito e un uomo sbagliato, nel caso di Teresa; i piccoli screzi, a scuola, i pregiudizi, le riserve per Maria) con più leggerezza e il cuore pieno di bellezza.

Parlare d’amore, non solo quello familiare o di coppia, ma il legame universale fra le persone, la natura, il passato, le radici, sembra oggi un tabu, un segno di debolezza; si scopre il fianco ad essere troppo amorevoli e gentili. E invece Sara sparge amore a piene mani fra le pagine di questo libro; l’amore che cura, riempie, e offre punti di vista a un metro da terra, ché la giusta distanza dalle cose aiuta sempre.

La base sicura negli uomini attecchisce unicamente in presenza di amore incondizionato, è solo questo il nostro terreno buono, la giusta esposizione. In assenza di riserve, l’uomo può radicarsi a terra e sopportare anche le frustrazioni, la nostalgia, la fatica.

“Mostra, non dire”. Consigli d’autore per scrivere (e leggere) meglio

“Nun lo famo, ‘o dimo”.

Il guaio dei nostri tempi, la genesi del “sei troppo didascalico”, leit motif di tantissime schede di valutazione di manoscritti inediti e non solo. Concetto che gli sceneggiatori di Boris hanno azzeccato in pieno.
Se non ci sono i soldi (le competenze, le possibilità, il talento) di mostrare un avvenimento, un carattere, un aspetto del personaggio – il famoso “show, don’t tell”, mantra di tante scuole di scrittura creativa – allora parte il racconto di quanto accaduto, e che ha condotto a un determinato punto, attraverso lo “spiegone”.

Nel caso di Boris, la produzione non aveva i fondi per scene elaborate. Chi scrive un romanzo, o una serie, pare presupporre, a volte, il non poter contare sul lettore; quindi si pone come guida, muove le gambe al posto suo, e attiva immaginari sottotitoli con audiodescrizione.
Se un personaggio ha utilizzato, per esempio, un determinato farmaco e dopo venti minuti tracce di quel farmaco vengono trovate sulla scena del crimine, si sente la necessità di dire, appunto, che quel farmaco proprio quello era stato usato dal tizio poco prima, come se lo spettatore fosse stupido, o distratto. Capisco il voler intrattenere, senza stressare, ma così è proprio troppo.

Come antidoto alla cattiva scrittura, di cui Nun lo famo, ‘o dimo è solo uno dei sintomi, vengono in soccorso tanti libri di scrittori che condividono il loro punto di vista in maniera diversa; ne scelgo tre: una raccolta di epistole, un volume prezioso e originale, una biografia particolare. Continua a leggere

Sempre tornare di Daniele Mencarelli (Mondadori 2021)

Sempre tornare è il libro che chiude la trilogia di Daniele Mencarelli; in ordine cronologico, è il primo della serie, ma mai come in questo caso il suo “posto” è a conclusione di un percorso a ritroso.
Il centro di questo romanzo è il viaggio, topos che da sempre rappresenta la crescita, il passaggio, la scoperta. In questo romanzo, va oltre la sua stessa funzione e dialoga direttamente con il lettore, rispondendo alle tante domande che i due romanzi precedenti lasciano senza risposta.
Daniele ha diciassette anni e ancora non sa (a differenza del lettore) che andrà incontro a difficoltà, dipendenze e un altro viaggio, un percorso di riabilitazione lungo, ma efficace.

Ogni volta che mi è capitato di venire a contatto con una persona dipendente da droghe o alcol, ho cercato di capire quale storia o quali storie la abbiano condotta fino a quello che per molti è un baratro, un abisso da cui è impossibile risalire. Mi hanno sempre affascinato gli aspetti dell’animo umano che conducono verso l’autodistruzione consapevole, e non ho mai creduto alla tesi univoca delle “cattive compagnie”, o dei “problemi in famiglia”.

