
Intervista a Daniele Mencarelli, poeta, autore di due romanzi, La casa degli sguardi (Mondadori 2018) e Tutto chiede salvezza, uscito il 25 febbraio, anch’esso per Mondadori, e incluso nella dozzina del Premio Strega. Lo abbiamo incontrato virtualmente e ci ha parlato di scrittura, malattia, abissi e salvezza.
Hai gestito questo romanzo non solo narrando in prima persona, ma dando al personaggio il tuo nome, come nel precedente; è una dichiarazione di autobiografia o una scelta stilistica? Questo romanzo rappresenta una sorta di prequel del tuo primo “La casa degli sguardi”?
Tutte e due le cose. In modo imprescindibile, una scelta di contenuto diventa anche scelta stilistica, formale. Anzi, alla fine conta quasi esclusivamente la resa della lingua, tutto quello che c’è prima diventa un elemento secondario. Oggi si fa un gran parlare di autofiction, fiction pura, memoir, solo per citare i primi generi che mi vengono in mente. Ma se ci pensi bene sono distinzioni pleonastiche. Quel che conta è se il libro, la lingua, funziona.
Sì, “Tutto chiede salvezza” rappresenta un passo più indietro nel tempo rispetto a “La casa degli sguardi”, l’idea è quella di costruire una trilogia biografica, andando sempre più a ritroso nel tempo. Il terzo e ultimo libro sarà l’inizio del mio viaggio nell’età adulta, un viaggio vero, fatto a 17 anni.
“Me sembra d’esse l’unico a rendese conto che semo tutti equilibristi, che da un momento all’altro uno smette de respirà e l’infilano dentro ‘na bara, come niente fosse, che er tempo me sembra come ‘n insulto, a te, a papà, e me ce incazzo”. Daniele è un ragazzo di vent’anni ai tempi del romanzo; perché non è felice e spensierato come molti ragazzi della sua età?
Perché sente su di sé una ferita che non sa come medicare. La sua ferita è la ferita dell’uomo che osserva i limiti della sua condizione, che ne vive il dramma e insieme la straordinaria opportunità. Un approccio all’esistenza che l’uomo contemporaneo ha dimenticato, rimosso, che ha patologizzato sino a farlo diventare una malattia vera e propria. Se la consapevolezza della propria condizione è una malattia, allora io sono malato, da sempre. Ma non ho inventato io la morte, il tempo, la sensazione che tutto mi chieda di essere interrogato, non ho chiesto io di sentire dietro tutto un senso da cercare.
Nel romanzo parli di abisso; che significato ha per te “toccare l’abisso”? È qualcosa che chi è malato, disagiato o fa uso di droghe teme o una meta verso cui tendere?
Entrambe le cose. Chi abusa di una sostanza sino a sviluppare una dipendenza, e a me è capitato, ma anche chi vive il disagio mentale, è attratto e al tempo stesso terrorizzato dal male che cova dentro di sé. È schiacciato da due forze opposte, da una parte l’autodistruzione, dall’altra l’istinto di sopravvivenza. Per fortuna a prevalere è quasi sempre quest’ultimo. Personalmente, la profondità del mio abisso, almeno il punto più basso in cui io sono disceso, non è stato grazie o per colpa delle sostanze. È successo un’estate di qualche anno fa. Lì ho scoperto cosa significa avere terrore della pazzia. Continua a leggere→