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Fra le righe degli altri: Sara Maria Serafini

Sara Maria Serafini, immersa nelle parole e nelle storie fin da bambina, insegnante in una scuola secondaria, emigrata al contrario da Milano alla Calabria, ha scritto quattro romanzi editi da Morellini (più uno che scoprirete in questa intervista) e tantissimi racconti.
È la coraggiosa fondatrice della rivista Risme e sui social racconta storie di scuola, di vita e di libri che è un piacere leggere.
Conosciamo qui Sara Maria lettrice, prima che scrittrice.

Ricordi il primo libro che hai incontrato?
La prima lettura in assoluto sono i fumetti di Paperino, ho ancora tutta la collezione dei Paperino Mese sulla mensola della mia cameretta di bambina. Ogni tanto scorro i dorsi delle copertine colorate e metallizzate, bellissime. Paperino è nato nel mio giorno, il 9 giugno, ma l’ho scoperto anni dopo. Mi sembra una coincidenza bellissima che sia stato il protagonista delle prime storie che ho letto.
Il primo vero romanzo, invece, è stato Il giornalino di Gian Burrasca di Vamba, me l’ha regalato mia madre in una mattina assolata in cui passeggiavamo insieme.

Che lettrice eri da bambina, ragazza?
Una lettrice appassionata. Spesso rimanevo sveglia di notte perché i personaggi mi avevano rapita, volevo sapere come andava a finire la vicenda. A pensarci, mi accade ancora adesso. Chiaramente non con tutti i libri che mi capita di leggere… con i più belli!

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Fra le righe degli altri: intervista a Demetrio Paolin

Iniziamo questo nuovo ciclo di interviste con uno scrittore che seguo da anni, Demetrio Paolin. Insegnante, collabora con il Corriere della sera e altre riviste. Ha scritto romanzi, con Conforme alla gloria (Voland) è stato tra i finalisti del Premio Strega 2016; se non lo avete letto, fatelo, è un romanzo che non si dimentica.
Dopo questa intervista, ho pensato (ancora una volta) che chi incontra Paolin scrittore è fortunato, e sono fortunati anche i suoi alunni/allievi.

Demetrio, ricordi il primo libro che hai incontrato?
Il ricordo del mio primo libro è legato all’invidia. Non ho idea, quindi, se il resto della mia esistenza, quella di lettore almeno, sia “viziata” da questa emozione, ma andiamo avanti. Mi ricordo che ero all’asilo, l’anno prima delle elementari, di pomeriggio, quando le maestre ti obbligavano, ma poi perché?, a fare una sorta di riposino. Ecco in quella situazione di penombra ho visto una mia compagna, che invece di dormire leggeva un libro: un albo di Topolino. L’invidia è stata duplice: leggere mi è parsa subito una cosa da grandi e io in qualche modo ne ero escluso e il libro mi è parso un oggetto che permetteva di rompere la noia dell’esistere quotidiano.
Il primo libro letto da piccolo, l’ho già raccontato altre volte, e con volontà di leggerlo è stata la Bibbia, In casa avevamo quello e quello ho letto. C’è chi ha letto le storie dei pirati e chi quelle di Noè, entrambe debbo dire divertenti.

Che lettore eri da bambino, ragazzo?
Disordinato, ho letto molto senza un costrutto e una ragione, la mia era una casa con pochi libri, i miei genitori non avevano continuato gli studi, erano andati a lavorare e venivano da famiglie di grandi lavoratori, che non appartenevano a quel ceto medio-borghese colto del dopoguerra, non c’è mai stata nelle mie memorie di fanciullo l’immagine della visita nella biblioteca del genitore o del nonno come una sorta di entrata nell’Eden. Quindi ho letto sempre voracemente e senza un vero criterio, un amico più grande che si lamentava perché a scuola l’avevano obbligato a leggere Uomini e topi, ok l’avrei letto, o L’almanacco del giorno dopo parlava di Baudelaire e de I fiori del male, mi facevo portare da mio padre in libreria in città, nel paese dove vivevo non c’era una libreria, anzi non c’è tuttora, e compravo il libro e lo leggevo. Dopo anni ho qualche migliaio di libri, tra casa dei miei e casa dove vivo, non riesco a liberarmene, e ne compro di nuovi sempre, perché sono rimasto curioso e disordinato come il bambino che sono stato.

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Infinito Moonlit, la magia della scrittura

Per fare spazio a quanto di bello abbiamo nella vita, a volte dobbiamo eliminare tutto, ridurre all’osso le nostre giornate, i nostri contatti e assaporare il vuoto(pieno) attorno a noi.

Teresa e Maria, madre (figlia di una madre complicata e fredda) e figlia (amatissima, di Teresa e Moussa), lasciano tutto e si trasferiscono in una casa nel bosco. Passeggiano, accendono fuochi di notte, raccolgono erbe, parlano e pensano. E iniziano a stabilire connessioni, fra loro e con i mondi sottili, che possono essere la pura energia che ci avvolge, gli spiriti guida, ciò che eravamo e non ricordiamo, sicuramente presenze amorevoli di cui non ci accorgiamo e che invece si accorgono di noi.