Daniele Mencarelli, con la cifra che lo contraddistingue fin dal suo esordio, ovvero un’onestà totale, che non nasconde nemmeno gli aspetti più bassi e oscuri, la carne viva esposta agli occhi di chi con curiosità e un minimo di imbarazzo si ferma a “osservarlo”, racconta la genesi di un disagio profondo, che a tratti sembra irreversibile.
Il giovanissimo Daniele ci conduce in un viaggio a tappe (autostop, incontri, scontri) dall’Italia adriatica delle discoteche e delle vacanze, verso Roma e verso la sua famiglia, guscio incrollabile della sua infanzia e allo stesso tempo, forse, gabbia della sua età adulta. Continua a leggere

Senza di Lanfranco Caminiti (minimum fax, 2021)

“Se non raccontiamo l’inverno, non arriverà mai primavera”. Parto da qui, da questo post che Lanfranco Caminiti ha lasciato in bacheca il 1 gennaio.
Dicono che un lutto vada “elaborato”. Credo invece che vada attraversato, e questo piccolo e prezioso romanzo ne è la dimostrazione nero su bianco.
Attraversare un lutto significa prendere coscienza del “fatto” che la persona amata non ci sia più, che non si possa più parlare con lei (con Paola, nel suo caso), abbracciarla, programmare il futuro, anche quello più prossimo e in apparenza banale, come andare a fare la spesa insieme.
Quindi, è utile ripercorrere la strada prima del lutto, senza dimenticare che “quel” cammino è finito e si deve scegliere un altro sentiero. Impervio, accidentato, ma necessario.

Mia nonna diceva sempre: “Amaru a ccu mori? Amaru a ccu resta!”. Chi resta deve infatti fare i conti con il vuoto, che si riempie solo di mancanza; un puzzle di tutti i momenti passati insieme, scampoli di vita che si cercano di mettere da parte, e a volte si tracciano, nero su bianco, come fossero puntini da unire per rileggere il passato e cercare di immaginare un futuro anche “senza”. Ed è quello che fa Lanfranco Caminiti in questo romanzo molto atteso: traccia una mappa della mancanza e racconta la trasformazione di un’unione, un matrimonio, in vedovanza.

Il romanzo inizia con uno spartiacque, tangibile, concreto, fra la vita “con” e la vita “senza”:

L’avrebbero vestita le sue nipoti. Io diedi loro l’abito che aveva comprato da poco e una camicia di percalle. L’abito era rosa antico e smanicato. E Paola non girava mai a braccia nude, le sembrava poco elegante.

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Colpo su colpo di Riccardo Gazzaniga (Rizzoli 2019)

Un libro di quasi tre anni fa, di cui è sempre bene parlare, soprattutto adesso.

Bullismo, omofobia, violenza di genere. Quando avevo quattordici, quindici anni non se ne parlava tanto quanto se ne parla oggi, non avevano un nome mani addosso in ricreazione, penne e le matite spezzate ogni giorno, il branco che si coalizzava contro i più deboli. C’era tutto, non amplificato da smartphone, chat, social, ma c’era, e scavava ferite profonde che che bruciano a distanza di anni.
Da mamma di una figlia alle soglie dell’adolescenza, sono entrata con un tale carico di emozioni in questo libro che ancora, dopo tanto tempo, me lo sento addosso e penso che invitare sempre più persone (genitori soprattutto) a leggerlo possa portare a un cambio di rotta. 

Uno specchio dei nostri tempi, ecco cos’è Colpo su colpo, in poche parole, e un’occasione per aprire una finestra sul mondo dei ragazzi, che sembra sempre più lontano.
Da un lato c’è Giada, che a 16 anni ama un’altra ragazza (e vive con i sensi di colpa nei confronti di un padre poliziotto e una madre “dura e pura”, almeno sulla carta. E per esigenze professionali). Dall’altro, ragazzi come lei, frustrati, irrisolti, a cui sarebbe servita quella educazione ai sentimenti, quella “educazione emotiva” tanto assente da ogni programma scolastico e da tanti progetti familiari. I due mondi, inevitabilmente, si scontrano e sono i più forti (che in realtà sono i più deboli) a prevalere, sopraffare, bullizzare chi va contro i loro (indotti, falsi, di facciata) principi. Nell’epoca del bullismo 2.0, delle foto costruite ad arte con gli smartphone, dei ricatti, della violenza domestica, la sopraffazione, ci troviamo di fronte a diversi modi di agire e reagire. Continua a leggere

Tutto quello che Yari Selvetella sa sull’amore. Intervista all’autore del romanzo Le regole degli amanti.

