da Le case della vetra
Risanamento
Di tutto questo
non c’è più niente (o forse qualcosa
s’indovina, c’è ancora qualche strada
acciottolata a mezzo, un’osteria).
Qui, diceva mio padre, conveniva
venirci col coltello … Eh sì, il Naviglio
e a due passi, la nebbia era più forte
prima che lo coprissero … Ma quello
che hanno fatto, distruggere le case,
distruggere quartieri, qui e altrove,
a cosa serve? Il male non era
lì dentro, nelle scale, nei cortili,
nei ballatoi, lì semmai c’era umido
da prendersi un malanno. Se mio padre
fosse vivo, chiederei anche a lui: ti sembra
che serva? e il modo? A me sembra che il male
non è mai nelle cose, gli direi.
Contestazione
Una, improvvisamente
s’alza dal letto dicendo
«questo non si può fare». E s’agita, tira fuori
roba dai cassetti nella spazio impiccato
tra comò e attaccapanni, a momenti
fa cadere la lampada, il catino – e
fiera nelle sue scarpe davanti allo specchio
dove affiora la nebbia, ogni
tanto toccandoli col palmo della mana infonde
il fissatore-insetticida sui capelli.
Il cotto il vivo
Dopo dieci anni tirarli su. A Musocco
c’è bisogno di posto e il posto si fa
mettendo un morto sopra l’altro, sigillati
in un pezzo di muro. Muovere un campo dopo
[l’altro. Questo mese
il campo 49, dov’era sepolto mio padre. Non vorrai
lasciarlo davvero in questa buco
da incubo: corpo coi mattoni: finirà
che non avrai mai voglia di venire
a trovarlo. Ma lascia stare, non andrei
neanche nel cimitero di campagna
che aveva visto da vivo e credo
che gli sarebbe piaciuto. E poi adesso
chi può più dirlo. Adesso che non vuole più niente,
forse son proprio queste cose
che vuole di meno: la fragranza
dell’erba, la povertà della croce,
il nome schiarito dalla pioggia. Forse ama
di più un pezzo di muro, sente
gli spigoli giusti, le opere della malta, mischiarsi
sabbia e calce, connettersi il cotto
e il vivo, gli spigoli, le ossa dei vicini …
da: Cadenza d’inganno
Per C., morta di parto all’età di un anno e undici mesi
E (diceva il mio amore ) mia sorella
morta dieci anni fa. La riconosco
dagli occhi di mirtillo …
Le credevo. E adesso ci chiediamo
dove ti incontreremo un’altra volta,
in quale pesciolino, albero, odore.
*
Come in un libro o all’opera
sembra un trucco squisito la tua morte
preparata nei gesti della vita
con mille dolcissimi addii.
*
Nella cesta, con te, sotto il lenzuolo
a righe azzurre e bianche, un rametto di fiori
di quelli che ci piacciono,
che tu mangiavi.
*
Solo con Elsa, stamattina
si può parlare … E come per miracolo
Elsa risponde, non è più partita,
ci sta a sentire, parla del dolore
di tuoi remoti fratellini
ride persino, ci consola…
*
Adesso, corpicino stremato, ti riposi
in nessun posto. E noi se ci pensiamo
non sentiamo amarezza
ma la svenante, tiepida cacciata
dal paradiso.
(1974)
da Ogni terzo pensiero
So la strada e la neve, so in che casa
abitata da sempre troveranno
un riparo luminoso nell’anno
del gran freddo le miti ossa, l’invasa
d’oscura dolcezza anima. Si fanno
scorte, di schegge per la stufa è rasa
la cantina, di sopra si travasa
farina gialla e riso. Senza affanno
si cerca sulle onde corte la voce
antidiluviana che rassicura
gracchiando, sì, è finita la paura,
interrotta causa neve l’atroce
partita, l’interminabile, stanca
corsa del tempo. Più nessuno manca.
da Quare tristis
Stare coi morti, preferire i morti
ai vivi, che indecenza! Acqua passata.