Solo dopo aver fatto spazio ed essere arrivati all’essenziale, si può tornare alla vita di tutti i giorni, e affrontare le delusioni (un matrimonio finito e un uomo sbagliato, nel caso di Teresa; i piccoli screzi, a scuola, i pregiudizi, le riserve per Maria) con più leggerezza e il cuore pieno di bellezza.

Parlare d’amore, non solo quello familiare o di coppia, ma il legame universale fra le persone, la natura, il passato, le radici, sembra oggi un tabu, un segno di debolezza; si scopre il fianco ad essere troppo amorevoli e gentili. E invece Sara sparge amore a piene mani fra le pagine di questo libro; l’amore che cura, riempie, e offre punti di vista a un metro da terra, ché la giusta distanza dalle cose aiuta sempre.

La base sicura negli uomini attecchisce unicamente in presenza di amore incondizionato, è solo questo il nostro terreno buono, la giusta esposizione. In assenza di riserve, l’uomo può radicarsi a terra e sopportare anche le frustrazioni, la nostalgia, la fatica.

“Mostra, non dire”. Consigli d’autore per scrivere (e leggere) meglio

“Nun lo famo, ‘o dimo”.

Il guaio dei nostri tempi, la genesi del “sei troppo didascalico”, leit motif di tantissime schede di valutazione di manoscritti inediti e non solo. Concetto che gli sceneggiatori di Boris hanno azzeccato in pieno.
Se non ci sono i soldi (le competenze, le possibilità, il talento) di mostrare un avvenimento, un carattere, un aspetto del personaggio – il famoso “show, don’t tell”, mantra di tante scuole di scrittura creativa – allora parte il racconto di quanto accaduto, e che ha condotto a un determinato punto, attraverso lo “spiegone”.

Nel caso di Boris, la produzione non aveva i fondi per scene elaborate. Chi scrive un romanzo, o una serie, pare presupporre, a volte, il non poter contare sul lettore; quindi si pone come guida, muove le gambe al posto suo, e attiva immaginari sottotitoli con audiodescrizione.
Se un personaggio ha utilizzato, per esempio, un determinato farmaco e dopo venti minuti tracce di quel farmaco vengono trovate sulla scena del crimine, si sente la necessità di dire, appunto, che quel farmaco proprio quello era stato usato dal tizio poco prima, come se lo spettatore fosse stupido, o distratto. Capisco il voler intrattenere, senza stressare, ma così è proprio troppo.

Come antidoto alla cattiva scrittura, di cui Nun lo famo, ‘o dimo è solo uno dei sintomi, vengono in soccorso tanti libri di scrittori che condividono il loro punto di vista in maniera diversa; ne scelgo tre: una raccolta di epistole, un volume prezioso e originale, una biografia particolare. Continua a leggere

Senza di Lanfranco Caminiti (minimum fax, 2021)

“Se non raccontiamo l’inverno, non arriverà mai primavera”. Parto da qui, da questo post che Lanfranco Caminiti ha lasciato in bacheca il 1 gennaio.
Dicono che un lutto vada “elaborato”. Credo invece che vada attraversato, e questo piccolo e prezioso romanzo ne è la dimostrazione nero su bianco.
Attraversare un lutto significa prendere coscienza del “fatto” che la persona amata non ci sia più, che non si possa più parlare con lei (con Paola, nel suo caso), abbracciarla, programmare il futuro, anche quello più prossimo e in apparenza banale, come andare a fare la spesa insieme.
Quindi, è utile ripercorrere la strada prima del lutto, senza dimenticare che “quel” cammino è finito e si deve scegliere un altro sentiero. Impervio, accidentato, ma necessario.

Mia nonna diceva sempre: “Amaru a ccu mori? Amaru a ccu resta!”. Chi resta deve infatti fare i conti con il vuoto, che si riempie solo di mancanza; un puzzle di tutti i momenti passati insieme, scampoli di vita che si cercano di mettere da parte, e a volte si tracciano, nero su bianco, come fossero puntini da unire per rileggere il passato e cercare di immaginare un futuro anche “senza”. Ed è quello che fa Lanfranco Caminiti in questo romanzo molto atteso: traccia una mappa della mancanza e racconta la trasformazione di un’unione, un matrimonio, in vedovanza.

Il romanzo inizia con uno spartiacque, tangibile, concreto, fra la vita “con” e la vita “senza”:

L’avrebbero vestita le sue nipoti. Io diedi loro l’abito che aveva comprato da poco e una camicia di percalle. L’abito era rosa antico e smanicato. E Paola non girava mai a braccia nude, le sembrava poco elegante.

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Colpo su colpo di Riccardo Gazzaniga (Rizzoli 2019)

Un libro di quasi tre anni fa, di cui è sempre bene parlare, soprattutto adesso.