Seguo Yari Selvetella da quindici anni e ogni libro, ogni intervista non è “solo” una lettura, ma un’esperienza. Il suo ultimo romanzo, Le regole degli amanti (Bompiani, 2020), è stato la mia ultima lettura dell’anno e mi ha messo a confronto con me stessa e con l’idea di amore, di relazione, che ho, che abbiamo più o meno tutti, lasciandomi tanti interrogativi. Alcune di quelle domande sono state oggetto di questa intervista, in cui parliamo sì, di amore, ma anche di scrittura, lettura, necessità e futuro.

Mia mamma dice sempre: “Tanto prima o poi l’amante diventa come il marito”. Mi ha sempre colpito l’evoluzione nel rapporto fra coppie clandestine, che tu hai reso alla perfezione, in questo rapporto fra Iole e Sandro che, contrariamente a quanto si immagina quando si pensa agli amanti, dura trent’anni. Attraversano infatti un primo periodo 100% passione, poi complicità intellettuale, fino a implicazioni più “terrene” e non sempre entusiasmanti. Come hai immaginato il cammino di questa coppia?

Mi pare che in questo periodo gli scrittori si preoccupino molto di proteggere le loro storie, per così dire, con degli scudi. Utilizziamo degli elementi e degli stratagemmi sottilmente ricattatori nei confronti del lettore. Me ne sono accorto dopo aver pubblicato Le stanze dell’addio. In quel caso il protagonista, proprio come il suo autore, era un vedovo, e questo generava nel lettore una serie di reazioni più o meno consapevoli. Ora, siccome in Italia i romanzi spesso si dividono in quelli che bisogna avere coraggio e argomenti per criticare e quelli che hanno bisogno di coraggio e argomenti per essere segnalati al pubblico e difesi, mi sembra che l’elemento del lutto abbia sospinto il mio romanzo nella prima categoria. Ma non perché io ritenga Le stanze dell’addio poco riuscito, al contrario lo considero migliore di quello che si pensi, ma migliore – se posso dire – per motivi diversi, che non riguardano la mia storia personale. Insomma a un certo punto in quei panni mi sono sentito a disagio e così ho deciso che stavolta volevo scrivere un romanzo con dei protagonisti dai comportamenti opinabili. E ho pensato agli amanti.
Ovviamente anche a un argomento del genere, così esplorato, ci si può avvicinare accarezzando il lettore e cioè, fondamentalmente, occupandosi del senso di colpa, del tema morale del tradimento e così via. Invece no, mi sono detto, voglio proprio vedere se la mia scrittura tiene la storia di due benestanti che se la spassano in barba alle rispettive famiglie, che viaggiano, leggono, mangiano spaghetti in riva al mare e bevono vino bianco fresco come in una canzone di Paolo Conte. Oggi più che opinioni si cercano pacche sulle spalle. Questo atteggiamento, però, anziché in un autentico impegno si traduce più spesso in un certo conformismo. Il pubblico gradisce, più o meno, poi fagocita e dimentica. Ho pensato che forse potevo mettermi un po’ di traverso. E insomma inizio a scrivere questo romanzo e mi capita qualcosa che non mi aspettavo. E cioè che di questi due mascalzoni, Iole e Sandro, finisco un po’ per innamorarmi, come di quei vecchi amici che si mettono sempre nei guai. Così li ho accompagnati, passo passo, nella loro lunga storia, li ho letti, tra torti e dolori, tra gioie e ragioni.

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Nadia Terranova, Come una storia d’amore

Nadia Terranova, Come una storia d’amore, Giulio Perrone editore, 2020, 100 pag., € 15.