Vedo che adesso più nessuno fiata
per spiegarci gli osceni rischi e torti
dell’ assenza, adesso che è sprofondata
la storia … E così tocca a noi, ci importi
tanto o quel tanto, siano fiochi o forti
i mesti richiami dell’ostinata
coscienza, alzare questa poca voce
contro il silenzio infinitesimale
a contestare l’infinito, atroce
scempio dell’esistente … (Al capitale
forse è questo che può restare in gola,
l’osso senza carne della parola.)
***
Giovanni Raboni nasce a Milano il 22 gennaio 1932.
Prima di dedicarsi alla letteratura, studia legge ed esercita la professione di avvocato.
La sua carriera di poeta inizia nel 1961 con “Il catalogo è questo”, presentato da un’introduzione di Carlo Betocchi.
Tra le raccolte successive si ricordano “Le case della Vetra” (1966), “Economia della paura” (1970), poi confluito nel più ampio “Cadenza d’inganno” (1975), “Nel grave sogno” (1982), “Canzonette mortali” (1986) e la raccolta “A tanto caro sangue: poesie 1953-1987” (1988).
Con “Versi guerrieri e amorosi”, uscito nel 1990, Raboni passa dalla forma libera a quella chiusa e recupera la metrica tradizionale e la rima.
Seguono: “Ogni terzo pensiero” (1993) e “Quare tristis” (1998).
Con “Barlumi di storia” (2002) Raboni torna al verso libero e alla prosa-poesia, ripensando alla guerra vissuta da bambino e agli eventi storici contemporanei, di un presente visto con dolore e insofferenza.
Raboni è stato anche giornalista e intellettuale pronto a mettersi in gioco, come recensore (su ‘Tuttolibri’ e poi ‘Il Corriere’), come direttore di collane editoriali, alla scoperta di voci nuove o di vecchie da recuperare, come membro del Cda del Piccolo Teatro di Milano.
Per il palcoscenico ha scritto vari testi, ultimo dei quali è “Alcesti o la recita dell’esilio”.
Notevole anche la sua attività di traduttore, con due momenti importanti, la traduzione dei “Fiori del male” di Baudelaire per Einaudi e di tutta la “Recherche” di Proust per i Meridiani Mondadori, due autori che hanno lasciato il segno nella sua poesia personale con il continuo riferimento al sogno, come momento reale di vita, e per quella nostalgia e malinconia prosastica: “Quello che il tradurre ti porta via – diceva – te lo restituisce in fermenti interiori”.
Giovanni Raboni muore il 16 settembre 2004 a Parma in seguito ad un attacco cardiaco, una morte attesa con sereno distacco, come traspare dai versi conclusivi del componimento finale del suo ultimo libro, “Barlumi di storia” (2002):
Si farà una gran fatica, qualcuno
direbbe che si muore – ma a quel punto
ogni cosa che poteva succedere
sarà successa e noi
davanti agli occhi non avremo
che la calma distesa del passato …
E tutto, anche le foglie che crescono,
anche i figli che nascono
tutto, finalmente, senza futuro”.

Grazie Fabrizio per questa, imprescindibile poesia. Giovanni Raboni è destinato a crescere costantemente nelle attenzioni critiche e di lettura.
Saluti cari
Antonio
Belle, eh? Belle poesie e bella persona – rara davvero tale beltà in uno per così dire “di potere”.
[…]… E così tocca a noi, ci importi
tanto o quel tanto, siano fiochi o forti
i mesti richiami dell’ostinata
coscienza, alzare questa poca voce
contro il silenzio infinitesimale
a contestare l’infinito, atroce
scempio dell’esistente …[…]
Grazie, Fabrizio.
Giovanni Raboni era poeta e critico finissimo, e coscienza vigile: occhi al cielo e all’oltre e piedi ben piantati a terra. Un intellettuale capace di gridare e di sporcarsi le mani, all’occorrenza, come pochi:
Canzone dell’unico vantaggio
E’ vero, la sinistra non c’è più,
c’è un profluvio di destre
d’ogni tipo, formato e sfumatura
e in tanta oscena abbondanza decidere
sarebbe a dir poco difficile
se spuntato verso il crepuscolo
dalla verminosa fermentazione
dei rimasugli della guerra fredda
e dei rifiuti dell’ancien régime
a capo di una non ci fosse lui,
il palazzinaro centuplicato
da venerabili benevolenze,
l’imbroglione da mercato rionale
trasformato a furor di video
in unto del Signore.