Bullismo, omofobia, violenza di genere. Quando avevo quattordici, quindici anni non se ne parlava tanto quanto se ne parla oggi, non avevano un nome mani addosso in ricreazione, penne e le matite spezzate ogni giorno, il branco che si coalizzava contro i più deboli. C’era tutto, non amplificato da smartphone, chat, social, ma c’era, e scavava ferite profonde che che bruciano a distanza di anni.
Da mamma di una figlia alle soglie dell’adolescenza, sono entrata con un tale carico di emozioni in questo libro che ancora, dopo tanto tempo, me lo sento addosso e penso che invitare sempre più persone (genitori soprattutto) a leggerlo possa portare a un cambio di rotta. 

Uno specchio dei nostri tempi, ecco cos’è Colpo su colpo, in poche parole, e un’occasione per aprire una finestra sul mondo dei ragazzi, che sembra sempre più lontano.
Da un lato c’è Giada, che a 16 anni ama un’altra ragazza (e vive con i sensi di colpa nei confronti di un padre poliziotto e una madre “dura e pura”, almeno sulla carta. E per esigenze professionali). Dall’altro, ragazzi come lei, frustrati, irrisolti, a cui sarebbe servita quella educazione ai sentimenti, quella “educazione emotiva” tanto assente da ogni programma scolastico e da tanti progetti familiari. I due mondi, inevitabilmente, si scontrano e sono i più forti (che in realtà sono i più deboli) a prevalere, sopraffare, bullizzare chi va contro i loro (indotti, falsi, di facciata) principi. Nell’epoca del bullismo 2.0, delle foto costruite ad arte con gli smartphone, dei ricatti, della violenza domestica, la sopraffazione, ci troviamo di fronte a diversi modi di agire e reagire. Continua a leggere

Tutto quello che Yari Selvetella sa sull’amore. Intervista all’autore del romanzo Le regole degli amanti.

Seguo Yari Selvetella da quindici anni e ogni libro, ogni intervista non è “solo” una lettura, ma un’esperienza. Il suo ultimo romanzo, Le regole degli amanti (Bompiani, 2020), è stato la mia ultima lettura dell’anno e mi ha messo a confronto con me stessa e con l’idea di amore, di relazione, che ho, che abbiamo più o meno tutti, lasciandomi tanti interrogativi. Alcune di quelle domande sono state oggetto di questa intervista, in cui parliamo sì, di amore, ma anche di scrittura, lettura, necessità e futuro.

Mia mamma dice sempre: “Tanto prima o poi l’amante diventa come il marito”. Mi ha sempre colpito l’evoluzione nel rapporto fra coppie clandestine, che tu hai reso alla perfezione, in questo rapporto fra Iole e Sandro che, contrariamente a quanto si immagina quando si pensa agli amanti, dura trent’anni. Attraversano infatti un primo periodo 100% passione, poi complicità intellettuale, fino a implicazioni più “terrene” e non sempre entusiasmanti. Come hai immaginato il cammino di questa coppia?

Mi pare che in questo periodo gli scrittori si preoccupino molto di proteggere le loro storie, per così dire, con degli scudi. Utilizziamo degli elementi e degli stratagemmi sottilmente ricattatori nei confronti del lettore. Me ne sono accorto dopo aver pubblicato Le stanze dell’addio. In quel caso il protagonista, proprio come il suo autore, era un vedovo, e questo generava nel lettore una serie di reazioni più o meno consapevoli. Ora, siccome in Italia i romanzi spesso si dividono in quelli che bisogna avere coraggio e argomenti per criticare e quelli che hanno bisogno di coraggio e argomenti per essere segnalati al pubblico e difesi, mi sembra che l’elemento del lutto abbia sospinto il mio romanzo nella prima categoria. Ma non perché io ritenga Le stanze dell’addio poco riuscito, al contrario lo considero migliore di quello che si pensi, ma migliore – se posso dire – per motivi diversi, che non riguardano la mia storia personale. Insomma a un certo punto in quei panni mi sono sentito a disagio e così ho deciso che stavolta volevo scrivere un romanzo con dei protagonisti dai comportamenti opinabili. E ho pensato agli amanti.
Ovviamente anche a un argomento del genere, così esplorato, ci si può avvicinare accarezzando il lettore e cioè, fondamentalmente, occupandosi del senso di colpa, del tema morale del tradimento e così via. Invece no, mi sono detto, voglio proprio vedere se la mia scrittura tiene la storia di due benestanti che se la spassano in barba alle rispettive famiglie, che viaggiano, leggono, mangiano spaghetti in riva al mare e bevono vino bianco fresco come in una canzone di Paolo Conte. Oggi più che opinioni si cercano pacche sulle spalle. Questo atteggiamento, però, anziché in un autentico impegno si traduce più spesso in un certo conformismo. Il pubblico gradisce, più o meno, poi fagocita e dimentica. Ho pensato che forse potevo mettermi un po’ di traverso. E insomma inizio a scrivere questo romanzo e mi capita qualcosa che non mi aspettavo. E cioè che di questi due mascalzoni, Iole e Sandro, finisco un po’ per innamorarmi, come di quei vecchi amici che si mettono sempre nei guai. Così li ho accompagnati, passo passo, nella loro lunga storia, li ho letti, tra torti e dolori, tra gioie e ragioni.