Questo è l’incipit dell’ultimo racconto, quello che dà il titolo alla piccola, e densissima raccolta:

L’unica è raccontarsela come una storia d’amore, e per cominciare devi tornare indietro di quindici anni. Come quando eri appena scesa dal treno e ti sei tirata dietro il trolley, ed eravate immerse, tu e la valigia, nell’odore di fritto americano e pipì di via Giolitti, e andavi a passi solidi e decisi perché non ti importava delle buche, della spazzatura e delle cose che non funzionavano, eri venuta per restare e restando l’avresti capita: capire Roma è l’ultimo dei problemi, dopo che per abbatterli hai sparato a tutti gli altri. Ma siccome ai problemi non hai saputo sparare, allora li avevi lasciati sul treno, pigiati dentro una parola invecchiata: infanzia.

L’ho “regalato” (con la mia dizione sicula sporchissima e la lettura non proprio teatrale) alle amiche fuori sede. Un vocale whatsapp da ascoltare con calma. È come se Nadia Terranova fosse entrata nei nostri ricordi, nelle sensazioni di ragazze piene di futuro che lasciavano in un vagone, o su un traghetto, l’infanzia, quella in cui l’unica vita possibile era a Casa, e non in una città complicata come Roma. Il parallelo, poi, fra una relazione con un compagno, un marito e la città che si sceglie di sposare, lascia tanti punti interrogativi, tante domande, ben oltre la fine del racconto, e della raccolta.

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Intervista a Filippo Nicosia, libraio, scrittore

Filippo Nicosia ha iniziato la sua avventura con i libri, che ha sempre amato e “frequentato”, circa dieci anni fa, partendo da Messina, la sua città, con un furgone-libreria itinerante; ha percorso l’Italia, incontrato lettori, autori, appassionati per tanto tempo. Ha aperto poi una (bellissima!) libreria nella città dello Stretto e oggi è anche uno scrittore (di talento) con tre libri pubblicati: Pianissimo. Libri sulla strada (Terre di Mezzo, 2014), Un’invincibile estate (Giunti, 2017) e Come un animale (Mondadori, 2020).

Filippo, come sei arrivato da Leggiu, il furgone di Pianissimo, il tuo progetto da libraio itinerante, a una macchina ridotta ai minimi termini che accompagna il protagonista del tuo romanzo da un punto all’altro della sua vita?
Ci arrivo grazie al tempo. Con Pianissimo ho provato a evidenziare il tempo del viaggio e della lettura, che sono due tempi lunghi, almeno per me. Bisogna accettare che non tutto è semplice e veloce, anzi, mi sembra che ci sia molta ansia, molta fretta, vedo che bisogna fare e avere “tutto e subito” perché poi si invecchia si diventa obsoleti, superati.
Invece, Leggiu, il furgone di Pianissimo, portava tutti i segni dell’età e questa era la sua forza la sua bellezza. Viaggiare con lui a 25km orari mi ha dato la consapevolezza del passare del tempo, della sua ineluttabilità ma anche della sua gioia.
Allo stesso modo la macchina di Andrea, il protagonista del romanzo, che era stata tenuta “come nuova” comincia a vivere nel momento in cui si rompe mostrando di partecipare al tempo. E guarda caso questo piccolo incidente offre l’occasione di un incontro.

Leggendo il romanzo si ha l’impressione che il “te scrittore” sia cambiato rispetto al romanzo d’esordio Un’invincibile estate. Tu ti senti in qualche modo cambiato?
Sì, mi sento cambiato, non perché abbia convinzioni diverse rispetto a quattro anni fa; più che altro credo che ognuno non possa che diventare ciò che è, quindi in qualche modo somiglio ogni giorno di più a me stesso, con i miei pregi e i miei limiti, le mie storture, i miei successi e le mie sconfitte. Quello che posso dire con certezza è che rispetto a quattro anni fa provo un’emozione diversa di fronte alla lingua, alla pagina, sento una responsabilità ma anche una strana leggerezza che potrei riassumere con queste parole di Valery: “Si deve essere leggeri come l’uccello che vola, e non come la piuma”.