Finché, mi dico, Dio ce lo conserva
e i suoi squadristi in doppiopetto o blazer
ce lo lasciano fare
sapremo sempre contro chi votare.
grazie, amici.
ho conosciuto Raboni a un convegno su Rebora: ha detto cose molte belle, in modo molto sobrio. da allora non l’ho più dimenticato.
buonanotte
fabry
grazie Fabrizio
Ho conosciuto Raboni intorno al 1993/94,allora non sapevo fosse un poeta. Aveva accompagnato la poetessa Patrizia Cavalli a ritirare il premio per la poesia edita al Rhegium julii. Di lui ricordo un bel sorriso,occhi attenti e un’ottima disponibilità al dialogo,cosa che non sempre avveniva con altri,cosiddetti grandi. Lo ricordo ancora con molta tenerezza.
jolanda
alzare questa poca voce
contro il silenzio infinitesimale
a contestare l’infinito, atroce
scempio dell’esistente … (Al capitale
forse é questo che può restare in gola,
l’osso senza carne della parola.)
grazie, fabry
Una parola concreta, che sceglie la mitezza dimessa e possente, uno scrollare di spalle che impone tuttavia la propria forza etica:
[…]E poi adesso
chi può più dirlo. Adesso che non vuole più niente,
forse son proprio queste cose
che vuole di meno: la fragranza
dell’erba, la povertà della croce,
il nome schiarito dalla pioggia. Forse ama
di più un pezzo di muro, sente
gli spigoli giusti, le opere della malta, mischiarsi
sabbia e calce, connettersi il cotto
e il vivo, gli spigoli, le ossa dei vicini …
La fratellanza degli uomini si rintraccia nelle periferie, dove la nebbia confonde i confini e lega come malta.
In questo mondo, il poeta funge da testimone inter pares, soltanto con un’arma in più:
[…](Al capitale
forse è questo che può restare in gola,
l’osso senza carne della parola.)
mdp
“la fratellanza degli uomini si rintraccia nelle periferie”
e grazie ancora.
c’è bisogno di arte vera.
fabry
Caro fabrizio, ho seguito,per anni,Raboni sul Corriere della sera
e l’ho trovato sempre attento nel giudizio ma poco aperto nei confronti dei tanti che si avvicinano alla poesia.Lessi un articolo in cui ironizzava:” …ora anche i macellai scrivono poesie…”. Sono stato due anni senza scrivere e poi gli ho inviato le mie cose e l’originale del suo articolo corredati da una lettera in cui comunicavo: “sono un macellaio che scrive poesie e in fondo non faccio male a nessuno…”.Non ho avuto risposta.Ciao Enzo
Mi riferisco al mio commento 6.Chiedo scusa per l’errore,ma intendevo parlare della poetessa Patrizia Valduga.
un saluto col capo cosparso di cenere
jolanda
davanti agli occhi e dietro gli sguardi
le acque marine si distendono e le erbe
cresciute nei luoghi rettangoli tra il fiume e i canali
sopra ci viaggia la luce
coltivazioni della pianura sospesa
“qui ti ho abbandonato una mano”
oppure: «qui ti ho preso una mano»
e sono due mani destre
l’un l’altra che si accarezzano!
Giovanni Raboni, 25.4.1978
Antonio Porta da Passi Passaggi, 1980 –
secondo me, Enzo, in questa materia una selezione dura è sacrosanta.
senza nulla togliere ai macellai.
buonanotte
fabry
Sono d’accordo con Fabrizio Centofanti. E’ necessaria una limitazione della corrente, altrimenti le alluvioni diventano inevitabili. Questo non può che arrecare danni consistenti alla poesia in quanto oggetto letto da terzi non protagonisti. Molti, nel tentativo di sentirsi poeti e di operare di fino sulla parola, praticano orribili oltre che superflue plastiche estetiche che non giovano assolutamente al volto della poesia di fronte ai suoi amanti. E, in quei casi, altro che macellai…
Quante volte mi ci sento anch’io macellaio…
mdp
Per Marco Di Pasquale.