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Nadia Terranova, Come una storia d’amore

Nadia Terranova, Come una storia d’amore, Giulio Perrone editore, 2020, 100 pag., € 15.

Questo è l’incipit dell’ultimo racconto, quello che dà il titolo alla piccola, e densissima raccolta:

L’unica è raccontarsela come una storia d’amore, e per cominciare devi tornare indietro di quindici anni. Come quando eri appena scesa dal treno e ti sei tirata dietro il trolley, ed eravate immerse, tu e la valigia, nell’odore di fritto americano e pipì di via Giolitti, e andavi a passi solidi e decisi perché non ti importava delle buche, della spazzatura e delle cose che non funzionavano, eri venuta per restare e restando l’avresti capita: capire Roma è l’ultimo dei problemi, dopo che per abbatterli hai sparato a tutti gli altri. Ma siccome ai problemi non hai saputo sparare, allora li avevi lasciati sul treno, pigiati dentro una parola invecchiata: infanzia.

L’ho “regalato” (con la mia dizione sicula sporchissima e la lettura non proprio teatrale) alle amiche fuori sede. Un vocale whatsapp da ascoltare con calma. È come se Nadia Terranova fosse entrata nei nostri ricordi, nelle sensazioni di ragazze piene di futuro che lasciavano in un vagone, o su un traghetto, l’infanzia, quella in cui l’unica vita possibile era a Casa, e non in una città complicata come Roma. Il parallelo, poi, fra una relazione con un compagno, un marito e la città che si sceglie di sposare, lascia tanti punti interrogativi, tante domande, ben oltre la fine del racconto, e della raccolta.

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Intervista a Filippo Nicosia, libraio, scrittore

Filippo Nicosia ha iniziato la sua avventura con i libri, che ha sempre amato e “frequentato”, circa dieci anni fa, partendo da Messina, la sua città, con un furgone-libreria itinerante; ha percorso l’Italia, incontrato lettori, autori, appassionati per tanto tempo. Ha aperto poi una (bellissima!) libreria nella città dello Stretto e oggi è anche uno scrittore (di talento) con tre libri pubblicati: Pianissimo. Libri sulla strada (Terre di Mezzo, 2014), Un’invincibile estate (Giunti, 2017) e Come un animale (Mondadori, 2020).

Filippo, come sei arrivato da Leggiu, il furgone di Pianissimo, il tuo progetto da libraio itinerante, a una macchina ridotta ai minimi termini che accompagna il protagonista del tuo romanzo da un punto all’altro della sua vita?
Ci arrivo grazie al tempo. Con Pianissimo ho provato a evidenziare il tempo del viaggio e della lettura, che sono due tempi lunghi, almeno per me. Bisogna accettare che non tutto è semplice e veloce, anzi, mi sembra che ci sia molta ansia, molta fretta, vedo che bisogna fare e avere “tutto e subito” perché poi si invecchia si diventa obsoleti, superati.
Invece, Leggiu, il furgone di Pianissimo, portava tutti i segni dell’età e questa era la sua forza la sua bellezza. Viaggiare con lui a 25km orari mi ha dato la consapevolezza del passare del tempo, della sua ineluttabilità ma anche della sua gioia.
Allo stesso modo la macchina di Andrea, il protagonista del romanzo, che era stata tenuta “come nuova” comincia a vivere nel momento in cui si rompe mostrando di partecipare al tempo. E guarda caso questo piccolo incidente offre l’occasione di un incontro.

Leggendo il romanzo si ha l’impressione che il “te scrittore” sia cambiato rispetto al romanzo d’esordio Un’invincibile estate. Tu ti senti in qualche modo cambiato?
Sì, mi sento cambiato, non perché abbia convinzioni diverse rispetto a quattro anni fa; più che altro credo che ognuno non possa che diventare ciò che è, quindi in qualche modo somiglio ogni giorno di più a me stesso, con i miei pregi e i miei limiti, le mie storture, i miei successi e le mie sconfitte. Quello che posso dire con certezza è che rispetto a quattro anni fa provo un’emozione diversa di fronte alla lingua, alla pagina, sento una responsabilità ma anche una strana leggerezza che potrei riassumere con queste parole di Valery: “Si deve essere leggeri come l’uccello che vola, e non come la piuma”.

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Intervista a Sara Maria Serafini, rivista Risme

Intervistiamo Sara Maria Serafini, fondatrice e direttore editoriale di “Risme, la rivista che non devi spolverare”.

Sara, visto che voi di Risme lavorate con le parole (e con i racconti), ti propongo un gioco. Partiamo dai luoghi comuni più famosi e parliamo di voi.
Il primo, con cui sicuramente sarete stati tormentati:
In Italia non si leggono racconti, il racconto non vende
In parte è vero, si legge poco e si leggono più romanzi che racconti. Perché hai scelto di fondare una rivista di racconti (e illustrazioni, e anche in questo caso, si lotta per il dovuto riconoscimento)?

