La bambina ovunque, il ritorno di Stefano Sgambati

Cosa succederebbe se una sera, tornando a casa, si trovasse qualche mobile spostato, ma spostato bene, come se fosse entrato a tradimento un architetto e avesse messo tutto a posto? Una sensazione simile a quella che potrebbe essere l’ho avuta leggendo La bambina ovunque di Stefano Sgambati. Avevo letto e amato Gli eroi imperfetti, che risale ai tempi in cui Minimum fax era ancora a Ponte Milvio e Nicola Lagioia era “solo” uno dei migliori editor in circolazione, e ho aspettato questo libro come si aspetta di tornare a casa dopo un trasferimento temporaneo.
Ho ritrovato al loro posto alcune cose che mi avevano reso l’autore riconoscibile fra mille, e più di tutte il suo sguardo verso la vita, verso le cose, dal particolare all’universale, come ci insegnava la prof di filosofia al liceo.

Il libro si apre con un “padre in attesa”; mica è solo la mamma che “aspetta un bambino” poi, no? Dovrebbe essere scontato il concetto, ma ancora siamo al padre pressoché invisibile o al padre eroe. Non so quando si arriverà alla normalità sacrosanta di un uomo che ha un rapporto d’amore, un progetto, con una donna e insieme stanno per mettere al mondo un figlio, ma Sgambati ha dato una bella sterzata verso questo percorso felice.

Insomma, questo ragazzo, prima che papà, cucina mentre in tv danno il solito noiosissimo quiz serale. Attraverso pochi momenti “estrapolati” dalla puntata e commentati dalla voce narrante-padre normale, abbiamo un quadro abbastanza ampio della società attuale, di quello che siamo diventati, di come a volte le priorità della nostra vita si riducano all’inviare una cravatta a un presentatore x, a cui in un certo senso vogliamo bene perché entra in casa nostra tutti i giorni. Rapporti umani mediati da una recita, sempre la stessa, ogni sera, fino a sembrare rassicurante.

Stefano Sgambati, attraverso una narrazione che potrebbe suggerire uno schema diaristico, ma di fatto è una costruzione in prima persona di una storia, si mette a nudo in maniera sorprendente; si rintana per un attimo dentro se stesso e torna alla sua infanzia, ai pomeriggi trascorsi davanti alla televisione, e lo fa con la leggerezza di chi vuole raccontare, non “insegnare”, analizzare. Arriva così alla sua età adulta, quella in cui ci si innamora di una persona (e nemmeno sai perché, ma succede), si esce insieme, si viaggia, ci si conosce, ci si lega in una maniera indissolubile (almeno nelle intenzioni), si va a vivere insieme, si condivide lo stesso divano e poi, insieme, si decide di avere un bambino. Perché la cosa che dovrebbe essere più naturale del mondo (procreare, come si legge dai testi scientifici a quelli biblici) ormai va decisa, cercata; non sempre “capita” e quando non capita mette in moto una serie di reazioni a catena che Stefano Sgambati racconta in un modo crudo e trasparente, senza romanticismi, né vittimismo.

Ah, i mobili spostati. Ho trovato in questo libro qualcosa che mi ha spiazzato, in maniera positiva (ecco l’architetto). La bambina, che mi aspettavo di trovare, a un certo punto, piangente e sgambettante per casa, deus ex machina di notti insonni, ansie, paure, sensazione di inadeguatezza, commozione, non c’è. Fisicamente, nel libro, non c’è mai, se non nella pancia della Madre e nelle ansie latenti del Padre. Non c’è, però è ovunque, come può essere il pensiero di un figlio quando non arriva, o quando sta per arrivare e non sappiamo che pesci prendere, cosa pensare, che padre e madre saremo. E la cosa che senza dubbio mi ha spiazzato anche più di questo è che in fin dei conti mi trovo in grande sintonia con il pensiero di Papà Stefano, che non si sente tanto Padre mentre la bambina sta in pancia; non come le Madri, a cui parte di default l’Istinto Materno fin dalla fecondazione dell’ovulo e iniziano a parlare della cosa che hanno in pancia attribuendole gusti, carattere, voce, perfino parole. No. Mie erano (durante entrambe le gravidanze) le tre pagine memorabili di domande, dalle più pratiche (Come si individua il pediatra? Cosa bisogna fare se ha la febbre? Saprai intervenire se si strozzerà o soffocherà?) alle più profonde, esistenziali (Che cosa sarai chiamato a fare in qualità di padre? Riuscirai ancora la mattina presto a svegliarti prima di tua moglie, sgattaiolare in salone e bere il primo caffè in terrazzi guardando le altre case che si svegliano? Sarai all’altezza delle aspettative nei confronti di questa nuova persona che arriverà a casa tua?); ed era mio il senso di inadeguatezza; era questo senso di attesa interminabile che si sarebbe potuta trasformare in un sogno o in un incubo.

Stefano Sgambati parla del sé padre senza emettere giudizi, stilare bilanci, sputare sentenze o cercare di “insegnare” ai padri in lettura “come si fa”. Il suo racconto ha alla base non solo una consapevolezza personale, ma uno stile che è “il suo”, un modo di considerare la scrittura come uno strumento non solo per raccontare, ma attraverso cui rendere visibile e concreto un mondo che, pur partendo dalla realtà, è comunque concepito nella fantasia, nella rielaborazione dell’autore.

Stefano si è dichiarato più volte come paratattico e tiene decisamente fede a questo suo proposito, accompagnando la sua voce e il suo punto di vista con una prosa distesa e molto concreta.
E rimanere fedeli a una poetica, a uno stile proprio, diventando riconoscibili, e sorprendendo comunque i lettori, senza ripetersi, è cosa rara. Anzi, coraggiosa.

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