E allora, i tanti che si dilettano a scrivere a chi si devono rivolgere? Forse manca la figura intermedia dell’esperto che esprime giudizi dopo la lettura.Poi non si smette di scrivere ma si lavora per migliorare e si impara ad ascoltare con più attenzione e a leggere quelli veramente bravi, perchè la poesia è così, non è come un romanzo, ogni volta che la rileggi trovi qualcosa di nuovo che non avevi scoperto prima.
Enzo
Per Enzo:
sono d’accordo sulla cangiante validità della poesia e sul ruolo essenziale che essa riveste nella nostra crescita ed esistenza intellettuale. Ma, secondo me, tu parli di due momenti diversi: una cosa è leggere poesia ed essere criticamente ricettivi per acquisirne appieno il messaggio; un altro conto è presumere di essere poeti e non dare credito alle voci dissenzienti, discordanti da quelle degli amici o di chi crede in noi.
Tuttavia, è assolutamente sacrosanto che ognuno sia libero di produrre poesia e descrivere la sua parabola di scrittore.
Senza irrealizzabili ambizioni e con umiltà.
Grazie,
mdp
grazie a Enzo e Marco. si tratta, evidentemente, di un tema delicato e complesso. bisogna fare delle scelte: dare la stura a ogni forma di pseudo poesia dilagante in rete e fuori, o essere esigenti con se stessi e con gli altri, riconoscere che l’arte e l’hobby sono due cose diverse.
@ Enzo
@ Marco
Enzo,mipermetto di inserirmi per alcuni motivi.Secondo me la maggior parte dei cosiddetti”grandi” o ritenuti tali,soffrono di una malattia chiamata Superbia dalla quale,credo,difficilmente guariranno.E’ pur vero che nel vasto panorama della poesia esista anche qualche poeta “generoso” in grado di darti una mano e di consigliarti per il meglio,ma sono casi rari che confermano la regola.
Io penso che chi ama la poesia e ha buone capacità d’espressione,debba continuare a scrivere,tanto non fa male a nessuno,al di là dei giudizi che arrivano o non arrivano,al di là delle mode che,in alcuni casi,chiudono la poesia in un cerchio dove solo pochi possono avventurarsi,al di là anche delle stroncature,perchè,quando si scrive con la coscienza di non aspirare al nobel,quando si scrive per urgenza e voglia di comunicare,i versi vanno da soli,così come soli vanno quei poeti oscuri,umbratili e poco generosi col lettore.
Certo è importante continuare a leggere e confrontarsi con gli altri,ma se un solo verso,uno solo riesce ad arrivare al lettore,vorrà dire che quel verso ha avuto un suo giusto senso.
Marco,se gli amici sono giusti,non ci illudono.E se altri a cui i nostri versi non piacciono,niente è più soggettivo del gusto poetico,ne dicono comunque bene,non ci fanno un favore e soprattutto non sono essi stessi professionali.
Per quanto riguarda l’umiltà sono d’accordo con te,ma,me li fai alcuni esempi di poeti umili? e sull’invidia dei poeti cosa dici?
un carissimo saluto
jolanda
Cara Jolanda,
sulla questione amici e soggettivismo del gusto, soprassiedo poiché non sono molto d’accordo. Spesso gli amici non hanno quel distacco che occorre per giudicare serenamente, ma certo questa non è la regola. Il soggettivismo del giudizio non deve comunque valicare alcune regole di analisi critica che vanno sempre tenute presente (sarà che vengo da una scuola critica molto esigente, dai tempi universitari i poi, e non so essere molto morbido…).
L’umiltà, te lo concedo, è una dote rarissima nei poeti, ma esempi come Sereni, Saba, Amelia Rosselli, Francesco Scarabicchi e tra i nostri giovani Massimo Sannelli, solo per fare alcuni nomi a me più vicini, possono testimoniare che comunque anche i poeti sanno tenere la testa bassa e pedalare.
Non confonderei l’umiltà con la visionaria convinzione di aver toccato e accarezzato finalmente un lembo della POESIA tutta maiuscola, sai cosa intendo.
Sull’invidia, non discuto, i poeti spesso sembrano le popolane che si litigano un bel broccolo ai mercati generali. Ma siam sempre esseri umani, no?!?