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Intervista a Sara Maria Serafini, rivista Risme

Intervistiamo Sara Maria Serafini, fondatrice e direttore editoriale di “Risme, la rivista che non devi spolverare”.

Sara, visto che voi di Risme lavorate con le parole (e con i racconti), ti propongo un gioco. Partiamo dai luoghi comuni più famosi e parliamo di voi.
Il primo, con cui sicuramente sarete stati tormentati:
In Italia non si leggono racconti, il racconto non vende
In parte è vero, si legge poco e si leggono più romanzi che racconti. Perché hai scelto di fondare una rivista di racconti (e illustrazioni, e anche in questo caso, si lotta per il dovuto riconoscimento)?

Ciao Francesca, innanzitutto grazie per averci coinvolto e dato voce con questa intervista molto originale. Per rispondere alla tua prima domanda, quella del racconto è una dimensione temporale completamente diversa da quella del romanzo. La storia lunga ti coinvolge pagina dopo pagina, il racconto, invece, deve saper catturarti in poche righe. Scrivere è un’arte complessa che, secondo me, deve passare attraverso la narrazione breve. Una rivista di racconti come la nostra, scaricabile gratuitamente dal web, che puoi stampare o leggere su un qualsiasi tablet, avvicina molte più persone alla lettura perché è una lettura da ritagli di tempo (ad esempio tra una metro e un’altra o nella mezz’ora della pausa pranzo), ma soprattutto dà la possibilità a molti autori validi di farsi leggere.

Hai voluto la bicicletta? E adesso pedala!
Ormai lo sanno tutti, e sul vostro sito, la presentazione del progetto è bella anche da leggere, oltre che per trarne informazioni; ma vale la pena ricordare come nasce Risme. Quando, come e perché avete scelto di… montare in bici e andare? Come si svolge la vostra vita di redazione?

Risme nasce da un mio desiderio nel settembre del 2018. Oddio sono passati già quasi due anni. Incredibile. Era una cosa con cui mi volevo misurare e così mi sono lanciata (che mi sembra il verbo più appropriato) in questo progetto con altre cinque persone che si occupano di scrittura. La vita di redazione è molto semplice: tutti leggiamo tutti i racconti, li valutiamo e editiamo quelli che vengono ritenuti adatti alla pubblicazione tra le nostre pagine. Continua a leggere

Intervista a Daniele Mencarelli, poeta, scrittore

Intervista a Daniele Mencarelli, poeta, autore di due romanzi, La casa degli sguardi (Mondadori 2018) e Tutto chiede salvezza, uscito il 25 febbraio, anch’esso per Mondadori, e incluso nella dozzina del Premio Strega. Lo abbiamo incontrato virtualmente e ci ha parlato di scrittura, malattia, abissi e salvezza.

Hai gestito questo romanzo non solo narrando in prima persona, ma dando al personaggio il tuo nome, come nel precedente; è una dichiarazione di autobiografia o una scelta stilistica? Questo romanzo rappresenta una sorta di prequel del tuo primo “La casa degli sguardi”?

Tutte e due le cose. In modo imprescindibile, una scelta di contenuto diventa anche scelta stilistica, formale. Anzi, alla fine conta quasi esclusivamente la resa della lingua, tutto quello che c’è prima diventa un elemento secondario. Oggi si fa un gran parlare di autofiction, fiction pura, memoir, solo per citare i primi generi che mi vengono in mente. Ma se ci pensi bene sono distinzioni pleonastiche. Quel che conta è se il libro, la lingua, funziona.
Sì, “Tutto chiede salvezza” rappresenta un passo più indietro nel tempo rispetto a “La casa degli sguardi”, l’idea è quella di costruire una trilogia biografica, andando sempre più a ritroso nel tempo. Il terzo e ultimo libro sarà l’inizio del mio viaggio nell’età adulta, un viaggio vero, fatto a 17 anni.