Ciao Francesca, innanzitutto grazie per averci coinvolto e dato voce con questa intervista molto originale. Per rispondere alla tua prima domanda, quella del racconto è una dimensione temporale completamente diversa da quella del romanzo. La storia lunga ti coinvolge pagina dopo pagina, il racconto, invece, deve saper catturarti in poche righe. Scrivere è un’arte complessa che, secondo me, deve passare attraverso la narrazione breve. Una rivista di racconti come la nostra, scaricabile gratuitamente dal web, che puoi stampare o leggere su un qualsiasi tablet, avvicina molte più persone alla lettura perché è una lettura da ritagli di tempo (ad esempio tra una metro e un’altra o nella mezz’ora della pausa pranzo), ma soprattutto dà la possibilità a molti autori validi di farsi leggere.

Hai voluto la bicicletta? E adesso pedala!
Ormai lo sanno tutti, e sul vostro sito, la presentazione del progetto è bella anche da leggere, oltre che per trarne informazioni; ma vale la pena ricordare come nasce Risme. Quando, come e perché avete scelto di… montare in bici e andare? Come si svolge la vostra vita di redazione?

Risme nasce da un mio desiderio nel settembre del 2018. Oddio sono passati già quasi due anni. Incredibile. Era una cosa con cui mi volevo misurare e così mi sono lanciata (che mi sembra il verbo più appropriato) in questo progetto con altre cinque persone che si occupano di scrittura. La vita di redazione è molto semplice: tutti leggiamo tutti i racconti, li valutiamo e editiamo quelli che vengono ritenuti adatti alla pubblicazione tra le nostre pagine. Continua a leggere

Intervista a Daniele Mencarelli, poeta, scrittore

Intervista a Daniele Mencarelli, poeta, autore di due romanzi, La casa degli sguardi (Mondadori 2018) e Tutto chiede salvezza, uscito il 25 febbraio, anch’esso per Mondadori, e incluso nella dozzina del Premio Strega. Lo abbiamo incontrato virtualmente e ci ha parlato di scrittura, malattia, abissi e salvezza.

Hai gestito questo romanzo non solo narrando in prima persona, ma dando al personaggio il tuo nome, come nel precedente; è una dichiarazione di autobiografia o una scelta stilistica? Questo romanzo rappresenta una sorta di prequel del tuo primo “La casa degli sguardi”?

Tutte e due le cose. In modo imprescindibile, una scelta di contenuto diventa anche scelta stilistica, formale. Anzi, alla fine conta quasi esclusivamente la resa della lingua, tutto quello che c’è prima diventa un elemento secondario. Oggi si fa un gran parlare di autofiction, fiction pura, memoir, solo per citare i primi generi che mi vengono in mente. Ma se ci pensi bene sono distinzioni pleonastiche. Quel che conta è se il libro, la lingua, funziona.
Sì, “Tutto chiede salvezza” rappresenta un passo più indietro nel tempo rispetto a “La casa degli sguardi”, l’idea è quella di costruire una trilogia biografica, andando sempre più a ritroso nel tempo. Il terzo e ultimo libro sarà l’inizio del mio viaggio nell’età adulta, un viaggio vero, fatto a 17 anni.

“Me sembra d’esse l’unico a rendese conto che semo tutti equilibristi, che da un momento all’altro uno smette de respirà e l’infilano dentro ‘na bara, come niente fosse, che er tempo me sembra come ‘n insulto, a te, a papà, e me ce incazzo”. Daniele è un ragazzo di vent’anni ai tempi del romanzo; perché non è felice e spensierato come molti ragazzi della sua età?

Perché sente su di sé una ferita che non sa come medicare. La sua ferita è la ferita dell’uomo che osserva i limiti della sua condizione, che ne vive il dramma e insieme la straordinaria opportunità. Un approccio all’esistenza che l’uomo contemporaneo ha dimenticato, rimosso, che ha patologizzato sino a farlo diventare una malattia vera e propria. Se la consapevolezza della propria condizione è una malattia, allora io sono malato, da sempre. Ma non ho inventato io la morte, il tempo, la sensazione che tutto mi chieda di essere interrogato, non ho chiesto io di sentire dietro tutto un senso da cercare.

Nel romanzo parli di abisso; che significato ha per te “toccare l’abisso”? È qualcosa che chi è malato, disagiato o fa uso di droghe teme o una meta verso cui tendere?