😉
Grazie,
mdp
Caro Marco,
è vero che siamo esseri umani ma proprio per questo,volendo,potremmo migliorare. Se ho scritto quel che ho scritto è perchè,nella mia personalissima esperienza con la poesia,ho avuto amici che,riuscendo a distaccarsi dall’affetto nei miei confronti,mi hanno sempre dato pareri più che professionali,nel bene e nel male. E poi ci sono stati “critici” che hanno azzerato alcune mie cose,mentre altri,a me sconosciuti,o quasi,che,quelle stesse cose le hanno portate alle stelle.
Era poesia o no? ma la risposta era già dentro di me nel preciso istante in cui avevo scritto “quelle cose”. Ma io ho il mio pensiero sulla poesia,conosco i miei voli e i miei limiti e pur nell’umiltà dei miei rapporti umano-poetici,so,perchè lo so,di essere il primo e più feroce critico di me stessa,per cui le stroncature non mi interessano,da qualunque parte vengano,e i pareri favorevoli hanno il loro senso solo se,un paio di lettori riescono a entrare nei versi,ricucirseli addosso,al punto tale da farli propri. Questo perchè la poesia è di chi la scrive ma soprattutto di chi la fa propria.
un caro saluto,cosciente di non essere stata esaustiva.
jolanda
Cara Jolanda,
non sta a me giudicare i rapporti che ognuno di noi ha con la poesia, e non lo farò neanche in questo caso.
Io tendo ad avere un rapporto molto conflittuale con le cose che scrivo e anche coi pareri più sinceri possibile. Ma so che spesso è un eccesso di autocritica.
A proposito, avrei piacere, sempre che non l’abbia già fatto, se anche tu dessi un tuo parere alle cose che trovi sul mio blog. Mi piace e sento fisiologicamente necessario discutere con chi ha opinioni divergenti dalle mie.
Mi scuso se sembra che mi sia fatto pubblicità (ora sembra che ho la coda di paglia…).
Grazie,
mdp
Caro Marco,
se entrambi abbiamo parlato di autocritica,io,per me l’ho definita “feroce”,non mi sembra che ci sia un eccessivo contrasto tra le nostre opinioni.
La certezza,in poesia,è la provenienza,ciascuno ha la propria.L’incertezza,a volte,è quella di non sapere dove potrà portarti un verso. E la conflitualità mi sembra un giusto approccio con la scritturà. E poichè i tuoi interventi sono “civili”,farò un giro sul tuo blog.
Cari risaluti
jolanda
ringrazio fabrizio per il flash su raboni, un invito a leggere e/o rileggere.
sul tema avvincente e scottante della poesia esprimo un più che modesto parere di lettrice: molto di ciò che viene oggi pubblicato forse la storia, se avremo storia, lo cancellerà. molti versi, infatti, premuti dall’urgenza, scorrono – e rubo ad orazio – come fiume fangoso. il fatto che “vadano da soli” è già preoccupante. è ciò che molti poeti della domenica ingenuamente pensano: che la poesia sia davvero ciò che i grandi talora spacciano: un “notare” quando qualcuno “spira dentro”. non credo nemmeno al Maestro dei maestri, non ai romantici che hanno fatto fortuna sull’idea del “genio”. la poesia, superata la fase dell’i-spira-zione, se la deve vedere con un duro lavoro, con un cantiere in cui, talora, il mestiere supera la visione. ed è il mestiere, l’ars che fa la differenza: è il momento umile e saggio, che talvolta falla, a permettere di leggere qualcosa che avrà sempre nuovi motivi di comunicazione, di ri-lettura. non tutti i “grandi” suscitano, o quantomeno, non ovunque nella loro produzione ri-letture: segno che la poesia non sempre li ha sostenuti, come ispirazione e come arte. purtroppo, è una vecchia lettrice a parlare, molti piccoli, eppur ufficialmente poeti, non riesco nemmeno a leggerli una volta senza soffrire. eppure pubblicano pubblicano pubblicano…
Cara Lucy,il “vadano da soli” non significa che da soli si ficcano dentro la carta stampata di una casa editrice che li veicola al successo. Forse non riesco a esprimermi come vorrei su queste pagine web. la mia idea è che quando qualcuno ha in sè il fuoco sacro della poesia,quando inizia a scrivere,i versi si posano sul foglio come se avessero vita propria e vanno e a volte neanche il poeta sa dove vanno. E’ logico che dopo la prima stesura ci va tutto il lavoro di cui parli,quando questo lavoro è necessario all’essenza stessa della poesia.