“Me sembra d’esse l’unico a rendese conto che semo tutti equilibristi, che da un momento all’altro uno smette de respirà e l’infilano dentro ‘na bara, come niente fosse, che er tempo me sembra come ‘n insulto, a te, a papà, e me ce incazzo”. Daniele è un ragazzo di vent’anni ai tempi del romanzo; perché non è felice e spensierato come molti ragazzi della sua età?

Perché sente su di sé una ferita che non sa come medicare. La sua ferita è la ferita dell’uomo che osserva i limiti della sua condizione, che ne vive il dramma e insieme la straordinaria opportunità. Un approccio all’esistenza che l’uomo contemporaneo ha dimenticato, rimosso, che ha patologizzato sino a farlo diventare una malattia vera e propria. Se la consapevolezza della propria condizione è una malattia, allora io sono malato, da sempre. Ma non ho inventato io la morte, il tempo, la sensazione che tutto mi chieda di essere interrogato, non ho chiesto io di sentire dietro tutto un senso da cercare.

Nel romanzo parli di abisso; che significato ha per te “toccare l’abisso”? È qualcosa che chi è malato, disagiato o fa uso di droghe teme o una meta verso cui tendere?

Entrambe le cose. Chi abusa di una sostanza sino a sviluppare una dipendenza, e a me è capitato, ma anche chi vive il disagio mentale, è attratto e al tempo stesso terrorizzato dal male che cova dentro di sé. È schiacciato da due forze opposte, da una parte l’autodistruzione, dall’altra l’istinto di sopravvivenza. Per fortuna a prevalere è quasi sempre quest’ultimo. Personalmente, la profondità del mio abisso, almeno il punto più basso in cui io sono disceso, non è stato grazie o per colpa delle sostanze. È successo un’estate di qualche anno fa. Lì ho scoperto cosa significa avere terrore della pazzia. Continua a leggere

Dall’idea alla pubblicazione: Daniel Albizzati e il suo romanzo d’esordio con Fazi editore

Daniel Albizzati ha esordito con un nome importante, Fazi, e un romanzo dalla trama originale e lo stile che sicuramente colpisce. Ha scelto di raccontare la storia di un ragazzo che vive ai giorni nostri, ma pensa, parla e si comporta come un personaggio di un romanzo del secolo scorso. Una sorta di distopia al contrario, ambientata in un passato che si insinua nel presente con abiti antichi, favella ricercata, e la figura molto ben caratterizzata di un ragazzo giovane che non conosce i social, ignora i nuovi metodi per conquistare una ragazza e si affida a un amico che lo istruisce sulle piccole strategie del vivere quotidiano, un po’ come il professor Higgins con Eliza Doolittle, o Cirano per Cristiano. In questo romanzo si trova la parentesi rosa, il colpo di scena, una lettura piacevole e a tratti sorprendente per le capacità linguistiche di un autore che sperimenta vari registri.
Daniel Albizzati può essere un esempio concreto per tanti aspiranti scrittori in cerca di strade e percorsi da intraprendere. Abbiamo chiesto a lui di raccontarci “come ha fatto”.

Daniel, tu hai pubblicato il tuo primo romanzo con una casa editrice importante; raccontaci com’è andata. Da quanto tempo avevi in cantiere Le avventure di Mercuzio?
Ho pubblicato con Fazi Editore, una casa editrice italiana molto importante con cui mi sono trovato molto bene. Dopo aver consegnato personalmente una copia cartacea del mio romanzo a Elido Fazi sono stato contattato circa una settimana dopo. Gli era piaciuto. Ho cominciato a scrivere Le avventure di Mercuzio su richiesta di un amico che voleva far uscire sulla sua rivista (Il bestiario degli italiani) un romanzo a puntate. Una specie di feuilleton moderno. Ho scritto un episodio, poi un altro, e alla fine, dopo circa nove mesi, tra lavoro e università, mi sono accorto di aver concluso un romanzo. Una volta finito ci ho lavorato per altri due mesi e poi l’ho consegnato. Continua a leggere