Entrambe le cose. Chi abusa di una sostanza sino a sviluppare una dipendenza, e a me è capitato, ma anche chi vive il disagio mentale, è attratto e al tempo stesso terrorizzato dal male che cova dentro di sé. È schiacciato da due forze opposte, da una parte l’autodistruzione, dall’altra l’istinto di sopravvivenza. Per fortuna a prevalere è quasi sempre quest’ultimo. Personalmente, la profondità del mio abisso, almeno il punto più basso in cui io sono disceso, non è stato grazie o per colpa delle sostanze. È successo un’estate di qualche anno fa. Lì ho scoperto cosa significa avere terrore della pazzia. Continua a leggere

Dall’idea alla pubblicazione: Daniel Albizzati e il suo romanzo d’esordio con Fazi editore

Daniel Albizzati ha esordito con un nome importante, Fazi, e un romanzo dalla trama originale e lo stile che sicuramente colpisce. Ha scelto di raccontare la storia di un ragazzo che vive ai giorni nostri, ma pensa, parla e si comporta come un personaggio di un romanzo del secolo scorso. Una sorta di distopia al contrario, ambientata in un passato che si insinua nel presente con abiti antichi, favella ricercata, e la figura molto ben caratterizzata di un ragazzo giovane che non conosce i social, ignora i nuovi metodi per conquistare una ragazza e si affida a un amico che lo istruisce sulle piccole strategie del vivere quotidiano, un po’ come il professor Higgins con Eliza Doolittle, o Cirano per Cristiano. In questo romanzo si trova la parentesi rosa, il colpo di scena, una lettura piacevole e a tratti sorprendente per le capacità linguistiche di un autore che sperimenta vari registri.
Daniel Albizzati può essere un esempio concreto per tanti aspiranti scrittori in cerca di strade e percorsi da intraprendere. Abbiamo chiesto a lui di raccontarci “come ha fatto”.

Daniel, tu hai pubblicato il tuo primo romanzo con una casa editrice importante; raccontaci com’è andata. Da quanto tempo avevi in cantiere Le avventure di Mercuzio?
Ho pubblicato con Fazi Editore, una casa editrice italiana molto importante con cui mi sono trovato molto bene. Dopo aver consegnato personalmente una copia cartacea del mio romanzo a Elido Fazi sono stato contattato circa una settimana dopo. Gli era piaciuto. Ho cominciato a scrivere Le avventure di Mercuzio su richiesta di un amico che voleva far uscire sulla sua rivista (Il bestiario degli italiani) un romanzo a puntate. Una specie di feuilleton moderno. Ho scritto un episodio, poi un altro, e alla fine, dopo circa nove mesi, tra lavoro e università, mi sono accorto di aver concluso un romanzo. Una volta finito ci ho lavorato per altri due mesi e poi l’ho consegnato. Continua a leggere

Ho letto un libro e sono… arrabbiata

Ho letto questo libro. E mi sono arrabbiata tantissimo. Avevo aspettative abbastanza alte: se n’è parlato tanto, e con tanto accanimento, sia in positivo che in negativo; il tema mi spaventava, in un certo senso (perché poteva toccare nervi scoperti); e infine: l’autore mi piace molto, ha scritto romanzi degni di nota, e conosce bene il mestiere. Ecco, pure troppo: un libro che ha grandi potenzialità, scritto sicuramente con maestria dal punto di vista dello stile, dall’incipit che fa entrare presto dentro la storia, alle immagini attraverso cui viene veicolato l’ambiente in cui i personaggi si muovono; nei dialoghi, per esempio, la descrizione della vita che scorre fuori dai personaggi coinvolti si fonde perfettamente, con un ritmo preciso e modulato, con le battute, suscitando una sensazione di immersione totale nel racconto.

E poi? Poi si sgonfia, procede come un compito in classe a tema definito, portato avanti, sembra, senza particolare entusiasmo e soprattutto non rispettando fino in fondo i personaggi presi in prestito per raccontare una vicenda piuttosto comune. Sembrano (quasi) tutti sagome di cartone che stanno poco più avanti rispetto a uno sfondo ben costruito, si muovono sulla scena, ma non si capisce spinti da cosa, che passato abbiano, che esigenze, che pulsioni. E per una storia che dovrebbe basarsi proprio sulle pulsioni (non solo sessuali), è da pazzi lasciare in superficie ciò che muove un personaggio dal profondo, e tenerlo in piedi come olio che galleggia in un bicchiere d’acqua. Continua a leggere

Conforme alla gloria di Demetrio Paolin

Edito da Voland, collana Intrecci, nel 2016. Tra i dodici libri candidati al Premio Strega 2016

Capisci subito quando un libro ti accompagnerà per molto tempo, oltre l’ultima pagina. Lo senti quando i personaggi che hai incontrato in un cammino relativamente breve ti si presenteranno come ricordi di qualcuno che hai conosciuto, o che ha una storia alle spalle che difficilmente dimenticherai. Quello che non sai fino a quando arrivi almeno a metà del cammino è se un libro rappresenterà una “lettura”, un viaggio, un’emozione o un’esperienza. Non sono tanti i libri che ti chiamano in causa in prima persona, ti coinvolgono come fossero installazioni di arte contemporanea, anzi, performance, come si dice adesso, e ti mettono come davanti alle tue convinzioni, le certezze, il bianco e il nero che a volte, per forza di cose, deve diventare grigio, filtrato attraverso l’empatia, la comprensione, ancor prima che la giustificazione.