un caro saluto
jolanda
“si cerca sulle onde corte la voce
antidiluviana che rassicura
gracchiando, sì, è finita la paura”
bellissimo, grazie fabry.
quanto alla diatriba (intricata come un nodo scorsoio direi) mi viene da pensare (visto che, stando alle statistiche, il numero di chi scrive “versi” è superiore a quello di chi li legge) che se davvero in giro ci fosse tutto questo “fuoco sacro ” il mondo sarebbe un immenso, straordinario incendio poetico,invece… mi sa che molti, troppi si armino di frasette sovrapposte scambiando un profanissimo prurito per quel fuoco…
una cosa è certa: il tempo è un setaccio a maglie strette e forse è l’unico critico davvero imparziale
Claudia,se leggi bene,io ho scritto “quando qualcuno …”,non ho detto che tutto il mondo è pervaso da…
Ma se volete leggere solo le parole che vi saltano sugli occhi,io mi ritiro,tanto,con me o senza di me,il mondo e la poesia vanno avanti lo stesso.
Passo e chiudo
jolanda
jolanda: intendevo esattamente l’andare, lo scorrere dei versi nella creazione (il pubblicare o meno viene dopo). non mi fido molto di questo: molte cose che si leggono mi paiono decisamente gratuite e compiaciute e narcise. uscite senza controllo, e rispetto, dal ventre del poeta. oscure quel tanto che basta, oniriche, uào! “separate”: fallite nella comunicazione. inconcludenti. manca
il critico che critichi. il primo critico dovrebbe essere il poeta stesso. ma due parole amiche aggiustate e consolanti spesso ne fanno un principe delle lettere. a farne un reuccio ci pensano le entrature giuste, rinnovando i rapporti di potere, sempre uguali. ma quello è il “dopo” e non mi interessa.
ai posteri l’ardua…
la storia, appunto.
Lucy,credimi,sono un po’ stanca adesso e devo andare a riposare. ti dico solo che avevo passato e chiuso. E’ vero,si leggono tante cose cattive,ma ogni tanto c’è del buono,parlo da lettrice con l’animo del poeta. Non so a chi dare la patente di critico,visto che spesso si azzuffano fra loro. Non mi interessano i poeti che hanno successo di pubblico se i loro testi non mi piacciono. Ce n’è uno in particolare di cui non farò il nome neanche sotto tortura. Ma la mia è solo un’opinione personale che può cozzare con altri pensieri.
Così come non amo la ricerca ossessiva,in poesia,del moderno a tutti i costi,c’è il rischio che il poeta diventi oscuro e incomprensibile. Credo che in poesia ognuno debba trovare la propria via,e,mi ripeto,siamo ciò che siamo stati con possibilità di evoluzione,se lo vogliamo.
ciao Lucy
jolanda
La Storia con la maiuscola ha bisogno di una Poesia con altrettanta maiuscola. Non so se sono troppo esclusivo ma ogni mattina mi ripeto in testa la sentenza di Moravia al funerale di Pasolini: di poeti ne nascono uno, due, massimo tre ogni secolo. Uno lo si seppelliva quel giorno.
Ripeto: non nego a nessuno la possibilità di esprimere le proprie emozioni e restituire all’esterno di sé la propria Weltanschauung. Ci mancherebbe. Spererei soltanto che si attenuassero le luci moleste degli uomini per lasciare spazio alle stelle, che l’inquinamento prolisso non ricopra e non soffochi (almeno momentaneamente, che tanto sulla distanza…) l’erba più verde.
Unico consiglio che mi sento di dare, anche se sono l’ultimo a potermelo permettere, è di pensare prima al lettore che a noi stessi. Noi svolgiamo un compito ben preciso: denudare la realtà e farla deflagrare nella parola che a sua volta deve accendere fuochi di comprensione del mondo in chi legge.
Troppo retorico?
Pardon
Grazie a tutte per il bel dibattito
mdp
Non credevo che il mio intervento che ho scritto sorridendo creasse tante discussioni ma, evidentemente il tema desta interesse. Se il dialogo può servire a qualcosa, ben venga.
