
Cinema di pomeriggio
Quasi sempre, a quest’ora
arriva gente un po’ speciale (però
di buonissimo aspetto). Chi si siede
ma poi continua a cambiar posto,
chi sta in piedi, sul fondo della sala, e fiuta,
fiuta rari passaggi, la bambina
mezzo scema, la dama ch’entra sola,
la ragazza sciancata… Li guardo per sapere
che storia è la loro, chi li caccia. Quando
viene la luce penso come il cuore
gli si deve contorcere cercando
d’esser salvo piú in là, di sprofondare
nel buio che torna tra un minuto.
Sta al lettore, come sempre, indovinare il tono del poeta, la carica – positiva o negativa – delle parole messe in fila con maestria da un autore ormai classico come Giovanni Raboni. La prima impressione è che il registro sia ironico: “gente un po’ speciale (però / di buonissimo aspetto)”. Quel che segue è un elenco di personaggi improbabili, e proprio perciò probabilissimi.
Il tono cambia quando l’osservatore si predispone a comprendere più in profondità: “Li guardo per sapere / che storia è la loro, chi li caccia”. In quest’ultimo verbo si avverte tutta la drammaticità dell’emarginazione data per scontata: il cinema del pomeriggio è riempito da un’umanità indesiderabile.
Ma è nel finale il capolavoro di Raboni: l’arrivo della luce è spaventoso per chi desidera soltanto nascondersi, a causa del rifiuto altrui.

Questi versi vibrano di empatia, al di là della sfumatura ironica.
Il commento mette ancora più in luce la denuncia drammatica del finale.