In questo libro ogni cosa è gestita come una composizione perfetta di un’emozione, di un messaggio, un significato, la narrazione di un momento preciso.
Tutto è interessante in Conforme alla gloria, a partire dai personaggi che l’autore ha scandagliato fino ad arrivare a una profondità per il lettore inaspettata. Non ci sono cadute di tono, ingenuità, didascalismi nel raccontarli; sono loro, tutti, che si raccontano da soli, scarnificandosi davanti al lettore, che è molto più che spogliarsi.

Ci vuole coraggio a scrivere un libro così, in cui tutti gli astanti devono fare i conti con un passato che li ha marchiati a fuoco – chi in senso metaforico, chi reale – che condiziona con forza e prepotenza il loro presente. Continua a leggere

Addio fantasmi di Nadia Terranova

I libri di Nadia Terranova per me sono “casa”, non solo perché siamo entrambe nate e cresciute a Messina. Sono casa perché ritrovo quella familiarità nel linguaggio, nel modo di raccontare, che mi riporta ogni volta al mio “lessico famigliare”.

Anche io, come Ida, sono andata via da Messina a 23 anni, senza però la morsa che sicuramente le avrà stretto lo stomaco mentre saliva sul traghetto. Ho avuto per mesi in testa l’immagine di quella ragazza girata di spalle, con lo sguardo rivolto alla sponda calabra, che si lascia indietro dolore, sofferenza, domande appese a un filo, per ricominciare sulla terraferma; come se l’isola, la mancanza di confini, rendesse labili anche i confini dell’anima. Continua a leggere

La bambina ovunque, il ritorno di Stefano Sgambati

Cosa succederebbe se una sera, tornando a casa, si trovasse qualche mobile spostato, ma spostato bene, come se fosse entrato a tradimento un architetto e avesse messo tutto a posto? Una sensazione simile a quella che potrebbe essere l’ho avuta leggendo La bambina ovunque di Stefano Sgambati. Avevo letto e amato Gli eroi imperfetti, che risale ai tempi in cui Minimum fax era ancora a Ponte Milvio e Nicola Lagioia era “solo” uno dei migliori editor in circolazione, e ho aspettato questo libro come si aspetta di tornare a casa dopo un trasferimento temporaneo.
Ho ritrovato al loro posto alcune cose che mi avevano reso l’autore riconoscibile fra mille, e più di tutte il suo sguardo verso la vita, verso le cose, dal particolare all’universale, come ci insegnava la prof di filosofia al liceo.

Il libro si apre con un “padre in attesa”; mica è solo la mamma che “aspetta un bambino” poi, no? Dovrebbe essere scontato il concetto, ma ancora siamo al padre pressoché invisibile o al padre eroe. Non so quando si arriverà alla normalità sacrosanta di un uomo che ha un rapporto d’amore, un progetto, con una donna e insieme stanno per mettere al mondo un figlio, ma Sgambati ha dato una bella sterzata verso questo percorso felice. Continua a leggere

Premi letterari: da trent’anni, poesia e impegno sociale a Porto Recanati

I premi letterari sono tanti, anche quelli dedicati alle opere poetiche, a differenza di come si potrebbe pensare, vista la difficoltà con cui si legge e si promuove la poesia. Molti premi hanno vita breve, nel giro di una manciata di edizioni sono solo un ricordo impresso su pagine di blog e trafiletti nei quotidiani.
Il premio letterario internazionale “Città di Porto Recanati” celebrerà nel 2019 il suo trentesimo “compleanno”; tutto sommato un premio giovane, ma dalle spalle forti e lo sguardo proiettato verso il futuro, non tralasciando mai di fare riferimento al passato. Marco Pigliacampo, segretario del Premio, è il figlio del fondatore, Renato, e prosegue il percorso tracciato con passione, amore e una fortissima motivazione, dal papà.

Marco, il premio è nato trent’anni fa per volere di tuo padre. Come mai ha istituito un premio letterario?Mio padre Renato, che purtroppo è scomparso tre anni fa, era un sociologo; si occupava di problemi dei portatori di handicap e li viveva in prima persona, in quanto non udente. Ha dedicato tutta la vita a cercare di migliorare l’integrazione sociale dei sordi italiani, con il lavoro di ricerca, l’insegnamento universitario, i testi scientifici. Con il premio di poesia volle estendere questo suo messaggio alle persone più sensibili e ideative, ossia i poeti, proponendo un tema fisso: la disabilità o l’emarginazione sociale in genere. La risposta fu positiva, perché induceva i poeti a riflettere sulla realtà che avevano attorno a loro. Continua a leggere

Intervista a Erika Bianchi, autrice del romanzo Il contrario delle lucertole (Giunti)

Erika Bianchi è autrice del libro Il contrario delle lucertole, Giunti 2017. Un libro coraggioso dove si parla di padri che abbandonano i figli, madri che compiono scelte estreme, ragazze dall’esistenza difficile; alcune lottano per ricostruire la propria identità a scapito delle origini, altre affilano le unghie più che possono e finiscono per farsi male. Il romanzo è condotto senza retorica (in cui cadere è facile, quando si parla di come dovrebbe essere una madre, di padri assenti, di anoressia, di disagio) e soprattutto con una sospensione di giudizio necessaria in un periodo in cui sembra che tutti abbiano la Verità, unica e inequivocabile, su tutto lo scibile umano, in tasca.