Tornando al tema,sta di fatto che non esiste mediazione fra case editrici ed autori e se quest’ultimi potessero misurarsi in qualche modo con degli esperti, potrebbero evitare le delusioni e non avrebbero la pretesa che un hobby passasse per arte, come dice Fabrizio. Ho fatto concorsi dove mi sono misurato con il fratello morto di una signora e con una poetessa che aveva scritto solo tre poesie. Sono con Borges quando dice che basta un verso per fare un poeta, ma evidentemente si riferiva all’animo e non alle capacità. Grazie a tutti.
Enzo
è una discussione da lasciare aperta, secondo me. tocca un punto dolente noto a molti: la patente di poeta concessa con troppa superficialità. il mio progetto attuale è pubblicare qui le voci italiane contemporanee più limpide, per dare strumenti di giudizio più adeguati. un servizio che vorrebbe essere utile a quanti di noi amano davvero la poesia.
D’Annunzio prese a lavorare sodo. “I giornali del tempo si sbizzarrirono a descrivere la grande tenda rotonda del poeta nella spianata del Castello, e le cavalcate che faceva per le valli o ai santuari del Casentino”(G. GATTI, Vita di Gabriele d’Annunzio, Firenze, Sansoni, 1956, p. 190). In realtà, più che andare a cavallo, il poeta lavorò e nel corso di un’attività che lo vide impegnato non solo a comporre materialmente i testi ma anche a sbrigare tutta la fase preparatoria alla composizione vera e propria, come l’individuazione dei temi, la consultazione degli appunti segnati nei Taccuini, la consultazione di lessici e dizionari, la lettura di testi di lingua o di volumi di altri poeti e, come vedremo, anche la pianificazione dei singoli componimenti in una struttura organica, compose un gran numero di liriche. Tra luglio e agosto nacquero così La tregua (10 luglio), Il fanciullo (13-19 luglio), L’aedo senza lira (16 luglio), L’ulivo (20 luglio), La spica (25 luglio), Beatitudine (28 luglio), il Ditirambo I (1 agosto), Il Gombo (13 agosto), Anniversario orfico (15 agosto), I tributarii (16 agosto), I camelli (18 agosto), Il cervo (20 agosto), L’ippocampo (21 agosto), L’onda (22 agosto), La morte del cervo (24 agosto) e poi, sempre tra luglio e agosto, ma in giorni che non è possibile precisare con esattezza, anche L’opere e i giorni, Furit aestus, Pace, Intra du’ Arni, La pioggia nel pineto, Le stirpi canore, Il nome, Meriggio, Le madri, L’Alpe sublime, Albasia, Terra, vale !, il Ditirambo II e Bocca di Serchio. In pratica, come si vede, in quei due mesi, D’Annunzio stese una buona metà del Libro di Alcyone : un totale di più di 3.000 versi, con una ricchezza di temi che spazia da quelli programmatici (La tregua e Il fanciullo) a quelli panici, da quelli superomistici a quelli evocativi, da quelli descrittivi a quelli mitici e metamorfici, con una varietà di soluzioni stilistiche che vanno dalle costruzioni a tavolino sui modelli letterari delle origini o sui lessici e i dizionari all’ elaborazione di testi di plastica evidenza espressiva, dalle trascrizioni mimetiche alle ricerche fonosimboliche e, infine, con una straordinaria varietà di forme metriche che sperimentano tutte le possibili soluzioni, dal metro chiuso al verso libero» (5).
l’interessante articolo del professor Panella è qui:
http://www.lapoesiaelospirito.it/2008/04/08/d%e2%80%99annunzio-e-le-immagini-del-sublime-l%e2%80%99alcyone-la-fedra-e-altre-apparizioni-di-giuseppe-panella-1/#more-4578
Nella biografia manca un dettaglio (che credo importante, riportato su Wikipedia [http://it.wikipedia.org/wiki/I_diavoli]): “Il film [I Diavoli, di Ken Russell] costò poi il posto di recensore al critico e poeta Giovanni Raboni, licenziato dal giornale cattolico Avvenire perché aveva valorizzato nella sua critica l’opera.”