In fondo all’intervista, la scheda del libro. Grazie a Erika per aver accettato l’invito.

Erika, il tuo romanzo si regge sulle fondamenta della fragilità umana, che detto così sembra un controsenso; in realtà i tuoi personaggi cercano, tutti, a modo loro di riparare le crepe formatesi dopo gli scossoni della vita. È così? Come hai “conosciuto” Lena, Zaro, Isabelle, Marta, Carlo e Cecilia? Cosa hai visto in loro, che doveva essere assolutamente raccontato?
Riparare le crepe dopo i terremoti è ciò che facciamo tutti, continuamente. Le mie storie nascono dai personaggi, nel senso che i personaggi precedono l’idea e lo sviluppo delle vicende narrate. Mi succede di essere “visitata”, dapprima con qualche timidezza, poi con insistenza, da una o più creature di fantasia, con tanto di nome e cognome, caratteristiche fisiche, nazionalità, idiosincrasie, temperamento. I personaggi mi nascono dentro compiuti e pieni di dettagli, testardi e tenaci, e quando l’insistenza si fa prepotenza, e poi assedio, sono costretta a cercare il modo di metterli insieme, a capire come possano incastrarsi l’uno con l’altro nello spazio e nel tempo, a trovare, insomma, una storia che li contenga con agio e verosimiglianza, nel rispetto del loro carattere, età, provenienza, mestiere. Zaro, per esempio, era un meccanico di biciclette toscano, lo era prima che lo collocassi nella storia, anzi la storia è venuta fuori così perché ho dovuto trovare il modo di inquadrare Zaro in un contesto che lo rispettasse e rispecchiasse come personaggio. Zaro era anche il padre eternamente latitante di una figlia cresciuta nel nord della Francia, Isabelle, concepita per sbaglio in una notte di passione con una ragazzina bretone. Perché bretone? Non lo so. I miei personaggi mi tiranneggiano finché non li assecondo, finché non corro a vedere i posti a cui mi raccontano di appartenere, finché non li racconto.

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Di fumetti ed esordi, con Fabrizio Palmieri

Agosto, esterno giorno, Messina. Un balcone con la vista sulla falce, i traghetti che fanno la spola da una sponda all’altra, una bottiglia di tè freddo ed Eliana Camaioni che mi ha ospitato nella sua casa-salotto letterario per intervistare Fabrizio Palmieri.
Autore del romanzo Di amori diversi, uscito a maggio per la casa editrice ad est dell’equatore (qui la scheda), fumettista, con tanti progetti da realizzare e alle spalle storie curiose.
Abbiamo parlato di scrittura, esordi, approccio alle storie, di un pullman nero con un dark dai capelli colorati alla guida e un cassetto pieno di sogni.

Iniziamo dal romanzo. Continua a leggere

Scrittori e scrittura: Domenico Dara

Ho incontrato Domenico Dara in occasione di una presentazione a Roma, alla libreria I Trapezisti, condotta con grande emozione e competenza da Simona Aversa. Per me è stata un’occasione per toccare con mano quello che si evince dai suoi romanzi: è una persona con un’anima molto profonda e riesce a creare atmosfere dense di sensazioni, sentimenti, emozioni anche in una stanza gremita di gente, e non solo fra le sue pagine.
Domenico mi ha parlato del suo “mestiere”, dei suoi personaggi, mi ha raccontato un aneddoto sul suo primo romanzo (che mi ha molto stupito) e ha anticipato una bellissima sorpresa.

Domenico, tu vivi di scrittura, è il tuo mestiere principale? (Lo so, è una domanda retorica, ma non potevo non farla, spero sempre che qualcuno smentisca).
No, assolutamente no. Penso che siano pochi quelli che riescono a vivere di scrittura, io faccio anche altro.

Quando e dove scrivi?
Quando posso, nel senso che con un altro lavoro, una famiglia, tre figli… L’impresa è ritagliarsi un po’ di tempo, quindi quando ho tempo (la notte, la mattina appena sveglio), ho dei buchi, scrivo.

Hai dei rituali, delle scaramanzie legate alla scrittura?
Ogni storia, quando inizio a scrivere una storia, deve avere una sua agenda. Ogni storia deve avere un suo spazio.

Le tue idee come diventano romanzi che hanno una struttura così precisa ed equilibrata?
Io scrivo per accumulazione. Parto da un’idea e poi come dei cerchi concentrici parto da quell’idea e inizio a raccogliere materiale, gli articoli di giornale che io già archivio da tanti anni, gli appunti di lettura; da un’idea iniziale poi tutto questo materiale viene ricostruito. Continua a leggere